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FASCISMI IN EUROPA: Il Parlamento della Lettonia equipara i reduci dell’Armata Rossa alle SS naziste

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di Juri Carlucci, dipartimento esteri PCI

E’ inverno e il vento che tira dal nord-est dell’Europa non porta con se solo metri di neve e gelo artico. Fascisti e neofascismo europeo sono entrati dentro le istituzioni, nei parlamenti e nei governi di alcuni stati europei, non in modo subdolo ma alla luce del sole, sfruttando il malcontento derivato dalle varie crisi finanziarie, che hanno colpito una dopo l’altra grandi aree geografiche del vecchio continente e i livelli dei consumo di beni, infiltrandosi nei movimenti reazionari sorti qua e là, interagendo con forze extra-comunitarie dal portafoglio gonfio e trasformando tutto ciò in voti, per suggellare un patto nero e celarsi dietro la “forma democratica” delle elezioni.

La legge adottata nei giorni scorsi dal Parlamento lettone, che equipara i reduci dell’Armata Rossa con chi ha combattuto nelle SS naziste durante la Seconda Guerra Mondiale, non ha trovato l’opposizione immediata delle istituzioni europee, del presidente del Parlamento europeo e dei cittadini lettoni ma solo dal Consiglio della Federazione (Senato) russa. La sua presidente è intervenuta così: “E’ impossibile immaginarsi che questo fatto avvenga nei nostri giorni. E’ una decisione deplorevole e disgustosa, un insulto alla memoria di milioni di persone che hanno perso la vita nella lotta contro il nazismo, fa rabbrividire sentire queste cose” — ha affermato infatti Valentina Matvienko nel corso della sessione nella Camera Alta del Parlamento russo.

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100 deputati lettoni, dunque, vorrebbero tentare di argomentare, con un foglio di carta portato in un’ aula parlamentare nel 2017, che gli Eroi dell’Armata rossa sovietica, morti in combattimento a milioni oltre 70 anni fa, per ridare dignità al genere umano e dare un futuro all’Europa intera, siano equiparabili ai degenerati nazional-socialisti che giurarono fedeltà al nazista Hitler.

Come si arriva a tanto? Potremmo argomentare che sono ormai molti anni che diverse istituzioni sociali e politiche, anche di primo ordine, fanno del revisionismo storico un loro cavallo di battaglia. La Lettonia dunque è in buona compagnia.

Per restare all’ultima decade menzioniamo subito l’incredibile decisione presa a Strasburgo il 25 gennaio 2006, che approvò la risoluzione 1481 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (in sui siede come membro anche la Federazione russa), richiamando l’attenzione “sulla necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi del totalitarismo comunista”. In quel caso non servirono i 100 lettoni, ma bastarono 99 membri a favore di un testo che non si sa bene chi cercasse di assolvere o redimere; vi si legge dunque: “l’Assemblea è convinta che la consapevolezza della storia sia una delle precondizioni per evitare simili crimini in futuro. Inoltre, il giudizio morale e la condanna dei crimini commessi svolge un importante ruolo nell’educazione delle giovani generazioni. La chiara posizione della comunità internazionale sul passato può essere di riferimento per le sue azioni future”. L’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, in rappresentanza di 47 stati europei e della ex-URSS, era tornata sul luogo della merenda ed ora voleva far cena: già nel 1996 aveva fatto approvare la risoluzione 1096 “sulle misure da adottare per smantellare l’eredità dei sistemi del totalitarismo comunista”. Evviva!

Quando in piazza Majdan, in Ucraina, nel 2014, i cecchini fascisti abbattevano poliziotti e manifestanti (facendola passare per una mattanza filo-governativa), l’Europa e rimasta a guardare perché il colpo di stato (USA-UE-NATO), doveva essere completato e bisognava salvaguardare lo “stato di diritto”. Così colei che guidava la politica estera della Unione europea, Cathe­rine Ash­ton, pur informata dei morti ammazzati in piazza (le intercettazioni pubblicate sono inequivocabili), tirava diritto per assi­cu­rare al governo ucraino di arri­vare alle nuove elezioni. Ebbene le elezioni si tennero e il nuovo parlamento ucraino  dette subito sfoggio di se. La Verkhovna Rada votò la legge 2558 “Sulla condanna dei regimi totalitari nazista e comunista in Ucraina e sul divieto della diffusione dei loro simboli”. E’ un lunghissimo elenco, che va dai partiti politici alle bandiere, dai nomi di piazze e strade a monumenti e memoriali, e perfino all’inno sovietico: qui, condensato, il significato di “propaganda” e di “simboli” messi al bando in Ucraina. “La messa al bando di nazismo e comunismo”, ha commentato  lo storico Efraim Zuroff, “mette sullo stesso piano il regime responsabile del più grande genocidio della storia umana con quello che ha liberato Auschwitz, aiutando a porre fine al regno del terrore del Terzo reich”. Il Segretario del Partito Comunista di Ucraina Petro Simonenko si appellò immediatamente ai comunisti di tutto il mondo per porre argine ad uno scempio che stava annichilendo lo stesso diritto positivo ucraino oltre che farsi gioco delle decisioni adottate dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo definendo tale provvedimento “antidemocratico, autoritario e incivile”.

Anche il governo Italiano rimase gobbo e silente. In particolare fa ribrezzo ancora oggi aver visto le agenzie di stampa riferire del comizio nel gennaio del 2014, del PD Gianni Pittella, oggi addirittura capogruppo della formazione ALDE al Parlamento europeo, arringare i banderisti di Majdan a Kiev portando “il saluto dell’Europa che crede nella libertà e nella democrazia”. Lo stesso partito, il PD, che in questa legislatura, or ora terminata, non è riuscito a portare a casa la cosiddetta legge Fiano, ovvero l’introduzione dell’articolo 293-bis nel codice penale italiano relativo al reato di propaganda fascista. Tutto torna. Questa ultima debacle PD fa venire in mente una recente astensione dell’Italia, che raramente alza il mento dal tavolo nei consessi internazionali, quando si trattò poche settimane fa di votare una risoluzione presentata da 50 Paesi all’ONU “contro la eroicizzazione di nazismo, neonazismo e altre pratiche di discriminazione”. Votarono contro, guarda caso, Ucraina e Stati Uniti.

Questa risoluzione appena menzionata era contrapposta alle recenti celebrazioni degli ex membri delle Waffen SS e al numero crescente di posizioni di rilievo occupate da rappresentanti di partiti razzisti o xenofobi in tutta una serie di assemblee legislative nazionali e locali. Un vento freddo, dicevamo, carico di odio anticomunista e di risentimenti evidentemente mai sopiti, tanto vero che in Europa può ancora accadere l’incredibile. Nel luglio del 2016 una parata di reduci SS hanno sfilato indisturbati sulle note dell’inno nazionale estone. In particolare la 20te Waffen-Grenadier-Division der Schutz-Staffeln, componente baltica dell’organizzazione paramilitare d’élite del partito nazista tedesco, accompagnati nella marcia anche da alcune unità della Wehrmacht, inclusi i veterani delle Waffen SS di Austria e Norvegia. Oggi l’Estonia, paese membro UE dal 2004, è presidente di turno del Consiglio della Unione europea. Si vocifera che prestissimo il Papa si recherà nel paese baltico per un viaggio ecumenico, ebbene si dovranno dar da fare parecchio per nascondere le giubbe nere nell’armadio vista anche la recente provocatoria conferenza anticomunista nell’ambito della cosiddetta “Giornata europea di ricordo delle vittime dei regimi totalitari” organizzata da parte dell’Unione europea che ha stabilito la data del 23 agosto per tale scopo. “Si tratta di una campagna orchestrata per diffamare il socialismo, riscrivere la storia e equiparare in modo inaccettabile e provocatorio il comunismo con la mostruosità del fascismo. Si tenta di determinare una equazione tra il nazismo con le forze che lo hanno distrutto storicamente” hanno argomentato giustamente i comunisti greci.

Il professor Prospero (Filosofia del Diritto, Roma), la mette giù così: “l’Europa attraversa una crisi lunga dalla quale non riesce a liberarsi. Non c’è sistema politico che dall’esplosione della contrazione economica del 2007 non sia stato colpito in profondità. Dalla Grecia alla Gran Bretagna, dalla Spagna alla Francia, dall’Italia alla Germania sono usciti malconci i partiti tradizionali. Se si aggiunge la vicenda dell’Ungheria o della Polonia insieme a quella austriaca si percepisce il tratto generale della crisi. L’Europa sembra avvolta in un paradosso. Produce risentimento, rabbia, se impone le politiche dell’austerità e del rigore ai paesi più deboli. Ma non riesce ad arginare il malessere e la ribellione in presenza di politiche di accoglienza o di rallentamento della vigilanza sui paesi poco virtuosi. La disunità europea, che non riesce a produrre vincoli che trascendano la pura connessione della concorrenza dei mercati, è un nodo cruciale della anomia della democrazia continentale. La mancanza di un progetto di coesione politica e di inclusione sociale rappresenta un elemento di debolezza estrema. La crisi della democrazia rende vulnerabile la vecchia Europa dinanzi ad antichi fantasmi che prendono abiti nuovi ”.

Ve ne sarebbero, è ovvio, decine di altri elementi da analizzare sull’ondata di antisemitismo, razzismo, odio contro le culture. Neofascismo e neonazismo si traducono, oltre la simbologia molto elastica che usano, anche in veri e propri atti di mal governo o mancata sorveglianza della attuazione delle leggi preposte.

Infine, ciò che lascia di stucco è osservare i dibattiti parlamentari delle istituzioni europee. Là l’odio non è travisato ma trabocca da ogni parte. Recentemente, subito dopo il Centenario della Grande Rivoluzione bolscevica d’Ottobre, si è aperto il dibattito ufficiale nel Parlamento europeo: “Conseguenze della rivoluzione totalitaria bolscevica del 1917” (sic!). Dopo un acceso scambio tra gli esponenti dei vari gruppi parlamentari João Ferreira del Partito Comunista Portoghese inserito nel GUE, ha sentenziato: “Nessun evento storico è stato oggetto di tanta ostilità e di tante campagne di bugie e calunnie come la Rivoluzione d’Ottobre. Non c’è da meravigliarsi che lo sia. Ogni conquista, ogni conquista della Rivoluzione d’Ottobre, è una buona ragione per farne un’ispirazione per tutti coloro che lottano per un mondo migliore senza spazio per lo sfruttamento e l’oppressione, ma allo stesso tempo ognuno di questi risultati giustifica l’odio contro distillato, da coloro che vogliono perpetuare lo sfruttamento e l’oppressione. Diritti sociali estesi, diritto al lavoro, divieto di lavoro minorile, giornata lavorativa di otto ore, diritto alle ferie retribuite, piena occupazione, diritti all’abitazione, alla salute e all’istruzione gratuiti, protezione della maternità, parità tra uomini e donne, un contributo decisivo alla sconfitta del nazifascismo, alla pace e alla liberazione dei popoli oppressi dal colonialismo: nessun tentativo di riscrivere la storia è in grado di cancellare questa eredità. Il capitalismo non è la fine della storia”.

Il Partito Comunista Italiano riconosce l’esistenza di un problema vasto, purtroppo forse da troppi sottovalutato, che vede connivenze con la politica e una strategia che lega diversissimi interessi specifici. Il neofascismo e il neonazismo in Italia e in Europa erano e sono presenti ad uso e consumo delle classi dirigenti capitaliste. Le leggi esistenti ed in vigore da decenni basterebbero da sole a sciogliere le formazioni che si rifanno a tempi bui della storia. Sono inapplicate colpevolmente da tutti i governi che si sono succeduti. Parate, riunioni, concerti, occupazioni, attentati, aggressioni e ostentazione di simbologia fascista sono quotidianità in decine di città italiane ed europee. Va fatta pulizia! Non v’è dubbio che la scuola e la formazione culturale siano il primo sussidio essenziale per coloro si affacciano alla vita adulta. La stessa partecipazione dell’individuo alla sana vita politica e alla attività lavorativa favorisce l’allontanamento dalle formazioni xenofobe che pescano nel disagio sociale. Il PCI chiede l’immediata applicazione delle leggi vigenti e lo scioglimento di tutte le organizzazioni politiche e sociali così come disposto nell’ordinamento: “E’ vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” art.1 legge 25 giugno 1993, n. 205; e ritiene ancora valida, oggi come ieri, la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Italiana che vieta la riorganizzazione del partito fascista.

 

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