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Flat tax: il paradiso per ricchi dei tassapiattisti

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di Francesco Valerio della Croce, Segreteria nazionale Pci

Meno tasse sui ricchi e sui profitti significa in automatico più lavoro, più investimenti e più ricchezza per tutti. Così ripete oggi Salvini ma, se ascoltiamo bene, in lontananza sentiamo le vocine di Renzi, Berlusconi, e ancor più lontano di Reagan, che in coro ripetono la stessa mendace decennale litania al dio mercato.

Falso! Rispondiamo noi che abbiamo imparato sulla nostra pelle che le politiche in favore dei ricchi sono sempre e solamente a favore dei ricchi, prive di qualsiasi briciola per tutti gli altri.

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E’ vero il contrario: meno tasse sui profitti delle imprese significa spostamento delle perdite di profitto dei private sulle spalle dello Stato, cioè di tutti noi.

La storia della patria del liberismo ci spiega perchè: è possibilissimo, infatti, avere contemporaneamente significativi livelli di profitto e alti livelli di tassazione di quei profitti. Nel secondo dopoguerra, infatti, gli USA avevano contemporaneamente il livello più alto di profitto (28% dal 1941 al 1956, andando tendenzialmente a ridursi al 14% in anni a noi più vicini, come documenta Vladimiro Giacchè in una relazione a un convegno del 2003, intitolata ” Il ritorno del rimosso: Marx, la caduta del saggio di profitto e la crisi“) e di tassazione sui profitti stessi (al 36,8% nel periodo 1947 -1969, poi sceso al 23% negli anni più recenti, come riporta ancora Giacchè nel suo “Titanic Europa” del 2012).

Così come accadeva con l’Italia della “Prima Repubblica”, in cui negli anni del miracolo e della crescita erano in vigore aliquote massime Irpef, superiori a 70/60%.

Meno tasse per tutti, pertanto, non significa affatto più benessere per tutti.

Perchè era possibile? Per l’alto livello di domanda, per la crescita costante del potere d’acquisto dei lavoratori e del popolo tutto, grazie a decenni di lotta di classe e ad uno Stato in grado di governare e guidare il mercato e l’economia. Tutto ciò permetteva ai salari di crescere in maniera superiore rispetto agli indici di crescita della produttività.

Non ci serve, quindi, nessuna riduzione delle tasse per chi ha ricchezze e profitti significativi. Meno tasse per i ricchi e per le imprese significherebbero solo meno entrate per lo Stato, meno diritti e meno servizi garantiti per le classi più povere.

Per tanto, diciamo un chiaro NO alla Flat Tax, al paradiso dei ricchi auspicato dai neofanatici tassapiattisti. Della riforma legislativa propugnata in particolar modo dalla Lega ad oggi non c’è traccia negli Uffici parlamentari, tanto meno di coperture (magari aumento automatico Iva? Eliminazione delle attuali deduzioni?). Ne abbiamo una sola nel “contratto” di governo che prevede una doppia aliquota “al 15% e al 20% per persone fisiche, partite IVA, imprese e famiglie“.

Servono più salario, più Stato, più lavoro stabile, più diritti. La vera rivoluzione fiscale è quella della Costituzione: chi più ha più paga, per permettere a chi meno ha di pagare di meno e di godere effettivamente dei diritti.

Basta con le politiche dal lato dell’offerta: oggi le chiamano all’inglese, ieri si chiamavano taglio del costo del lavoro, decontribuzioni, sgravi alle imprese, ecc.

Immaginiamo, poi, solo per un momento una riduzione delle aliquote fiscali, soprattutto a vantaggio dei redditi più ricchi, ed il contemporaneo aumento generalizzato dell’Iva per tutti (a tutto svantaggio dei redditi più bassi), in programma come “clausola di salvaguardia” per far quadrare i conti a Bruxelles, a spese dei consumatori più poveri.

Un capolavoro di liberismo, un ulteriore spostamento delle ricchezze verso le classi più ricche, uno svuotamento dello Stato (accompagnato dal procedimento di regionalizzazione che punta allo smembramento della Repubblica e alla cancellazione dell’art. 3 Cost. e delle prerogative dello Stato tese ad adottare politiche attive, di indirizzo e di governo dell’economia) e dei diritti che solo il pubblico può garantire (istruzione, sanità, ecc.).

E’ in atto una vera e propria rivoluzione passiva neo liberale. Ai comunisti il compito di essere l’anima della opposizione e dell’alternativa.

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