L’ultima fondamentalista dell’austerity: perché le proposte della Bonino finirebbero per distruggere non solo i diritti sociali ma tutta l’economia italiana

Pubblichiamo questo interessante contributo di Domenico Moro, sociologo ed economista*

Nell’intervista rilasciata al Sole24ore il 1 febbraio Emma Bonino spiega le misure contenute nel suo programma elettorale, che dovrebbero condurre alla riduzione del debito pubblico in percentuale sul Pil. La Bonino propone un inasprimento dell’austerity del Fiscal compact e una ulteriore riduzione fiscale per le imprese, compensata con l’aumento dell’Iva. Tali misure iperliberiste, però, sono state già sperimentate e hanno sortito esiti devastanti. Si tratta di misure, infatti, che non solo spostano ricchezza dai poveri ai ricchi, ma hanno un effetto depressivo sulla produzione (e sull’occupazione), portando non alla diminuzione bensì all’aumento del debito pubblico.

La prima proposta, per ridurre addirittura di 22 punti percentuali il debito, è di bloccare “la spesa pubblica primaria nominale” al livello del 2017 per 5 anni. Che cos’è la spesa pubblica primaria? È la spesa pubblica al netto della spesa per interessi sul debito pubblico, cioè si tratta della spesa per far funzionare la macchina statale e distribuire servizi sociali e contributi alle famiglie. Che si tratti di spesa nominale vuol dire che non si considera l’aumento dovuto all’inflazione. In pratica, se blocco la mia spesa ai 100 euro del 2017, nel 2022 continuerò a spendere 100 euro, anche se con quella somma potrò comprare meno beni e servizi, perché nel frattempo il prezzo di acquisto è aumentato. È abbastanza semplice capire che, sebbene l’inflazione sia bassa, Bonino propone di diminuire l’importo reale della spesa, che già oggi è insufficiente a garantire adeguati servizi a tutti i cittadini, ad esempio nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti, eccetera.

Ma c’è un’altra questione importante: la crescita del debito non dipende dalla spesa primaria. Il debito complessivo è sempre cresciuto, anche negli ultimi anni, a causa non della spesa sociale, rimasta inferiore o uguale ai livelli medi europei (nel 2016 il 45,4% sul Pil in Italia e nella Uem), ma della spesa per interessi (4% in Italia contro 1,8% nella Uem), cioè quella per ripagare i creditori, tra cui le banche e gli istituti finanziari internazionali con cui l’Italia si è indebitata. Infatti, il deficit comprensivo delle spese per gli interessi è nel 2016 del 2,5% sul Pil (superiore a quello medio Uem senza Italia, che è dell’1,5%), mentre a livello primario (senza interessi) non c’è deficit bensì abbiamo addirittura un surplus dell’1,5% (superiore a quello medio della Uem senza Italia che è dello 0,5%)[1]. Quindi, senza considerare gli interessi, l’Italia è un Paese che è più “virtuoso” di gran parte dell’Europa, per usare il concetto cui hanno voluto abituarci le stesse forze neoliberiste che sbandierano la necessità del “vincolo esterno”. Lo stesso raddoppio sul Pil del debito pubblico tra 1981 e 1992 è stato dovuto in parte minore a elusione e evasione fiscale (nonché alla riduzione della progressività dell’imposizione fiscale) e in gran parte all’aumento della spesa per interessi, dovuta proprio alle misure neoliberiste che, antesignane della creazione della indipendente Banca centrale europea, separarono il Tesoro dalla Banca d’Italia, liberando quest’ultima dall’obbligo di acquistare titoli di stato. Infine, se ci ritroviamo con un debito più alto, è anche perché il ministero del Tesoro ha fatto delle scelte sbagliate sui mercati finanziari con i derivati, che avrebbero dovuto garantire tassi d’interesse favorevoli e che invece si sono rivelate dannose, traducendosi, secondo il Sole24ore, in una perdita tra 2006 e 2016 di 24 miliardi, e aumentando il deficit, solo nel 2016, dello 0,3% del Pil[2]. Senza contare che negli anni passati il debito italiano è cresciuto, anche perché l’Italia è paradossalmente prestatore netto all’organismo europeo che ha sostenuto i Paesi che erano in crisi debitoria.

Quindi, abbiamo visto che ridurre la spesa primaria sarebbe inutile alla riduzione del debito in assoluto. Aggiungiamo che sarebbe addirittura controproducente, se lo scopo è la riduzione del debito in percentuale del Pil, come pretende di fare la Bonino. In primo luogo, la riduzione della spesa pubblica, in un contesto di ripresa ancora fiacca e con la maggior parte dei nuovi lavoratori a termine e sottoccupati, riduce la domanda aggregata. La riduzione della domanda aggregata, come si sa, ha un effetto depressivo sulla crescita del Pil. Inoltre, non bisogna dimenticare che il Pil è composto anche da quanto prodotto e, quindi, speso dalla Pubblica Amministrazione. Se riduciamo la spesa pubblica, riduciamo quanto prodotto dalla PA e dunque il Pil. Insomma, anche ammesso che a prezzo di grandi sacrifici per i più poveri e i lavoratori salariati, si riesca a ridurre l’importo assoluto della spesa, il debito crescerebbe. Questo perché il debito, secondo i criteri europei, è calcolato in percentuale sul Pil. Quindi se il denominatore (il Pil) cala o non cresce adeguatamente, il debito in percentuale sale.

L’altra proposta della Bonino, cioè la riduzione delle imposte alle imprese (Ires) e la loro sostituzione con l’aumento dell’Iva peggiora ancora la situazione. Infatti,  l’aumento dell’Iva avrebbe i seguenti effetti diretti: aumenterebbe i prezzi e ridurrebbe in proporzione il reddito della massa dei lavoratori, visto che si tratta di una imposta per definizione regressiva, cioè che, pesando ugualmente sul miliardario e sul commesso di negozio, redistribuisce il reddito nazionale dai poveri ai ricchi. In una parola aggiungerebbe un ulteriore incentivo a ridurre la domanda aggregata, soprattutto di beni di consumo e di massa, piuttosto che di beni di lusso, che hanno un impatto minore sulla crescita del Pil. La conseguenza sarebbe la riduzione ancora di più marcata del Pil, cioè del denominatore, che condurrebbe all’aumento del debito in percentuale sul Pil.  Inoltre, visto che l’Iva è tra tutte le imposte quella maggiormente elusa e il cui gettito dipende dal livello della domanda e degli acquisti, specie se questi si riducono o non crescono adeguatamente, avremo un’altra conseguenza negativa: non si potrebbe compensare la perdita di gettito, dovuta alla riduzione delle imposte alle imprese, e le entrate diminuirebbero. Senza contare che il gettito fiscale derivante dalle imprese è già stato pesantemente abbassato, grazie alla riduzione dell’Ires al 24% nel 2016 e agli iper e superammortamenti che riducono la base imponibile e che sono previsti da Industria 4.0. Così, il debito assoluto salirebbe e, rapportato a un Pil che invece si sarebbe ridotto per le ragioni dette, si tradurrebbe in un forte aumento del debito in percentuale. Del resto è quello che è sempre accaduto. Il governo di Mario Monti, che avrebbe dovuto salvarci dalla bancarotta (imminente solo nella fantasia di alcuni) e che adottò le politiche più restrittive a livello di bilancio degli ultimi 70 anni, vide un aumento del debito di ben 12,5 punti, dal 116,5% del 2011 al 129,0% del 2013, molto più che nel triennio berlusconiano precedente e molto più che nel triennio successivo.

Figuriamoci, quindi, se è possibile, con le proposte della Bonino, ridurre il debito pubblico di 22 punti in cinque anni, dal 132% al di sotto del 110%. Quella della Bonino è una posizione vecchia, che non ha nulla a che vedere con l’economia, ma piuttosto con il fondamentalismo ideologico neoliberista. La verità è che le misure di austerità, cui i Paesi europei sono stati forzati dalle istituzioni europee, hanno ampiamente dimostrato il loro fallimento, dal punto di vista della democrazia e dell’economia. Se si vuole evitare una ulteriore macelleria sociale e si vuole ridurre il debito c’è solo un modo: aumentare gli investimenti pubblici e la domanda di servizi collettivi, facendo sì che cresca il denominatore, cioè il Pil. Ma per fare questo bisogna combattere contro i vincoli al debito e al deficit imposti dei trattati europei e contro il contesto economico-finanziario che ne impone il rispetto, cioè l’integrazione monetaria, che comporta il controllo sulle finanze dei singoli stati da parte della Bce. Non è un caso che la Bonino rivolga, sempre nella stessa intervista, un apprezzamento a Junker per aver ricordato che l’euro è la moneta cui tutti gli stati europei devono aderire.

 

*: Domenico Moro è autore di “La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra”, che uscirà nella librerie il 6 febbraio.

 

[1] Banca d’Italia, Statistiche di finanza pubblica nei paesi dell’Unione europea, 7 dicembre 2017.

[2] Moria Longo, Derivati di Stato per ridurre il deficit, poi è arrivato il «conto» di 24 miliardi, Il Sole24ore, 15 dicembre 2017.

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