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Karl Marx e la democrazia moderna

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L’Istituto di Studi del Partito Comunista della Federazione Russa ( PCFR) ha organizzato a Mosca, l’11 e il 12 maggio ultimi scorsi, un Convegno mondiale sul 200° anniversario della nascita di Karl Marx, dal titolo “ Il Capitale di Karl Marx e il suo impatto nel mondo”. Al Convegno hanno partecipato premi Nobel, economisti marxisti provenienti da tante aree internazionali e intellettuali e dirigenti dei Partiti Comunisti del mondo. Per il PCI, invitato dal PCFR a Mosca, è intervenuto al Convegno il compagno Emiliano Alessandroni, che insegna all’Università di Urbino Teoria della Letteratura, Storia della Filosofia Politica e Storia della Filosofia Moderna e del quale pubblichiamo l’intervento (F.G.)

  1. Riduttività e inefficacia della democrazia giuridico-politica

 

Le idee della classe dominante sono in ogni epoca

le idee dominanti; cioè la classe che è la potenza

sostieni il partito

materiale dominante della società è in pari tempo

la sua potenza spirituale dominante. La classe che

dispone dei mezzi della produzione materiale dispone

con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione

 intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono

assoggettate le idee di coloro ai quali mancano

i mezzi della produzione intellettuale. 

Karl Marx, L’Ideologia Tedesca

 

Una delle formulazioni più autorevoli relative al concetto di democrazia moderna è stata espressa dall’economista austriaco Joseph Schumpeter che sul suo libro Capitalismo, socialismo e democrazia definisce il metodo democratico come «quell’assetto istituzionale per arrivare a decisioni politiche nel quale alcune persone acquistano il potere di decidere mediante una lotta competitiva per il voto popolare»[1]. Si tratta di un giudizio sintetico, estensivo, che a tutt’oggi continua a suscitare approvazione. Secondo la concezione del liberalismo le teorie di Kelsen e di Schumpeter sono quelle che «costituiscono tuttora i punti più elevati della visione democratica» e come tali risultano immuni ai cambiamenti storici, ovvero «dotate di persistente validità». La discriminante della democrazia risulta la competizione elettorale: «le elezioni sono un gioco interattivo che si ripete nel tempo con periodicità prevedibile spesso chiaramente sancita, altrimenti non saremmo in democrazia». Quest’ultima costituisce, dal canto suo, un organismo mobile in cui «l’elemento dinamico è rappresentato dalle preferenze degli elettori»[2]. È un tema quello della facoltà decisionale elettiva che stava già molto a cuore a Marx il quale considerava la lotta per il suffragio universale un importante passo emancipatorio e democratico e denunciava quelle forze che tentavano di opporvisi mediante l’introduzione di restrizioni censitarie e clausole di esclusione che colpivano gli strati sociali meno abbienti[3]. La lotta per il suffragio rientrava dunque per Marx a pieno titolo all’interno della lotta per la democrazia. Cionondimeno, quantunque la conquista del suffragio universale determinasse, specie in rapporto ai tempi, una sorta di democrazia giuridico-politica, quest’ultima non costituiva agli occhi di Marx una democrazia compiuta, espressione istituzionale di un’emancipazione compiuta, ma soltanto una rifrazione dell’«emancipazione politica» la quale costituiva «certamente un grande passo in avanti» e tuttavia non «la forma ultima dell’emancipazione umana»: essa era invero soltanto «l’ultima forma di emancipazione umana entro l’ordine mondiale attuale»[4]. Eretta sul fondamento del sistema di produzione capitalistico, la democrazia politica poteva svilupparsi solo «là dove le sfere private [avevano] acquistato un’esistenza indipendente»[5], determinando una separazione tra Stato e società civile, in cui i conflitti politici non rispecchiavano l’interezza dei conflitti sociali, l’uguaglianza nei confronti della sfera giuridica era revocata dall’iniziativa autonoma delle forze economiche private, le quali incoraggiavano a loro volta la più pesante diseguaglianza nella sfera sociale, e l’individuo, anziché in un modo reale, finiva per emanciparsi «in un modo astratto e limitato, in un modo parziale»[6], l’unico possibile sul presupposto di quel sistema produttivo. Ma a ben vedere la democrazia giuridico-politica, nella sua sopravvivenza separata e indipendente da ogni forma di democrazia economico-sociale, oltre che riduttiva finisce per rivelarsi altresì inefficace. Marx sa bene che quello che il pensiero liberale chiama elettore e che a suo avviso costituisce l’elemento dinamico della democrazia è in realtà un’entità astratta, inerente all’empireo della sfera politica. Nella società civile gli elettori sono infatti sociologicamente diversi fra loro, dispongono di strumenti materiali sproporzionati per la diffusione delle proprie idee e occupano posti non equipollenti nella vita del paese. Tale disparità e stratificazione sociale a monte fa sì che nessun voto elettorale sia mai realmente uguale ad un altro e che mai le singole preferenze abbiano tra loro lo stesso peso. È una questione di cui, sulla scia di Marx, tratterà Gramsci in carcere, sottolineando come «la razionalità storicistica del consenso numerico», nelle società a base capitalistica, venga «sistematicamente falsificata dall’influsso della ricchezza»[7]. Il filosofo di Treviri sapeva d’altronde benissimo che il suffragio non cancellava il dislivello sociale e che, già a suo tempo, «la borghesia» poteva «regolare il diritto di voto in modo che esso [avesse] a volere ciò che è ragionevole, cioè il suo dominio». Così configurata la presenza o meno della democrazia giuridico-politica, non eliminava mai l’essenza dittatoriale della struttura sistemica reggente nonché la supremazia del gruppo sociale dominante, potendo unicamente stabilire se tale «dittatura» dovesse essere consolidata «in forza della volontà popolare» o «contro la volontà popolare»[8]. La questione della democrazia assumeva dunque già in Marx i tratti di quella che diventerà in Gramsci la questione dell’egemonia.

2. Democrazia e questione nazionale

La storia di tutta la società si è svolta sinora

attraverso antagonismi di classe, che nelle

diverse epoche hanno assunto forme diverse.

 Marx- F. Engels, Il Manifesto del Partito Comunista

Se nelle pagine del Manifesto Marx ed Engels parlano delle differenti configurazioni che la lotta di classe (e il conflitto fra oppressori e oppressi) assume nel corso della storia, nel 1920 dopo un’attenta analisi sulla situazione geopolitica generatasi in seguito alla comparsa dei monopoli e allo sviluppo del capitale finanziario, Lenin traccia i nuovi contorni del conflitto sociale affermando la necessità di operare «una distinzione…netta tra le nazioni oppresse, soggette, private dei loro diritti e le nazioni sovrane che ne sfruttano e ne opprimono altre»[9]. Diversamente dalla prospettiva liberale per la quale la riduzione in condizioni di semi-schiavitù o il completo assoggettamento di una nazione debole da parte di una nazione forte non costituisce alcun elemento che possa incidere sul livello di democrazia della nazione forte, secondo lo statista russo «instaurare la completa democrazia» significa realizzare «l’assoluta eguaglianza dei diritti delle nazioni» nonché «riconoscere il diritto di autodecisione delle nazioni oppresse»[10]. Egli non si stanca di sottolineare come già a suo tempo la teoria di Marx fosse «lontana come il cielo dalla terra, dall’ignorare i movimenti nazionali»[11], ricordando il sostegno del filosofo tedesco alle lotte di liberazione dell’Irlanda e della Polonia. D’altronde fin dal Manifesto si preannuncia l’orientamento inter-nazionale che la conflittualità inerente al nuovo sistema produttivo è destinata ad assumere:

Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia su tutto il globo terrestre. Ovunque essa deve insediarsi, ovunque stabilirsi, ovunque allacciare collegamenti […] All’antica autosufficienza e all’antico isolamento locali e nazionali subentra un commercio universale, una interdipendenza universale tra le nazioni[12].

Si tratta di una tendenza aggressiva ed espansiva, quella del nuovo gruppo sociale in ascesa, che il Manifesto sottolinea con insistenza:

I rapporti borghesi sono diventati troppo angusti per poter contenere la ricchezza creata dalle forze produttive. Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Per un verso imponendo la distruzione di una grande quantità di forze produttive; per un altro verso, conquistando nuovi mercati e conquistando più intensamente quelli già disponibili[13].

Nei successivi decenni, fino ai giorni nostri, la conquista di nuovi mercati si esprimerà nel concreto con la conquista di nuove aree geografiche, la sottomissione dei paesi recalcitranti, e la violazione delle sovranità nazionali. Operazioni di cui Marx scorge la protagonista nell’Inghilterra del proprio tempo. Se infatti la massima opera del filosofo denunciava come «il vecchio continente» inviasse «nelle colonie capitale ansioso di sfruttamento» nonché la «fabbricazione di salariati nelle colonie»[14] scrivendo sulla stampa tedesca, Marx polemizza continuamente contro il cosiddetto «umanitarismo…d’esportazione»[15] inglese, ovvero contro quella «grande disumanità» dell’Inghilterra nascosta «sotto una fraseologia filantropica»[16]. E allorché l’esercito francese di Napoleone III, col sostegno delle forze inglesi e spagnole, si appresta all’invasione del Messico (in quell’impresa che diverrà nota come l’Affare Massimiliano) sul New York Daily Tribune del 23 Novembre 1861, Marx esprime in questi termini il proprio giudizio a riguardo: «L’intervento in Messico preparato dall’Inghilterra, la Francia e la Spagna è, per me, una delle imprese più mostruose che gli annali della storia internazionale abbiano mai registrato»[17].

D’altro canto allo scoppio della Guerra di Secessione, nel sostegno economico che l’Inghilterra garantisce al Sud separatista, Marx individua un elemento fortemente antidemocratico, non soltanto in ragione della schiavitù razziale che si sarebbe continuata a perpetrare nel caso di vittoria degli Stati Confederati, ma in ragione altresì del dominio che l’Inghilterra si proponeva di esercitare per tale via sugli Stati Uniti, della violazione cioè della sovranità nazionale americana che tale atto designava. È evidente che, come poi avverrà in maniera più manifesta in Lenin, la violazione delle sovranità nazionali costituisce già in Marx un parametro misuratore del grado di democrazia di una data nazione.

Oggi, ad assetti geopolitici radicalmente mutati, se col parametro riduttivo della democrazia giuridico-politica il pensiero liberale designa «la democrazia inglese» e «la democrazia americana» come gli esempi più concreti di «democrazia competitiva à la Schumpeter»[18], con l’apporto delle categorie di democrazia sociale e democrazia inter-nazionale desumibili dall’analisi di Marx, proprio quelle nazioni indicate dal liberalismo come archetipi democratici, si rivelerebbero agli occhi del filosofo tedesco gli esempi più manifesti di imponenti dittature. Nel complesso, d’altronde, il compimento della democrazia è ad avviso di Marx incompatibile con il sistema di produzione capitalistico: le due strutture costituiscono istanze ossimoriche che ci impongono a tutt’oggi di riconsiderare il loro giudizio: la  realizzazione della prima non concerne il nostro presente storico, ma deve esser necessariamente rimandata a tempi futuri in cui potrà apparire più realistico e indispensabile, l’abbandono della seconda: il processo deve ancora, in termini hegeliani, farsi  essoterico.

 

[1]     J. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, 1955, Edizioni di Comunità, p. 252.

[2]     Gianfranco Pasquino, Nuove teorie della democrazia? In Ibid. (a cura di), Strumenti della democrazia, Il Mulino, 2007, p. 154.

[3]     Cfr. su ciò Marx, Le lotte di classe in Francia, Editori Riuniti 1970.

[4]     Marx, La questione ebraica, Editori Riuniti, 1954, p. 59.

[5]     Karl Marx, Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, 1950, p. 43.

[6]     Marx, La questione ebraica, cit., p. 56.

[7]     Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, 2001, p. 1625, ma cfr. tutto il paragrafo, Il numero e la qualità nei regimi rappresentativi, p. 1624-1626.

[8]     Marx, Le lotte di classe in Francia, cit. p. 276.

[9]     Lenin, Primo abbozzo di tesi sulle questioni nazionale e coloniale, in Ibid., Opere scelte,  Editori Riuniti, 1975, Vol. VI, p. 85.

[10]   Ivi, vol. II, p. 439.

[11]   Ivi., p. 261.

[12]   K.Marx, F.Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, Laterza, 1999, pp. 10-11.

[13]   Ivi., p. 14.

[14]   K. Marx, Il Capitale, NewtonCompton, 2006, pp. 550-552.

[15]   Marx-Engels, La guerra civile negli Stati Uniti, Del Bosco 1973, p. 147.

[16]   Ivi., p. 141.

[17]   Ivi., p. 115.

[18]   Pasquino, cit.

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