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UNA MANOVRA CHE SI ANNUNCIA RESTRITTIVA: I VINCOLI EUROPEI SONO IL PROBLEMA

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di Bruno Steri

Alla vigilia della presentazione della Legge di bilancio si fanno febbrili le consultazioni tra le forze di governo e si accavallano sui media le previsioni. Ma sin dal varo della Nadef, la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, ufficializzata alla fine di settembre e anticipatrice del quadro complessivo, gli umori non hanno teso affatto all’ottimismo. Anche tra gli osservatori più benevoli nei confronti del governo Conte 2 ha continuato a serpeggiare una certa delusione: una “manovra piccola piccola” è stato uno dei commenti più pacati. Il fatto è che, quale che sia il governo in carica, con vincoli esterni imposti e subiti senza la minima resistenza, la coperta finisce per risultare comunque stretta, nonostante ogni proclamazione di buone intenzioni.

Lo scarto tra baldanzose promesse e risultati effettivi si era già dimostrato eclatante quando, a fine 2018, lo scorso governo “giallo-verde” ha messo mano alla manovra per il 2019: agli annunci battaglieri era seguita infatti una sostanziale resa ai severi riscontri dell’Unione europea. Un po’ di memoria non guasta. Rispetto a quel che era stato originariamente proposto, il deficit nominale veniva rivisto al ribasso, passando dal 2,4 al 2%; e la crescita del Pil veniva ridotta dall’ottimistico 1,5% assicurato dal governo ad un più sobrio 1%. Così, le proposte-cardine di Lega e 5Stelle, Reddito di cittadinanza e Quota 100, dovevano subire un impietoso ridimensionamento (rispettivamente di 2,7 miliardi e 1,9 miliardi) rispetto a quanto previsto. Accanto a nuove dismissioni di beni dello Stato, tutti gli ambiti più sensibili della spesa di bilancio divenivano oggetto di tagli più o meno consistenti: dal Fondo nazionale sanitario ai comparti scuola e ricerca, dal rinnovo dei contratti pubblici alle disponibilità degli enti locali e alla viabilità secondaria; dal Fondo Utilizzo Fondi Europei al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione Territoriale. Dulcis in fundo, Bruxelles otteneva una vigilanza sui conti successivi al 2019, una vera e propria bomba a orologeria sul 2020 e il 2021: a garanzia del rispetto dei vincoli di bilancio pattuiti in sede europea, le famigerate clausole di salvaguardia sull’Iva – cioè le risorse da risparmiare o tagliare, onde evitare l’aumento dell’Iva – sono lievitate a 23 miliardi per il 2020 e a 29 miliardi per il 2021.

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Con Conte 2, il governo sostenuto da Pd e M5Stelle, nella sostanza la musica non sembra essere cambiata. Torneremo sul tema a conti ufficiali fatti. Ma già ora, al di là del dettaglio di questa o quella provvidenza o di questo o quel sacrificio, si può confermare un punto di fondo. Lo sintetizziamo con le parole lapidarie di Gustavo Piga, non certo un pericoloso sovranista ma un economista intelligente: “In un momento in cui l’economia italiana è in stagnazione (…), il Governo continua a confermare, anzi rafforza, la politica fiscale restrittiva”. Ricapitoliamo brevemente. Bruxelles ha fatto l’inumano sforzo di aumentare il deficit disponibile per il nostro bilancio 2020 dall’1,4% al 2,2% del Pil: una flessibilità equivalente a 14,4 miliardi resi disponibili, cui vanno aggiunti 7,2 miliardi che dovrebbero provenire dalla lotta all’evasione, più 8/9 miliardi ricavati da ulteriori privatizzazioni e vendite di immobili pubblici, spending review, eliminazione di sussidi dannosi per l’ambiente, taglio di detrazioni e deduzioni fiscali. Si tratta complessivamente di risorse per una manovra di una trentina di miliardi che vanno a coprire altrettante spese: 23 miliardi di clausole di salvaguardia ereditate dal governo precedente per evitare l’aumento dell’Iva, 3 miliardi per il taglio del costo del lavoro (cuneo fiscale), 3 miliardi di spese “indifferibili” (il minimo sindacale per mantenere vivo il settore pubblico), graduale azzeramento (in 3 anni) del ticket sanitario.

Si tratta di risorse scarse e, in qualche caso, aleatorie (vedi la lotta all’evasione, un ritornello tanto citato ad ogni manovra quanto evanescente nei risultati concreti) o socialmente ingiuste (vedi privatizzazioni e eliminazione di detrazioni fiscali), a fronte di una spesa ridotta all’osso. Insomma, una “manovra restrittiva” che non annuncia alcuna politica espansiva e di rilancio degli investimenti pubblici, come la fase richiederebbe con urgenza. Una manovra che, come paventa ancora Piga, “ci porterà in recessione”.

Non vi è stato alcun atto di coraggio da parte del governo, nessun braccio di ferro ingaggiato contro le prescrizioni della Commissione europea e i suoi vincoli, tanto ragionieristici quanto antipopolari. Stiamo parlando del bilancio italiano, ma – come si vede – il problema numero uno resta questa Unione europea.

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