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Trump, la Cina e la globalizzazione

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di Lorenzo Battisti, Dip. Esteri Pci e Pci di Parigi

Trump viene accusato da tempo di aver posto fine alla “magica” globalizzazione. In realtà le sue politiche sono il risultato dei nuovi equilibri mondiali generati dall’emersione dei Brics e in particolare dallo sviluppo economico e politico della Cina.

La globalizzazione e il neoliberismo: la fase unipolare dell’imperialismo

Molto si è scritto in questi anni sulla globalizzazione, spesso in modo fumoso. Le caratteristiche per descriverla hanno fatto riferimento ad elementi diversi e tutti parziali. Alcuni hanno preso a riferimento l’apertura agli scambi commerciali. Altri la libertà dei capitali di muoversi da un paese all’altro. Altri ancora la diffusione dell’informazione dovuta alle nuove tecnologie digitali che permettono di essere informati su fatti lontani in maniera istantanea e di creare quindi un “villaggio globale”. Tutti questi elementi, pur facendo parte della globalizzazione, non colgono la radice del fenomeno.

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Penso che la globalizzazione si possa definire come l’imperialismo nella sua fase unipolare. Se prima della Seconda Guerra Mondiale l’imperialismo aveva dovuto fare fronte a divisioni interne dovute all’emersione della Germania nazista e del Giappone, dopo il ‘45 ci si è trovati in un mondo bipolare, in cui le potenze imperialiste, allineate dietro l’egemonia americana, hanno dovuto affrontare la minaccia comune proveniente dall’Unione Sovietica e dagli stati del blocco socialista. Una minaccia che, dopo il successo contro i nazisti, diventava sempre più pericolosa a causa dei successi dell’avanzata comunista: la Cina, Cuba, il Vietnam, le lotte anticoloniali etc…

Con il 1989 termina il mondo bipolare e non vi sono più limiti all’espansione economica e politica delle potenze capitaliste, Usa in testa. D’improvviso una metà di mondo, una prateria vergine, si apre all’invasione dei capitali stranieri. Una metà di mondo che, capitalisticamente parlando, riparte da zero, e rappresenta una riserva enorme di risorse naturali, di manodopera qualificata e a basso costo in cui delocalizzare le produzione per aumentare i profitti, oltre che mercati di sbocco per i prodotti  finiti.

Senza più alcun limite, senza avversari, sotto la spinta degli Usa sono cadute tutte le restrizioni allo spostamento di merci e di capitali. Questo era necessario per sfruttare al massimo le nuove possibilità che si aprivano dalla mancanza di un antagonista. Togliere le barriere doganali e lasciare il capitale libero di vagare non sono decisioni neutre: i regolamenti servono sempre a tutelare la parte debole contro quella forte. In questo caso la parte forte, quella che ne ha tratto i maggiori vantaggi sono stati gli Usa, e in subordine, le altre potenze occidentali e il Giappone. Accordi commerciali apparentemente neutri sono stati imposti ai paesi ex coloniali ed ex socialisti, tali da impoverire questi paesi e concentrare la ricchezza verso il centro capitalistico. La libertà di movimento dei capitali permette di spostare istantaneamente gli investimenti, di controllare tramite il debito i paesi obiettivo e, nel caso, di creare crisi locali in caso di comportamenti non conformi alle aspettative.

In sostanza, la fine del blocco socialista, ha liberato il capitale monopolistico dandogli la possibilità di spostarsi su tutto il globo, senza limiti e vincoli, e avvantaggiandolo sui capitali locali. In particolare, questo processo ha avvantaggiato il capitale americano, quello del paese egemone a svantaggio di quello degli altri paesi di quella che Samir Amin chiamava la Triade Capitalista. Questa fase unipolare dell’imperialismo è stata chiamata globalizzazione.

Si capisce così anche il diffondersi del neoliberismo, quell’insieme di politiche economiche tese a liberare il capitale dai vincoli pre-esistenti e ad abbassare le protezioni del lavoro, lo stato sociale e i servizi pubblici e che ha rappresentato, negli ultimi decenni, il principale nemico della sinistra neosocialdemocratica[1]. La libertà assoluta del capitale di muoversi mette in concorrenza territori diversi, in una corsa all’abbassamento degli standard di vita e di lavoro senza fine. Senza il contrappeso (e al contempo il pericolo e la minaccia costante) di un’alternativa come era il blocco socialista, queste politiche vengono imposte a tutte le popolazioni del mondo e sono state scolpite nei trattati che sono alla base dell’Unione Europea.

Trump e la fine della globalizzazione

A leggere i giornali degli ultimi anni si nota un attacco unanime contro il Presidente Trump, colpevole, a quanto pare, di mettere fine alla globalizzazione attraverso le sue politiche neo protezioniste ed “isolazioniste”. Insomma, si infrange il paradiso agognato del villaggio globale, promessa di benessere e di pace tra i popoli. Certamente è stato così per il ceto medio mondiale, ma per i due terzi del mondo ha invece rappresentato un incubo che si avverava.

Com’è possibile che la potenza americana, quella che ha imposto la globalizzazione e il liberismo e che da essi ha tratto i massimi vantaggi, attui politiche di de-globalizzazione? Colpa di un sol uomo, pazzo, che in maniera astuta e scorretta ha preso il potere con la collaborazione degli hacker russi di Putin?

E’ innegabile che la sua elezione abbia rappresentato una rottura rispetto al classico avvicendamento di Democratici e Repubblicani (o se vogliamo, tra le due famiglie reali statunitensi, quella dei Bush e quella dei Clinton), essendo esso un elemento spurio e rappresentante di una piccola borghesia americana che soffre e che ha ritirato la delega ai due grandi partiti. Ma è ben lungi dall’essere solo al comando. Infatti Trump è stato sostenuto anche da una parte di establishment e di padronato che considerava irrealizzabile, in questo momento, uno scontro diretto e immediato con il blocco Russia/Cina (questa era la strategia di Obama e della Clinton). Era necessario attendere e lavorare per dividere i due paesi, che altrimenti insieme rappresentano un ostacolo impossibile anche per gli Usa. Da questo punto di vista, l’uscita degli Usa dalla Nato, o il suo indebolimento, rappresentano l’offerta a un Putin sempre più debole e in difficoltà per sganciarsi dalla Cina[2].

Ma soprattutto, gli Usa hanno bisogno di sciogliere la dipendenza economica con la Cina. Non tanto dal punto di vista del debito, oggi detenuto in grandissima parte dai cinesi: in caso di guerra, questo verrebbe rinnegato e la Cina si troverebbe con montagne di carta straccia nelle proprie riserve. Va piuttosto sciolta la dipendenza produttiva (e quindi tecnologica) e commerciale. L’obiettivo di Trump e del blocco che lo sostiene, è quello di pareggiare lo sbilancio commerciale tra Usa e Cina: le produzioni delocalizzate in quel paese devono ora tornare sul suolo americano. In particolare quelle tecnologiche. Non si può fare la guerra a chi produce quasi tutta la propria tecnologia e buona parte dei beni intermedi e di consumo. Inoltre questa delocalizzazione ha permesso il trasferimento di tecnologia e di conoscenza al nemico cinese, permettendogli di progredire e diminuire così il divario tecnologico che lo separava dagli Usa. Quindi, mentre Trump fa scendere gradualmente lo scontro con la Russia, aumenta lo scontro con la Cina, lanciando una guerra commerciale il cui obiettivo è obbligare le imprese americane a riportare la produzione negli Usa. Una volta che gli Usa saranno tornati tecnologicamente e produttivamente indipendenti, e se saranno riusciti a dividere Cina e Russia, a quel punto si apriranno davvero le porte della Terza Guerra Mondiale.

È evidente che questa nuova fase di scontro è incompatibile con la globalizzazione e con il neo liberismo. L’economia deve tornare sotto il controllo della politica, per preparare e organizzare lo scontro con la nuova minaccia incombente (per il capitale monopolistico americano), rappresentata dalla Cina. Non è più consentito ai capitali e alle merci di muoversi liberamente alla ricerca del massimo profitto, perché questa anarchia ha prodotto un indebolimento dell’apparato produttivo ed economico americano che è stato sfruttato dal nemico cinese. Le regole quindi vanno cambiate e nuove barriere doganali e regolamentali vanno innalzate per preparare la resistenza all’avanzata delle nuove potenze emergenti, ex colonie dell’occidente, che non accettano più un ruolo subordinato a livello mondiale e di vivere in condizioni di sottosviluppo, ma cercano una via indipendente e nuove relazioni economiche e politiche paritarie a livello mondiale.

In sostanza, dopo essere passati da un mondo bipolare a uno unipolare, si sta attraversando oggi una fase di passaggio, forse lunga e speriamo non dolorosa, verso un mondo multipolare, senza potenze egemoniche. Un mondo in cui ha tutto da perderci la potenza imperialista attuale e le altre potenze ad esse subordinate, come quelle europee e il Giappone.

In sostanza, la globalizzazione e il neo liberismo non sono stati sconfitti dal movimento no global; nemmeno dagli esperimenti di secessione localista, o dalla decrescita felice con la decolonizzazione dell’immaginario; o da una socialdemocrazia che invece ha agito come punta di diamante di questo processo; nulla hanno potuto le moltitudini del cognitariato in lotta per il Comune contro l’Impero[3]; non sono state le forme eque di mercato, o gli esperimenti di scambio etico con i sud del mondo a porre fine alle politiche di sfruttamento globale. Solo con l’emersione dei Brics, con la sfida che il loro sviluppo autonomo ha posto alla potenza dominante in termini economici e di potere politico, si è invertito il processo di globalizzazione e di liberalizzazione.

In tutto questo si evidenziano i ritardi di tutta la sinistra europea e di molti comunisti, che, specie in Italia, hanno considerato la politica internazionale come elemento di chiacchiera piuttosto che come elemento centrale della lotta politica. Avendo spesso abbandonato la dialettica, si è persa la capacità di individuare la contraddizione principale e le tendenze di sviluppo mondiali. Per invertire la tendenza si è puntato su una deriva neo socialdemocratica tesa a riconquistare le popolazioni europee a proposte programmatiche che prevedevano un maggiore ruolo dello stato, senza però chiedersi come mai queste politiche avessero perso di attrattiva negli anni ‘80 o se i rapporti di forza mondiale avessero influenza sulla deriva di queste posizioni. Spesso questa nuova tendenza si è accompagnata ad un eurocentrismo (o a un occidentocentrismo) che vedeva con ostilità la Cina (considerata eticamente e politicamente insostenibile perché non democratica) e la Russia post Eltsin (non vedendo che dietro l’autoritarismo di Putin, la Russia cercava di sganciarsi dal gioco dell’occidente e di uscire dalla fame e dalla miseria). I Brics andavano bene, ma solo finché rimanevano subordinati agli occidentali. O meglio, finché restavano destinatari degli aiuti occidentali e si poteva utilizzare la loro condizione di fame e miseria per suscitare pietà e compassione e mostrare la propria statura etica e morale. La solidarietà si è trasformata in ostilità nel momento in cui questi paesi hanno cercato (e in parte trovato) una propria via autonoma di sviluppo. A quel punto l’ostilità di è espressa principalmente con reprimende moralistiche per la scarsa democrazia in questi paesi. Come se questa esistesse invece nei paesi occidentali.

Tutto questo ha reso la sinistra europea cieca davanti ai grandi cambiamenti che erano in atto e quindi ininfluente rispetto alla condizione degli stessi lavoratori occidentali, la cui condizione è continuata a peggiorare senza che si sia riusciti ad organizzare una resistenza o un’inversione di tendenza. Persa la prospettiva mondiale dello scontro, dimenticandosi del vero significato dell’internazionalismo, ci è concentrati sul piano interno chiedendo al più una redistribuzione della ricchezza e coordinandosi con la sinistra che ancora resta della socialdemocrazia. In tutto questo, va dato merito al Pci, di rappresentare un’eccezione nel panorama europeo.

Alcuni esempi

Riporto qui alcuni esempi che mi sembrano particolarmente significativi per indicare questo cambiamento di tendenza nelle politiche attuali.

Il processo di deindustrializzazione americana degli ultimi 40 anni si è spinto al punto da mettere a rischio la produzione stessa degli armamenti. Come si dice in questo articolo[4]

“Lo scorso settembre, il Pentagono ha pubblicato un rapporto in cui si richiamava l’attenzione sul fatto che un numero sempre più elevato componenti cruciali per il funzionamento dei sistemi di difesa nazionali viene fornito da produttori localizzati in altri Paesi stranieri”

Le cause di questo fenomeno, si nota, vanno cercate nelle politiche di liberalizzazione messe in atto a partire dalla Presidenza Reagan

“Fu proprio grazie al colossale piano di riarmo reaganiano che il complesso militar-industriale e tutte le imprese collegate ad esso arrivarono ad occupare circa 600.000 lavoratori in più, mentre la manifattura civile perse qualcosa come 1,6 milioni di posti di lavoro. Gran parte di essi ‘ricomparvero’ improvvisamente in quei Paesi del terzo mondo caratterizzati da cambi depressi (grazie anche all’impatto della crisi debitoria), bassa remunerazione salariale, scarse tutele lavorative e fiscalità ‘allegra’ presso i quali le industrie statunitensi trasferirono gli stabilimenti produttivi per sfuggire alle condizioni proibitive che si erano venute a creare in patria a causa della stretta creditizia varata dalla Fed e della politica del dollaro forte. Il fenomeno, che nella sua fase iniziale si manifestò sotto forma di subappalto da parte della grande distribuzione, si allargò tuttavia in maniera assai rapida a una serie di settori producendo risultati pesantissimi per il tessuto manifatturiero statunitense, sia in termini di deindustrializzazione che di perdita delle competenze strategicamente fondamentali. Tanto più che numerosi comparti interessati dal fenomeno risultano centrali per la produzione bellica.[…] È a causa dell’«erosione della manifattura americana verificatasi nell’ultimo ventennio  […] che oggi  dipendiamo […] da catene di produzione esterne» che molto spesso fanno capo a nazioni non sempre alleate degli Stati Uniti, come la Repubblica Popolare Cinese, dove si fabbricano componenti elettroniche e prodotti in alluminio necessari al sistema di difesa Usa.”

E sono gli stessi militari a chiedere, ed ottenere dal Presidente Trump, l’inversione del processo di globalizzazione della produzione:

“Ora, il Pentagono invoca a gran voce l’arresto delle «distorsioni del mercato operate dalla Cina, perché rischiano di far perdere agli Stati Uniti le tecnologie e le capacità industriali alla base della nostra potenza militare». Alcune misure adottate dall’amministrazione Trump, a partire da quelle a difesa delle tecnologie nazionali e da quelle volte a reindustrializzare il Paese (o quantomeno rimpatriare le produzioni strategicamente cruciali), vanno indubbiamente nella direzione auspicata dai militari.”

L’influenza dei nuovi equilibri mondiali ha toccato anche il nostro continente e il nostro paese, che è stato all’avanguardia del processo di liberalizzazione, in particolare con i governi di centro-sinistra (a partire dai governi Ciampi, Amato e Prodi), che hanno smantellato il ruolo dello stato in economia, tanto dal punto di vista della proprietà (con le privatizzazioni e la fine dell’Iri e della presenza dello stato nella produzione) quanto dal punto di vista della regolazione (con le liberalizzazioni, cioè con una riduzione drastica della regolamentazione del mercato, tra cui si ricordano le “lenzuolate” di Bersani, la riforma Fornero, il Jobs Act di Renzi).

La politica europea, e quindi quella italiana, si sono concentrate sull’impedire la creazione di monopoli o oligopoli a livello continentale, tali da ridurre la concorrenza di prezzo sul mercato europeo. Questo però, a quanto pare ha impedito la creazione di imprese europee di una dimensione tale da potere competere con quelle americane e cinesi, rendendo quindi le imprese europee possibili prede per i concorrenti di maggiore dimensione. Inoltre si è impedita qualsiasi partecipazione degli stati a queste imprese.

Tutto questo non risponde più alle esigenze del capitale europeo, tanto che gli stessi profeti storici del liberismo e della concorrenza attuano improvvise conversioni in età senile[5]:

“Sul fronte dei critici del divieto [di concentrazioni europee] si sono innanzi tutto posizionati i ministri dell’industria tedesco (Peter Altmaier) e francese (Bruno Le Maire), firmatari lo scorso 19 febbraio del “Franco-German manifesto for a European industrial policy for the 21st century”, a cui si sono uniti le Confindustrie tedesca e francese, nonché personaggi come Romano Prodi, Guy Verhofstadt e la stessa Angela Merkel. Sia pure con toni diversi, tutti costoro auspicano l’emergere di veri campioni europei, capaci di presidiare un mercato globale proiettato al 2030, dove la presenza di giganti americani e sempre più cinesi (indiani? coreani? brasiliani?) rischia di generare alte barriere all’entrata a concorrenti esterni, che possono essere anche molto forti nell’innovazione tecnologica ma penalizzati da inferiori dimensioni produttive e commerciali.”

La ragione è presto detta:

“Una severa politica della concorrenza, al cui centro sono da sempre gli interessi dei consumatori e degli utilizzatori, può confliggere con una moderna (non velleitaria e protezionistica) politica industriale? In un seminario Astrid a Roma del 28 marzo Gustavo Ghidini segnalava il rischio di una paradossale eterogenesi dei fini se l‘antitrust europeo, per evitare la creazione di imprese europee troppo grandi sul mercato interno, favorisse di fatto scenari in cui grandi gruppi extraeuropei giungono a emarginare i concorrenti sul mercato globale e sullo stesso mercato europeo.”

La causa di questa conversione non è un’offensiva della sinistra antiliberista, ma la sfida lanciata dalla Cina al monopolio tecnologico occidentale.

“Non si dimentichi che, mentre oggi la mancata fusione Siemens-Alstom impedisce la nascita di un colosso ferroviario da 15 miliardi di euro di fatturato e 62 mila dipendenti, la cinese Crrc con sostanziosi aiuti di stato fattura (per ora soltanto sul proprio mercato) 26 miliardi e ha 190 mila dipendenti.”

Davanti a questa minaccia cade improvvisamente uno dei tabù degli ultimi 40 anni, quella della presenza dello Stato in economia e in particolare nel capitale di aziende private. Quella che, fino a pochissimo tempo fa era ritenuta una lesione della concorrenza da sanzionare, diventa ora una politica da promuovere:

“Il 5 febbraio, lanciando la “German 2030 industrial strategy”, il ministro Altmaier si è spinto ad affermare che, in presenza di sfide fondamentali per l’economia nazionale, “lo Stato dovrebbe, per un limitato periodo di tempo, essere in grado di acquistare quote proprietarie di società private o fornire aiuti di stato finalizzati ad agevolare le necessarie fusioni tra imprese”. Se non si tratta di una pericolosa fuga in avanti di un liberale non colbertista, è piuttosto un segno dei tempi per ridisegnare politiche industriali e della concorrenza meno condizionate dall’ideologia neoclassica dominante, più aperte a una visione schumpeteriana che guarda al perseguimento dei vantaggi competitivi dinamici nazionali ed europei. Una politica dove il consumatore-lavoratore presente e futuro è meglio difeso se vi sono imprese che creano occupazione sostenibile perché competitive sul mercato globale.[6]

Ogni ulteriore commento mi sembra superfluo. Spero invece in un altrettanto veloce ripensamento della sinistra europea e dei comunisti rispetto agli errori fatti negli ultimi decenni. Lo dobbiamo ai lavoratori.


[1]      Con questa espressione intendo tutte quelle formazioni di sinistra, siano esse comuniste, socialiste, socialdemocratiche o  della sinistra radicale, che hanno fatto del neoliberismo il principale obiettivo politico, tralasciando le tematiche dell’internazionalismo. L’elemento comune a questi partiti di estrazione diversa è l’aspirazione a tornare a forme regolate di capitalismo che hanno visto il proprio apice durante i “trenta gloriosi” e che hanno caratterizzato specialmente i paesi scandinavi o paesi come Francia o Germania.

[2]      La richiesta di Trump alla riunione della Nato di Luglio 2018 di spostare l’obiettivo di spesa militare al 4%, quando molti paesi europei non raggiungono neanche il precedente obiettivo del 2%, sembra piuttosto una provocazione per arrivare a un disimpegno degli Usa dall’Alleanza. Si veda: Nato, Trump chiede agli alleati il 4% del Pil per la Difesa  https://www.repubblica.it/esteri/2018/07/11/news/trump_a_bruxelles_pe_merito_mio_la_nato_ha_raccolto_i_soldi_-201455031/

[3]      Mi riferisco alle teorie post-operaiste di Negri e Hardt.

[4]      Il Pentagono: la deindustrializzazione minaccia la sicurezza nazionale http://www.enzopennetta.it/2019/03/il-pentagono-la-deindustrializzazione-minaccia-la-sicurezza-nazionale/

[5]      Politica Ue tra campioni industriali e rigido antitrust https://www.lavoce.info/archives/58388/58388/

[6]      Il grassetto è mio.

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