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FLAT TAX: L’OFFENSIVA CLASSISTA DEI PADRONI

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di Dario Marini – Presidente Regionale Veneto PCI

Tanti in questa campagna elettorale guardano con favore alla Flat Tax (con aliquote oscillanti  attorno al 20%), e non solo nell’ambito della destra berlusconiana. Si potrebbe pensare che  siamo di fronte  ad una delle tante incredibili sparate propagandistiche che in questi tempi vengono propinate  agli elettori. Non è così: in questo caso si tratta di una vera propria offensiva di classe da parte  delle forze economiche dominanti, con l’obiettivo strategico di attuare un colossale trasferimento di ricchezza dalle classi popolari alle loro già pingui finanze.

Noi del PCI, oggi impegnati nell’entusiasmante esperienza di Potere al Popolo, siamo fra le poche forze, sia con le competenze tecniche sia con la volontà politica, per poter denunciare questo pericolo; altri, invece, anche a sinistra sembrano sottovalutarlo o non hanno il coraggio di affrontarlo né sul piano etico né su quello socio-economico. Su un punto tutti i democratici e i progressisti sono d’accordo, né potrebbe essere altrimenti: la Flat Tax sarebbe palesemente incostituzionale. Si eliminerebbe il principio della progressività del nostro sistema tributario; e  poco verrebbe a cambiare sul piano etico con l’introduzione di una serie di detrazioni alla base imponibile per i redditi minimi. Per noi comunisti la questione di legittimità costituzionale é già di per sé un pilastro irrinunciabile, però dobbiamo capire che per molti nostri concittadini questo non è percepito come un vulnus alla democrazia. Né bastano da soli gli appelli etici e morali; dobbiamo essere in grado di dimostrare che tale proposta è non solo immensamente ingiusta, ma anche inefficace come scelta di politica economica in grado di rimettere in moto lo sviluppo e l’occupazione nel nostro Paese. Su questo specifico, ci mancherebbe altro, anche il Pd e LeU hanno prodotto tutta un serie di denunce e di controproposte sulle quali, condividendole, sorvoliamo, per concentrare la nostra attenzione su una serie di questioni che ci paiono fortemente connotate in un ottica di classe.

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La prima questione, di cui nessuno sinora ha trattato, sta nella convinzione portata avanti da quasi tutti che l’idea della progressività nasce esclusivamente dall’esigenza di provvedere a una redistribuzione del reddito nazionale a favore delle fasce economicamente più deboli della popolazione. Certo questo è e deve essere l’obiettivo principale, però bisogna trasmettere un altro messaggio fondamentale: la necessità di una tassazione progressiva deriva anche dal fatto che per alcuni servizi lo Stato è infinitamente più importante e utile per il ricco che non per il proletario. Per esempio tutta l’attività dello Stato di provvedere alla difesa della proprietà privata, che comprende giustizia, polizia, esercito serve in misura più che proporzionale ai ricchi che ai ceti popolari, i quali nella stragrande maggioranza posseggono pochi beni di un qualche valore. Così pure riguardo alle infrastrutture come porti, aeroporti, autostrade. Inoltre come ben si conosce non è assolutamente vero che la sanità e l’istruzione pubblica gratuita sono appannaggio delle classi povere; ne usufruiscono anche i ricchi, eccome. In Italia la maggior parte dei nababbi utilizza le eccellenti strutture sanitarie di base, limitandosi a pagare solo una serie di servizi accessori e soprattutto a comprarsi l’accorciamento delle liste d’attesa o la scelta dei professionisti più richiesti. Categoria analoga anche riguardo alla scuola pubblica. A non pochi di noi è capitato di avere seduto nel banco accanto un compagno di scuola appartenente ad un una famiglia abbiente. La selezione di classe avviene con la frequenza di costosi corsi privati, di soggiorni all’estero, di master di specializzazione post-laurea, ecc ecc.

Un altro argomento forte contro la flat tax sta nella funzione anticiclica, da sempre riconosciuta dalla scienza economica alla progressività della tassazione. Non è cosa da poco visti i margini di crescita microscopici del nostro Paese; margini irrisori, al di là delle sparate propagandistiche del Governo. Il meccanismo è semplice, e non si capisce perché gli esperti della sinistra moderata non hanno sinora cavalcato la questione. Fin dalla crisi del ’29 in poi il compito principale delle politiche economiche di matrice Keynesiana è quello di “stabilizzare” il ciclo economico, in entrambi i sensi. In caso di ciclo  negativo i redditi scalano agli scaglioni inferiori e quindi le tasse a livello individuale scendono in misura più che proporzionale rispetto alla riduzione del reddito, svolgendo una funzione di sostegno dei consumi, soprattutto di quelli popolari, legati in larga parte alle esigenze primarie delle famiglie. Il sistema proposto dalla “tassa piatta”, invece, provocando anche uno sbilancio della pressione tributaria a favore delle imposte dirette (IVA), che sono notoriamente regressive, conduce sempre ad un regime di tassazione che accentua e aggrava i cicli negativi di un’economia. C’è da aggiungere poi che, come ormai universalmente riconosciuto, ogni redistribuzione del  reddito nazionale a favore delle classi lavoratrici provoca un rilancio dei consumi e una conseguente espansione dei livelli occupazionali.

Un’altra questione che i testimonial di questa “rivoluzionaria” riforma fiscale sbandierano quotidianamente è il mantra dei tagli alla spesa pubblica. Il costo complessivo del tutto è stimato tra i 30 e 40 miliardi l’anno, e questi dovrebbero essere reperiti dai tagli della spending review. Nessuno ovviamente si cura in modo puntuale ed analitico di precisare quali spese devono essere prese di mira ed in quale entità. L’unica cosa sicura è l’abuso che si continua a fare dei termini “risparmi di spesa” e “tagli ai rami secchi dello Stato”. A guardar bene è la solita vecchia panacea che il padronato propone come soluzione di tutti i mali delle economie capitaliste occidentali: il massacro dello stato sociale. Sarebbe bene  vi fosse una forza politica di classe che ribadisse con   continuità e autorevolezza  che cosa significhi nella sostanza della vita quotidiana la spesa pubblica. Si tratta, come continuiamo a ripetere noi del Pci e che ripete anche Potere al Popolo, di stipendi prima e pensioni poi che servono a far funzionare ospedali, scuole e al mantenimento di tutti quei sevizi pubblici che la maggioranza dei nostri concittadini non sarebbero in grado di pagare da soli.

Si ritiene necessario, infine, chiudere queste brevi riflessioni con un ragionamento su quella che è certamente la più grossa bufala tra le tante messe in circolazione dai paladini della Flat Tax. Si e ripetuto fino alla nausea, specie dal fantasma di Berlusconi, che se si abbassano le aliquote la gente sarà invogliata e incoraggiata a stabilire un nuovo rapporto con il Fisco. E’ una teoria senza alcun fondamento scientifico, una affermazione del tutto apodittica, qualcosa che non è mai stato sottoposto alla verifica della realtà. Una sola sintetica osservazione. Questa è legata al rapporto di reciprocità e di complementarietà fra l’evasione dell’Irpef e quella dell’Iva. Quale imprenditore o professionista che evade abitudinariamente potrebbe aumentare il proprio reddito dichiarato, senza dover far crescere anche l’Iva. Ciò implicherebbe in modo matematico un avvicinamento al livello di tassazione attuale. Vi immaginate la moltitudine di impenitenti marpioni, che da sempre si sono fatti beffe dello Stato, pronta a seguire in modo fideistico l’appello al senso civico di quelle forze politiche che hanno da sempre tollerato e alle volte pubblicamente sostenuto l’evasione fiscale?

 

 

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