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Tagli e ritagli!

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di Mauro Alboresi, Segretario nazionale PCI

Nei giorni scorsi, alcuni organi di stampa e di informazione, hanno dato conto delle dichiarazioni del Fondo Monetario Internazionale in merito al sistema previdenziale italiano.

Il messaggio è inequivocabile: occorrono altri tagli, altro che superamento della Legge Fornero!

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Su dove e come intervenire il FMI è stato altrettanto chiaro: abolizione della quattordicesima; riduzione della tredicesima per coloro che sono andati in pensione con il sistema retributivo o con il sistema misto (retributivo/contributivo); innalzamento della contribuzione per i lavoratori autonomi.

La motivazione portata a sostegno di ciò è che l’Italia è seconda soltanto alla Grecia per quanto riguarda il rapporto spesa previdenziale/PIL (16%) e che in tal modo si libererebbero risorse da indirizzare al sistema scolastico.

Ciò che il FMI dimentica di evidenziare è che il sistema previdenziale italiano è oggi in Europa tra quelli più penalizzanti per quanto riguarda la contribuzione richiesta ed i redditi da pensione percepiti, e che in merito all’età richiesta al fine di maturare il diritto ad andare in pensione detiene il primato, con le ben note conseguenze sulla disoccupazione giovanile.

Ovviamente lo stesso dimentica anche che la spesa sociale italiana, della quale quella previdenziale è parte, è tra le più basse d’Europa.

Qualcuno potrebbe essere tentato di cogliere in tale messaggio l’obbiettivo di redistribuire la spesa sociale da un capitolo all’altro, rendendola, qualora lo fosse, meno squilibrata.

Quanto successo in questi anni dimostra il contrario.

La spesa sociale, in Italia come in tanta parte d’Europa, è progressivamente calata, in termini generali ed in relazione alle sue diverse componenti (sanità, assistenza, previdenza, istruzione).

Ciò che è accaduto non è casuale e viene da lontano, la crisi ne ha in parte costituito l’alibi, sicuramente amplificato la portata.

L’obiettivo era e resta quello di promuovere ulteriori processi di privatizzazione, di finanziarizzazione, di corporativizzazione del Welfare, in altre parole di ridurlo a merce, di ricondurlo alle mere logiche di mercato.

L’attacco allo stato sociale è parte della cultura liberista imperante, delle politiche di austerità imposte dal FMI, dalla BCE e dalla Commissione Europea, alle quali i governi di centrodestra e di centrosinistra succedutisi alla guida nel nostro Paese si sono uniformati.

Noi diciamo no.

Un’altra politica di Welfare non solo è necessaria, è anche possibile, le risorse ci sono, la questione è e resta politica.

La situazione di stallo determinatasi con il voto è di difficile soluzione, se e quale governo vedrà la luce è difficile dirlo, un rapido ritorno alle urne è probabile.

Di sicuro le politiche relative al Welfare, che non a parole ma nei fatti si perseguiranno, diranno delle reali volontà in campo, dell’essere o meno d’accordo con quanto invoca oggi il FMI e domani invocherà l’intera Troika, se si risponderà o meno alla pressante richiesta di cambiamento emersa dalle urne.

Noi continuiamo a pensare che le soggettività politiche che hanno prevalso non hanno nella loro cultura politica, nelle loro corde la necessaria alternatività, e che la condizione del Welfare nel nostro paese nostro Paese non cambierà.

Per questa ragione i comunisti dovranno vigilare affinché non si colpisca ulteriormente il diritto alla salute, alla cura, già messo a dura prova dalle politiche di compressione della spesa pubblica che hanno caratterizzato gli ultimi decenni e che già, di fatto, fanno sì che larghe fasce di popolazione rinuncino a curarsi e a fare prevenzione. Lavorare per invertire la tendenza è un dovere etico ancor prima che politico.

 

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