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Embraco: e adesso Calenda, che facciamo?

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di Giorgio Langella, direzione nazionale PCI, dipartimento lavoro

Il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, di fronte alla decisione della Embraco (azienda controllata dalla multinazionale Whirpool) di confermare il licenziamento di 497 lavoratori e la delocalizzazione della produzione ha dichiarato: Alla proposta del governo su stop licenziamenti e cig, Embraco ha risposto negativamente, si conferma un atteggiamento di totale irresponsabilità dell’azienda. Le loro motivazioni dimostrano una mancanza di attenzione al valore delle persone e alla responsabilità sociale dell’impresa”.

Si potrebbe dire, “meglio tardi che mai”. Finalmente un ministro critica un’impresa. Ma quali sono le soluzioni prospettate? Qualche rimostranza? Definire “gentaglia”, come ha fatto Calenda, dirigenti, consulenti legali e padroni della Embraco? Dire che con loro non si può più trattare? Fare la voce grossa? E poi, cosa succederà? È facile prevedere che tutto resterà come prima … licenziamenti, delocalizzazioni, lavoro precario, insicuro, mal pagato. Specialmente dopo il 4 marzo, giorno delle elezioni.

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Eppure la soluzione ci sarebbe. La troviamo nella Costituzione (cfr. articoli 42 e 43) e ha un nome: esproprio! E nessuno può negare che il lavoro non sia un motivo di interesse generale. Espropriare è una soluzione chiara che farebbe capire agli “im-prenditori” (italiani o esteri, non importa) e alle multinazionali che sfruttano il nostro lavoro e il nostro territorio che l’Italia è un paese sovrano e democratico e che, ancora, la Costituzione è la prima legge dello Stato. Dobbiamo far capire a “lorpadroni” che garantire il diritto al lavoro, è qualcosa che vale molto di più di qualsiasi trattato internazionale e di qualsiasi profitto personale. La Costituzione, che dichiara che “la sovranità appartiene al popolo” e che la Repubblica è fondata sul lavoro, non può essere ignorata. Da nessuno.

Nei programmi elettorali delle varie forze politiche c’è poco o niente di diritto al lavoro e di sovranità che è proprietà del popolo e non che da esso venga lasciata a chi governa. C’è molto di incentivi alle imprese, di abbattimento delle tasse alle imprese, di “mano libera” alle imprese che poi sono quelle che licenziano e delocalizzano. Del resto, cosa ci si può aspettare da chi ha approvato tutte le leggi che hanno tolto i diritti di chi lavora e che ha imposto il pareggio di bilancio in Costituzione?

Solo Potere al Popolo! ha il coraggio di dire a chiare lettere che il sistema capitalista non va, che la Ue e i trattati hanno creato disastri, che vanno rotti, che il popolo formato da chi vive del proprio lavoro è stato espropriato della sua sovranità e che è necessario che la riconquisti.

Solo Potere al Popolo! ha l’onestà di dichiarare che la Costituzione deve essere riportata alla sua forma originale, che la cancellazione dell’articolo 81 (quello del pareggio di bilancio) è una priorità assoluta, che la Costituzione va attuata nella sua interezza.

Solo Potere al Popolo! Afferma chiaramente che bisogna garantire a tutti un lavoro continuativo, sicuro e ben retribuito. Che l’innovazione tecnologica e i benefici della cosiddetta “nuova rivoluzione industriale” non possono e non devono arricchire una esigua minoranza ma che deve permettere a tutti di lavorare meglio e meno a parità di retribuzione.

Solo Potere al Popolo! dice che il mercato non può essere il regolatore di tutto ma che lo Stato deve tornare ad essere il motore dello sviluppo del nostro paese, pianificatore e proprietario delle industrie strategiche e dell’economia del nostro paese. Uno Stato che rifiuta il ruolo di “privatizzatore” e di spettatore del disastro che “lorpadroni” hanno creato.

Si dia ancora la speranza a tutti gli onesti di poter essere protagonisti del proprio futuro e si colpisca con la severità prevista dalla legge e dalla Costituzione quella “gentaglia” che accumula ricchezze alle spalle di chi lavora. Che si possa gridare “Lavoratore, il padrone non potrà più mangiare la tua povertà”.

 

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