Home Italia Cultura e formazione Su rossobruni e dintorni. Logica meccanicistica e logica dialettica

Su rossobruni e dintorni. Logica meccanicistica e logica dialettica

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di Emiliano Alessandroni, Comitato centrale PCI 

 

Uno dei non sporadici casi in cui la logica binaria prende il sopravvento sulla logica dialettica si riscontra nella comune tendenza a ridurre la complessa ontologia marxista a un decostruzionismo. Quando un termine viene frequentemente usato da una forza politica con connotati ideologici ben precisi, la forza avversaria tende spesso a nutrire un certo disprezzo verso di esso e a rifiutarlo in toto. Eppure il marxismo, che costituisce, tra le altre cose, una “critica dell’ideologia”, può condurre tale operazione di smascheramento della “falsa coscienza” soltanto in quanto contrappone ai processi di ideologizzazione una certa oggettività.

Il linguaggio stesso risulta sottoposto ai rapporti di forza, che agiscono non soltanto sul processo di selezione dei termini, ma anche sul loro impiego.

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“Libertà”, “progresso”, “democrazia” sono lemmi che hanno conosciuto numerose varianti ideologiche, molteplici usi strumentali, tra loro persino contrapposti. Il marxismo, tuttavia, si è sempre prodigato per smascherare queste varianti e questi usi senza rifiutare i termini nel loro significato oggettivo e universale.

Oggi il termine “rosso-bruno” risulta egemonizzato dall’ideologia liberale che lo impiega per diffondere e corroborare la propria “teoria del totalitarismo”. Viene dunque perlopiù evocato allo scopo di equiparare comunisti e fascisti, a cui vengono contrapposti i liberali-moderni, sedicenti esponenti della tolleranza e della democrazia. Si tratta chiaramente di una narrazione fantasiosa. Ma l’imprescindibile smascheramento di questa fantasia non deve costituire un pretesto con cui rifiutare il termine nella sua totalità. Perché?

A partire dagli anni ’70 del secolo scorso l’ideologia postmoderna ha cominciato a egemonizzare il mondo del dissenso e della cultura critica, precedentemente capitanati dal marxismo. È dunque nato un postmodernismo di sinistra che ha dato luogo a una sorta di marxismo fluido, flessibile, pronto a contaminarsi e a spalancare le porte ad autori di destra come Nietzsche e Heidegger. Questa ideologia ha finito, come è stato ampiamente dimostrato, per favorire l’affermarsi di tendenze anarcocapitaliste che hanno progressivamente eroso e privato di consistenza le strutture della democrazia moderna.

L’avanzare della crisi economica su un terreno di devastazione culturale e politica ha successivamente favorito la nascita di un postmodernismo di destra: una destra fluida che guarda prevalentemente a Carl Schmitt, a Julius Evola, a Ernst Jünger, a Spengler, a Nietzsche, a Heidegger e a Giovanni Gentile, ma pronta a contaminarsi e a spalancare le porte ad autori come Gramsci e Marx. Naturalmente se nel caso dei “Nietzscheani di sinistra”, l’ideologia postmoderna si reggeva su una gigantesca distorsione del pensiero di Nietzsche, così nel caso di questi “Marxiani di destra”, l’ideologia postmoderna si regge su una gigantesca distorsione del pensiero di Marx.

In entrambi i casi tale ideologia teorizza la necessità di superare le categorie di “destra” e “sinistra”.

Il tentativo della “destra liquida” in ascesa, tuttavia, consiste nell’inglobare la critica al sistema capitalistico propria del marxismo in una critica della modernità in quanto tale (dei suoi processi economici, delle sue strutture politiche e dei suoi valori culturali); in una critica quindi che riproponga senza le intermediazioni della società civile, le tradizioni obsolete, le antiche gerarchie e un rapporto diretto tra sovrano e popolo.

Tale polpa nera dell’orizzonte eurasiatista si presenta spesso, tuttavia, sotto una scorza rossa che, oltre a svolgere una funzione protettiva finisce per sedurre anche quanti sono inclini ad entusiasmarsi non appena sentono echeggiare il nome di Gramsci o di Marx.

Indubbiamente la categoria di “rosso-bruno” appare oggi ampiamente dilatata dall’ideologia liberale, al fine di colpire anche il marxismo e qualunque tentativo di focalizzare l’attenzione sulla questione nazionale; ma non meno dilatato è il rifiuto di questa categoria. Un rifiuto che si ostina a non voler prendere le distanze dall’eurasiatismo e da quei “Marxiani di destra” impegnati a inglobare l’anticapitalismo di sinistra entro le proprie pulsioni antioccidentali e i propri istinti antimoderni, con la progressiva adesione di sempre più marxisti che ne subiscono l’attrazione narrativa.

«Gratta molti comunisti, e troverai degli sciovinisti gran-russi» aveva affermato Lenin.

È certo una frase nota, ma questa sua affermazione, riflettendoci, contiene in ultima analisi una critica ai rosso-bruni del proprio tempo, a coloro cioè che sotto una scorza rossa nascondevano una certa polpa nera. Era forse anche Lenin una vittima dell’ideologia liberale?

Analogamente, nei “Quaderni del Carcere”, Antonio Gramsci inquadra in questi termini il fenomeno dell’eurasiatismo:

«Eurasiatismo. Il movimento si svolge intorno al giornale Nakanune, che tende alla revisione dell’atteggiamento assunto dagli intellettuali emigrati: è cominciato nel 1921. La prima tesi dell’eurasiatismo è che la Russia è più asiatica che occidentale. La Russia deve mettersi alla testa dell’Asia nella lotta contro il predominio europeo. La seconda tesi è che il bolscevismo è stato un avvenimento decisivo per la storia della Russia: ha «attivato» il popolo russo ed ha giovato all’autorità e all’influenza mondiale della Russia con la nuova ideologia che ha diffuso. Gli Eurasiatici non sono bolscevichi ma sono nemici della democrazia e del parlamentarismo occidentale. Essi si atteggiano spesso a fascisti russi, come amici di uno Stato forte in cui la disciplina, l’autorità, la gerarchia abbiano a dominare sulla massa. Sono partigiani di una dittatura e salutano l’ordine statale vigente nella Russia dei Soviet per quanto essi vagheggino di sostituire l’ideologia nazionale a quella proletaria. L’ortodossia è per loro l’espressione tipica del carattere popolare russo; essa è il cristianesimo dell’anima eurasiatica».

Gramsci che qui attacca gli «Eurasiatici» come «nemici della democrazia e del parlamentarismo occidentali» e come «amici di uno Stato forte in cui la disciplina, l’autorità, la gerarchia abbiano a dominare sulla massa», risulta anch’egli vittima dell’ideologia liberale?

Oggi come ieri, la critica ai rosso-bruni e agli eurasiatisti costituisce un compito fondamentale del marxismo per distinguere il significato autentico di un termine dai suoi usi strumentali. Come è il marxismo che dovrebbe rivendicare per primo il concetto di “democrazia” per non lasciare all’ideologia liberale l’egemonia su questo termine, così è il marxismo che dovrebbe criticare per primo il “rossobrunismo” per non lasciare al liberalismo l’egemonia di questa critica.

Certo, la categoria in questione appare oggi, come abbiamo osservato, indubbiamente dilatata. E tuttavia possiamo affermare che esistono diverse gradazioni di rossobrunismo: quei marxisti italiani, ad esempio, che oggi sostengono senza remore il governo Di Maio-Salvini, ritengono forse sia esso un governo di sinistra, con politiche e finalità di sinistra, o non postulano tacitamente, per giustificare un tale sostegno, quel superamento delle categorie di cui sopra oggi così reiterato dai discorsi della destra postmoderna? Non costituisce la simpatia di certi marxisti odierni per il governo attuale un più o meno profondo assorbimento del nuovo postmodernismo reazionario? Se la categoria di rossobrunismo è molto meno ampia di quanto l’ideologia liberale tende oggi a far credere, è sicuramente anche molto più variegata.

Compito del marxismo sarebbe allora quello di ristabilire non soltanto i confini di tale categoria ma anche i sui diversi cromatismi. Ad una critica liberale di questo termine occorrerebbe in sostanza contrapporre una critica marxista, come a una logica meccanicista una logica dialettica. È invece un atteggiamento tipico dell’ideologia postmoderna la tendenza a dimenticare la “pars construens” per concentrarsi unicamente sulla “pars destruens”, sia per quanto riguarda gli assetti sociali che per quanto concerne i fenomeni linguistici.

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