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Lavoro, rappresentanza, antifascismo, pace. Perché “Potere al Popolo”

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di Alex Höbel, Segreteria nazionale PCI, responsabile cultura

 

170 anni fa Marx ed Engels, nel Manifesto del Partito comunista, affermavano con chiarezza che i comunisti “non hanno interessi distinti dagli interessi del proletariato nel suo insieme” e la loro specificità è quella di “rappresentare sempre l’interesse del movimento complessivo”[1].

Quale rapporto esiste fra queste considerazioni e la realtà di oggi? A me pare che questo insegnamento di Marx ed Engels sia più attuale che mai. Nel contesto in cui viviamo, i lavoratori salariati – stabili e precari, italiani e immigrati, insomma il moderno proletariato – hanno tra i loro maggiori problemi quello di essere frammentati, divisi, dispersi. Tra le priorità dei comunisti non può dunque non esservi l’obiettivo della ricomposizione di classe – sul terreno sociale e su quello politico; la ricostruzione della classe è insomma altrettanto importante della ricostruzione del partito, e se i comunisti fanno bene il loro mestiere questi due processi possono viaggiare assieme, dialetticamente.

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Tuttavia anche questo, data la profondità del conflitto di classe in corso, non sarebbe sufficiente: accanto alla ricomposizione di classe e alla ricostruzione del partito, è necessario un vasto schieramento di forze – un moderno Fronte popolare – che individui chiaramente i suoi nemici nelle élites della finanza e del capitalismo transnazionale e rilanci il modello di democrazia sociale e partecipata che è al centro della nostra Costituzione. In nuce, è lo schieramento che si è manifestato il 4 dicembre 2016, in quella grande vittoria nel referendum costituzionale che ha aperto una nuova fase della lotta politica nel nostro paese.

Il secondo problema che lavoratori e lavoratrici si sono trovati di fronte in questi anni è quello della perdita di ogni rappresentanza parlamentare. Riconquistare tale rappresentanza è dunque un altro obiettivo fondamentale della fase attuale, ed è esattamente questo il tema posto dalla coalizione che si riconosce nelle liste di Potere al Popolo, diversamente da cartelli elettorali del passato, molto meno connotati in termini di classe.

I lavoratori devono insomma recuperare cose essenziali che hanno perso: l’organizzazione, la coscienza di sé, la rappresentanza. I comunisti possono e devono contribuire in modo decisivo al raggiungimento di tali obiettivi; tuttavia, come è stato osservato, non possono conseguirli da soli: occorre che essi siano parte attiva e lievito di “un vasto Fronte anticapitalista e di popolo”; e nella costruzione di tale fronte l’esperienza di Potere al Popolo può essere un passaggio importante[2].

Del resto, in questi anni, le risposte più efficaci alla restaurazione neoliberista sono venute, oltre che da realtà statuali di orientamento socialista come la Cina popolare, da quelle esperienze di fronte ampio che si sono sviluppate soprattutto in America Latina, e alle quali i comunisti hanno in diverse forme contribuito, a partire dal Venezuela bolivariano. Ma anche in Europa abbiamo esperienze significative che vanno in tal senso: in Francia l’accordo tra Pcf e France Insoumise di Mélenchon ha permesso al candidato della sinistra di raggiungere il 19% alle elezioni presidenziali; in Portogallo il Partito comunista si presenta alle elezioni nella Coalizione democratica unitaria (Cdu) che all’ultima consultazione ha superato l’8%.

In Italia nella coalizione raccolta attorno a Potere al Popolo si riconoscono diverse organizzazioni comuniste (oltre a noi del Pci, il Prc e la Rete dei comunisti), il cartello di Eurostop, Sinistra anticapitalista e naturalmente i compagni dell’ex Opg, che pure avevano avviato una riflessione sui temi prima accennati e che hanno avuto il merito di promuovere l’iniziativa in netta discontinuità con metodi e contenuti del “Brancaccio”.

Potere al Popolo si caratterizza non solo per il suo porre l’attuazione della Carta costituzionale come primo punto e filo conduttore del suo programma[3], proponendo tra l’altro la cancellazione del pareggio di bilancio inserito in Costituzione, ma anche per il suo affrontare temi cruciali come il lavoro, l’economia, la pace, con un approccio totalmente alternativo rispetto al discorso dominante: proponendo di ripristinare il “controllo pubblico democratico sull’economia”, di nazionalizzare la Banca d’Italia e istituire un polo finanziario pubblico a partire dalla ripubblicizzazione di Cassa depositi e prestiti, di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario per lavorare meno e tutti, di contrastare razzismo e xenofobia aumentando la spesa sociale e le tutele per tutti i lavoratori, di superare il precariato cominciando con l’abolire il Jobs Act, di invertire completamente la rotta rispetto alle politiche neoliberiste degli ultimi anni rilanciando il ruolo dello Stato nell’economia, di tassare i grandi patrimoni, combattere seriamente l’evasione fiscale, redistribuire la ricchezza, rilanciare e rinnovare lo Stato sociale. Tutti elementi che rimandano a un modello di società radicalmente alternativo a quello in cui viviamo.

Non solo: Potere al Popolo ha fatto proprie parole d’ordine avanzate come la fuoriuscita dell’Italia dalla Nato e la rottura coi trattati dell’Unione Europea, la cancellazione del programma di acquisto degli F35 e del Muos in Sicilia, lo smantellamento delle basi militari in tutto il paese, la rimozione delle testate nucleari presenti in Italia e la restituzione a fini civili dell’uso del territorio. Anche sui temi di politica estera dunque le posizioni espresse nel programma sono nette e radicali, con una forte consonanza con la tradizione e la cultura politica dei comunisti.

Allo stesso modo, nelle ultime settimane, di fronte alla risorgente aggressività neofascista, che cresce su un terreno sociale e culturale lungamente preparato e di cui molti sono i responsabili, Potere al Popolo ha svolto un ruolo di avanguardia, in particolare nella mobilitazione di Macerata, dopo l’annullamento della manifestazione da parte delle organizzazioni promotrici. E questo ruolo l’ha svolto non isolandosi o cadendo in provocazioni, ma favorendo la partecipazione a quel corteo di un arco di forze ampio (da tante sezioni Anpi a forze sindacali, a settori di LiberieUguali), cosa che ne ha determinato il successo. A nostro parere PaP avrebbe fatto bene a partecipare anche alla manifestazione di Roma, contribuendo a caratterizzarla in modo diverso, ma in ogni caso è evidente che pure sul terreno dell’antifascismo Potere al Popolo sta giocando un ruolo importante.

Ecco perché, come è stato giustamente sottolineato[4], l’adesione del Pci al percorso della coalizione di forze che si riconoscono nella lista “Potere al Popolo”, lungi dal voler “liquidare” o “sciogliere” alcunché, è il tentativo di applicare alla situazione data gli insegnamenti provenienti dalla nostra storia.

Sappiamo che si tratta solo di una tappa, che molti settori popolari e di classe sono fuori da tale percorso; dunque non solo il Pci ma neanche Potere al Popolo può ritenersi autosufficiente, strumento esclusivo di quella ricomposizione di classe e riacquisizione di forza e rappresentanza politica da parte degli sfruttati che costituisce un processo più vasto e complesso. Tuttavia questa tappa, questa ripresa di parola e di iniziativa sono molto importanti. Per questo ad esse stiamo cercando di contribuire, con le nostre forze, le nostre idee, la nostra identità di comunisti.

Per questo il 4 marzo è importante sostenere le liste di Potere al Popolo.

[1] https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2018/01/19/classe-popolo-partito-dialettica-antica-sempre-feconda/.

[2] https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2018/02/01/ladesione-del-pci-a-potere-al-popolo-alcune-domande-e-alcune-considerazioni/.

[3] https://poterealpopolo.org/potere-al-popolo/programma/.

[4] https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2018/01/02/ricostruire-lunita-comunista-anticapitalista-della-sinistra-classe-lalternativail-pci-econ-potere-al-popolo/.

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