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IL DIRITTO ALL’ACQUA PUBBLICA

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di Edoardo Castellucci, Segreteria Nazionale PCI – Responsabile Ambiente e Territorio

Nel panorama della retorica sull’acqua pubblica oltre all’azione di abrogazione, da parte del PD in Commisisone Ambiente, dell’art. 6 del Progetto di Legge sull’acqua che definiva il servizio idrico integrato servizio pubblico locale privo di rilevanza economica e ne disponeva l’affidamento a enti di diritto pubblico e che adesso apre alla gestione dei privati per avere, come afferma Enrico Borghi del PD, “servizi più efficienti”, in modo che “l’acqua sia garantita a tutti, con un servizio di qualità, nel rispetto delle direttive europee e dell’autonomia comunale e a costi contenuti inseriti in tariffa e non sulla fiscalità generale” si inseriscono le dichiarazioni di Peter Brabeck, presidente della Nestlé, rilasciate in una intervista pubblicata in un articolo del blog americano “Huffington Post” sull’acqua e sul suo esaurimento ripropongono con forza l’attuazione dell’esito referendario del 2011.

Dal discorso di Brabeck emergono due questioni: la prima legata alla scarsità dell’acqua come elemento che si va esaurendo rapidamente, la seconda legata al mercato visto come soluzione per gestire consapevolmente e con regole certe la scarsità dell’acqua. In definitiva l’acqua è paragonata ad una derrata alimentare e come tale ha un costo.

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Il PCI, nella presentazione del Programma “+Stato – Mercato – Le proposte del PCI per il cambiamento sociale e politico dell’Italia”, riaffermando il proprio No alla gestione privata dei servizi idrici, che ha prodotto: la riduzione del costo del lavoro, degli investimenti e della qualità del servizio e l’aumento delle tariffe; ha rivendicato l’attuazione dell’esito referendario del 2011, ponendo con forza e rilanciando la propria proposta di “inserimento in Costituzione del Diritto all’Acqua pubblica” che deve essere usata in primo luogo e in modo sostenibile per fornire ai cittadini acqua potabile, e in quanto tale, non è un bene di mercato e quindi non può avere un costo.

Certamente, come ci fa notare Giorgio Nebbia: “ … è giusto rivendicare una gestione pubblica dell’acqua, ma è altrettanto opportuno indicare cosa, nell’immediato, i gestori del ciclo integrato devono fare. Come per esempio:

  • assicurare una quantità minima ragionevole gratuita, o quasi, a ciascun cittadino, in qualsiasi parte d’Italia;
  • praticare tariffe significativamente proporzionali ai consumi eccedenti in modo da scoraggiare gli sprechi;
  • pensare a tariffe uniche in tutta Italia, superando il criterio che il ricavato deve corrispondere ai costi aziendali;
  • prevedere, dove è più difficile e costoso procurarsi l’acqua, che i cittadini non vengano penalizzati pagandola di più;
  • prevedere l’utilizzazione dei fanghi di depurazione come fonti di energia (fermentazione a metano).”

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