Home Esteri “Start up a war – Psicologia di un conflitto”

“Start up a war – Psicologia di un conflitto”

723
1

Quello che i media non hanno raccontato sul conflitto in Ucraina. Pubblichiamo un approfondimento a proposito di un documentario dell’anno scorso, che racconta la verità sul conflitto in Ucraina ed, in particolare, nell’area del Donbass.

di Laura Baldelli

“Start up a war – Psicologia di un conflitto” è un documentario del 2018 di Sara Reginella, psicoterapeuta, specializzata in psicologia clinica e giuridica, prestata al cinema, diplomata in regia e sceneggiatura presso l’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna; una giovane donna che ha sentito l’esigenza e l’urgenza dell’impegno civile, mettendo a valore le conoscenze e le competenze professionali per analizzare e documentare come le comunicazioni di massa siano strumento pianificato al servizio dei poteri economici e politici, anche e soprattutto nel fomentare i conflitti.

sostieni il partito

L’autrice, ci racconta con un onesto punto di vista il golpe in Ucraina, lo aveva già fatto nelle sue opere precedenti: “I’m italian”, “Voci”, “Le stagioni del Donbass”, ora il lavoro è ancora più documentato e consapevole, grazie alle interviste dei protagonisti e testimoni dei fatti.

L’impegno di Sara è grande e generoso: produce i suoi lavori, scrive la sceneggiatura, si occupa del montaggio e spesso gira con la telecamera a spalla; inoltre i proventi, se ci sono, visto che spesso viene proiettato gratuitamente, sono devoluti all’Associazione Antifascista di amicizia Italia-Donbass, che si prende cura degli orfani del conflitto.

“Start up a war” ha avuto riconoscimenti in molti festival internazionali,  vincendo: il Virgin Spring Cinefest di Calcutta India, il Calcutta  International Cult Film Festival, Il festival international de Cine de Medellin Colombia, Festival de Cine indipendente de Salto Uruguay, Eurasia International Monthy Film Festival Mosca, Moscow Indie Festival, L’Orinos Film Awars Aosta Italia ed innumerevoli nominations, selezioni e proiezioni in molti festival internazionali.

Il documentario, che è un reportage, è girato da Sara con telecamera a spalla e grandangolo, sostenuto da iun’efficace fotografia, che ricercando sempre l’autenticità delle immagini, cattura l’immediatezza  degli intervistati e dei fatti. Non c’è scoop, c’è verità.

Ci sono anche filmati inediti dell’agenzia Ruptly video News Agency, di Eliseo Bertolasi e di Sergey Rulev, girati durante il golpe a Kiev e quelli della strage di Odessa, volutamente evitati dai media italiani ed europei o meglio occidentali, che hanno manipolato la vera informazione di quello che è accaduto veramente in Ucraina.

La post produzione video e color-grading è di Michele Senesi, la post produzione audio da Minestudio Recording, che spesso collaborano con la regista; le musiche sono affidate a gruppi musicali presenti nell’impegno civile: Banda Bassotti, in prima linea nella campagna di sostegno internazionalista “Carovana antifascista” nei territori del Donbass .e Oceans on the Moon. La voce narrante è di Giulia Poeta.

In Ucraina tutto è iniziato con la popolazione scesa in piazza Majdan  nel 2014 contro il governo corrotto di Janukovjc, una giusta protesta civile contro la corruzione, rapidamente però intercettata dai nazionalismi filo-nazisti, che hanno trasformato gli scontri e le proteste tra “buoni ucraini” e “cattivi moscoviti”, quest’ultimi raccontati come dominatori e sfruttatori, a fronte invece di un’Europa che avrebbe portato, dopo i sacrifici, ricchezza e benessere; intanto messaggi manipolatori, basandosi su strumenti psicologici, hanno fomentato una guerra civile fino ad arrivare al colpo di stato del 22 febbraio 2014 a Kiev.

In occidente il conflitto è stato presentato come “l’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina indipendente” e in piazza Majdan ha parlato anche il senatore degli USA John McCain per sostenere, come dichiarò nel suo discorso…”la pacifica protesta”.

La Crimea scelse subito il referendum popolare per decidere il distacco dall’Ucraina ed entrare nella Federazione russa.

La tesi della regista è che nel mondo contemporaneo, i conflitti si generano e si combattono sul piano comunicativo prima che in battaglia e spesso i poteri più forti, che hanno in mano i mezzi d’informazione, esercitano una disonesta rimozione e negazione delle ragioni e degli interessi di una delle parti coinvolte. Infatti i media occidentali hanno messo in campo una guerra ideologica con forte valenza distruttiva e purtroppo è un modello esportabile ovunque ai fini di scatenare conflitti e guerre civili.

Il documentario mette in luce i meccanismi innescati dietro lo scoppio di una guerra ed evidenzia come il modello psicologico relazionale conflittuale tra le persone venga fomentato al fine di scatenare conflitti geo-politici. Per scatenare i conflitti tra gli individui fondamentali sono le tecniche mediatiche di manipolazione di massa.

Infatti nella prima parte del documentario si racconta l’esperienza della rivolta di piazza Majdan a Kiev e ci sono immagini inedite che i media occidentali hanno ben occultato e non hanno permesso ai cittadini europei di farsi un’opinione corretta e soprattutto di vedere le squadracce naziste in azione.

Nella seconda parte il conflitto bellico viene raccontato come un conflitto tra individui e siamo nella regione del Donbass, che resiste dopo la  dichiarazione d’indipendenza da Kiev. La regista raccoglie preziose interviste-testimonianze di prima mano parlando in russo: della prof.ssa Galina Zaporozhtseva, psicologa presso l’Accademia Ucraina di Polizia, dell’ex-deputato al Parlamento Ucraino Oleksiy Zhuravko, del Generale IV Brigata Aleksey Markov “Dobrij”, del comandante XIV Battaglione Prizrak Nemo, l’italiano che combatte in Donbass e coautore del libro assieme ad Alberto Fazolo “In Donbass non si passa”, della volontaria Yana Alekseenko, del sacerdote della Chiesa ortodossa di Lugansk Padre Alexander, e soprattutto di Igor Nemodruk sopravvissuto alla strage del 2 maggio dei resistenti di Odessa, che rivela che prima dell’incendio presso la camera del lavoro arrivarono i torturatori.

Locandina della proiezione del documentario a Roma, a cura dell’Associazione antifascista di amicizia Italia-Donbass, che si terrà sabato 29 giugno.

Di grande valore documentale ed etico sono le immagini di vita quotidiana nelle repubbliche di Donetsk e Lugansk, dove i cittadini liberi ed autodeterminati, patrioti ed internazionalisti allo stesso tempo lavorano, mai domi, ogni giorno alla ricostruzione, nonostante di notte l’esercito ucraino bombardi scuole, ospedali e civili abitazioni, perseverando in una guerra fratricida, ma che l’occidente racconta come “terrorismo”; i giovani non dimenticano la Storia e fanno visita agli eroi, ancora vivi, della seconda guerra mondiale che liberarono l’Europa dal nazifascismo e per strada la gente festeggia le date della liberazione con slogan come “cultura al popolo” e sostiengono con ogni mezzo il proprio esercito e le brigate internazionali, come la Brigata Prizrak, che proteggono l’indipendenza.

L’esperienza dell’emancipazione, dell’uguaglianza, dei diritti creata dall’idea socialista è forte tra la popolazione e quel modello di solidarietà ed indipendenza viene difeso a costo della vita da veri resistenti.

Quanto invece noi abbiamo dimenticato la nostra Resistenza a fronte di un antifascismo di facciata e di lotte solo per alcuni diritti civili, dimenticando le lotte per il rispetto del lavoro e dei lavoratori, dei beni comuni, e quanto dovremmo imparare da questo popolo che osa opporsi alle logiche predatorie dell’imperialismo USA, a cui invece l’Europa della finanza e della politica si sottomette.

A riprova di questo anche il regista americano Oliver Stone racconta i fatti di Kiev di piazza Majdan nel documentario “Ukraine on fire”, evidenziando il ruolo degli USA durante il colpo di stato e il documentario è stato osteggiato in tutti i modi e può essere visionato solo in dvd privatamente. Stessa denuncia dal fotoreporter Eliseo Bertolasi, con cui la regista Reginella collabora da anni, che documenta come le finte rivoluzioni colorate, in un copione spesso ripetuto, siano diventate “nere marce militari” e il colpevole il ruolo dell’occidente nel fomentare i disordini in chiave anti-russa.

Anche lo scrittore Nicolai Lilin, autore de ”L’educazione siberiana”, sostiene le responsabilità degli USA e il ruolo dei media occidentali che hanno raccontato la storia più funzionale agli interessi dei governi USA. Sara Reginella assieme a Eliseo Bertolasi, a Nicolai Lilin e Vauro Senesi ha realizzato “Le stagioni del Donbass”, lavoro che ripercorre i fatti del golpe ucraino, visibile su Pandora Tv.

Oggi in Venezuela assistiamo allo stesso film già visto: l’azione distruttrice degli USA nei confronti del popolo venezuelano e del governo democratico. L’Ucraina, come il Venezuela fa gola al capitalismo predatorio per le ricchezze del sottosuolo e per gli estesi territori fertilissimi, oltre al fatto che si trova al confine con la Federazione Russa e non a caso “Ucraina” significa confine. In tutti i territori ex URSS l’apertura all’occidente ha significato privatizzazioni selvagge e corruzione da parte di spregiudicati oligarchi, il popolo del Donbass invece ha espresso attraverso il voto la volontà di costruire le Repubbliche Popolari con un dichiarato intento di lotta al neonazismo.

“Start up a war – Psicologia di un conflitto” sta girando nelle università e in alcuni cinema indipendenti, è un documentario da vedere per divulgare la verità su un conflitto mai cessato, che procede a bassa intensità, cercando di logorare la popolazione resistente del Donbass.

Oggi un fatto se non è raccontato dai media rischia di non esistere, per questo Sara ha cercato di documentare la verità dei fatti, un’impresa importante riuscita tramite i social che le hanno permesso di trovare i fixers che le hanno facilitato i contatti, gli spostamenti direttamente nei territori.

Grazie a Sara Reginella per il suo prezioso impegno civile!

iscriviti

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Solve : *
5 + 30 =