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Istat: la cruda verità dei dati.

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di Giorgio Langella, Direzione nazionale PCI e Dennis Vincent Klapwijk, segreteria nazionale FGCI, responsabile Lavoro

“Battiam battiam le mani …” si cantava felici davanti a qualcosa che ci faceva incantare. Così si comportano i maggiori organi di informazione nazionali e il governo di fronte alla notizia dell’aumento dell’occupazione e della diminuzione della disoccupazione di novembre scorso secondo le stime dell’ISTAT. Un’ottima notizia che conferma l’uscita dal tunnel e un futuro radioso per chi vive del proprio lavoro. Sarà anche vero, ma le notizie di disagi e di ricatti occupazionali, di chiusure di stabilimenti e delocalizzazioni dimostrano qualcosa di diverso (è di oggi l’annuncio di circa 500 licenziamenti allo stabilimento piemontese della Embraco azienda del gruppo Whirlpool; di qualche giorno fa i 120 licenziamenti e la chiusura della Omba di Torri di Quartesolo in provincia di Vicenza). Si tenga anche conto che le lavoratrici e i lavoratori che sono in attesa del licenzaiamento (sono innumerevoli le aziende che sono in procinto di “lasciare a casa” centinaia di dipendenti) e che non lavorano risultano occupati. Il futuro che si prospetta per chi vive del proprio lavoro è decisamente meno luminoso, più cupo di quanto i titoli dei giornali fanno apparire. È una prospettiva di fronte alla quale è difficile “battere le mani”.

Si dirà “ecco i soliti ai quali non va bene niente” e, forse, è vero dal momento che si viene abitualmente bombardati da informazioni spesso pilotate. Per questo la lettura critica dei dati diventa quasi un dovere. Provare ad analizzare i dati e, soprattutto, la realtà (o, almeno porsi il problema) con meno “incantamento”, cercando di capire cosa stia succedendo, non può e non deve essere considerato un esercizio “disfattista” ma la ricerca della verità.

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Intanto si prenda nota del fatto che, secondo i dati stimati diffusi dall’ISTAT, risulta occupato chiunque abbia lavorato almeno un’ora nella settimana presa a riferimento. Poi si dovrebbe tenere conto della qualità del lavoro e della sua continuità o intermittenza. Praticamente il 90% dei “nuovi posti di lavoro” sono dovuti a contratti a termine, intermittenti, a chiamata. Anche i nuovi lavori a “tempo indeterminato” sono in gran misura precari a causa della cancellazione, di fatto, dell’articolo 18. Questo dovrebbe fare riflettere sulla fragilità del posto di lavoro e del sistema complessivo. La forma normale di lavoro ormai è quella che non dà sicurezza di continuità o qualche prospettiva se non a breve o brevissimo periodo.

E poi si ragioni sulla qualità e la quantità delle retribuzioni. Molti dei “nuovi lavori” sono pagati pochissimo. Contratti che sono considerati comunque “in regola” e che prevedono una retribuzione oraria spesso inferiore ai 3 euro lordi (in tanti casi si arriva anche sotto i 2 euro), sono una forma legalizzata di servitù. Elemosine insultanti. Le lavoratrici e i lavoratori che accettano condizioni di questo genere sono costretti a farlo e sono ricattabili in ogni momento e sempre. Restano in un vortice dal quale è difficile uscire. Rientrano sicuramente tra gli “occupati”, ma che tipo di lavoro svolgono?

La quasi la totalità della crescita occupazionale è dovuta ai contratti a termine (in un anno il loro aumento è di 450 mila unità mentre il numero dei contratti a tempo indeterminato cresce meno di 50 mila unità e i lavoratori indipendenti risultano in calo di oltre 150 mila unità). E si tenga anche presente che, secondo i dati INPS molti dei contratti a tempo indeterminato sono intermittenti o a chiamata. Un lavoro “permanente” decisamente precario, un controsenso incredibile ma reale. E non è un caso se le fasce d’età nelle quali si registra una diminuzione degli “occupati” sono quelle centrali (in un anno gli occupati compresi tra i 25 e i 49 anni sono 128 mila in meno) che dovrebbero essere quelle formate da lavoratori più qualificati, e mediamente meglio retribuiti. L’aumento dell’occupazione si concentra soprattutto tra gli ultracinquantenni che non riescono ad andare in pensione (in un anno 396 mila in più) e, da qualche mese, tra i più giovani (in un anno sono 76 mila in più quelli che hanno meno di 25 anni) che sono i peggio pagati e che, pur di entrare nel mondo del lavoro accettano condizioni di lavoro, di sicurezza, di turni e di retribuzione insufficienti per vivere dignitosamente. Sono precari e, facilmente, lo saranno “a vita”. Cittadini per i quali il lavoro è stato trasformato da diritto a condanna. Non hanno reali prospettive né di crescita né di pensione (un giorno, quello del raggiungimento della pensione, che si  allontana sempre di più per le leggi inique che sono state approvate dai governi liberisti che si sono succeduti). Precari a vita, appunto, che spesso sono costretti a cercare lavoro all’estero. Non a caso il saldo tra immigrati ed emigrati risulta da anni negativo. Sono più i giovani italiani che si trasferiscono all’estero di chi arriva nel nostro paese.

Le stime ISTAT e la conseguente enfatizzazione dei dati, potranno, forse, tranquillizzare qualcuno, potranno servire per la campagna elettorale e per la propaganda governativa. Potranno anche far affermare a “lorpadroni” che si vede la ripresa dell’economia. Ma non diranno a quali e quanti diritti dovranno rinunciare le lavoratrici e i lavoratori. Potranno essere utilizzate per dimostrare che pagando meno chi lavora e dando incentivi alle imprese, l’occupazione cresce. Ma è un’occupazione effimera, poco qualificata, mal retribuita, insicura. Un costo collettivo che servirà a pagare i profitti e l’arricchimento di “lorsignori”. La caratteristica principale del sistema capitalista. Un sistema che può essere radicalmente trasformato solo ridando sovranità e potere al popolo.

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