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Il “regionalismo differenziato”: liquidazione dell’unità nazionale verso la macroregione del Nord

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di Francesco Valerio della Croce, Segreteria nazionale Pci

La portata devastante del cosiddetto “regionalismo differenziato”, ideologicamente liberista e antitetico alla conservazione dell’unità economica dello Stato – e quindi alla possibilità stessa di uno Stato regolatore e in condizioni di governare e programmare lo sviluppo economico del Paese – è purtroppo, ad oggi, patrimonio di coscienza di una parte estremamente minoritaria dell’opinione pubblica.

Compito delle forze che si riconoscono nel dettato costituzionale, che si battono per una prospettiva di cesura storica con i disastri del liberismo e che vogliono rilanciare la prospettiva del primato dello Stato sovrano nei rapporti di proprietà e sulla vita economica è quello di denunciare e contrastare con la durezza necessaria questo ulteriore colpo portato al cuore dello Stato costituzionale.

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L’ideologia del regionalismo: secessionismo e liberismo

Il “regionalismo” ed, in generale, i meccanismi federalistici hanno come presupposto fondamentale l’esistenza di asimmetrie, cioè di squilibri specialmente di natura economico-sociale all’interno di una comune area territoriale ed economica unita dalla legge. Il fine ultimo di un siffatto meccanismo di relazioni istituzionali, di forma di governo tra centro ed ente territoriale, tra insieme e parte, è – a ben vedere – non quello della riduzione delle asimmetrie ma, al contrario, del loro approfondimento o della loro esasperazione.

Lo ebbe ben chiaro, sin dai lavori dell’Assemblea Costituente il capo del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti, allorchè scagliò la sua feroce critica contro i progetti regionalistici e federalistici avanzati in quella sede, chiaramente pregni di antimeridionalismo, causa della manifestazione degli egoismi regionali – contrari ad ogni reale prospettiva di elevazione economica delle aree meridionali attraverso un meccanismo virtuoso di “vasi comunicanti” con le regioni più sviluppate – idonei a creare una sorta di piccolo stato federale di fatto situato nel Nord del Paese. È sbalorditivo notare la assoluta lungimiranza della riflessione critica di Togliatti se pensiamo a quanto si sta verificando oggi con le Intese sottoscritte tra Stato e Regioni.

A una tale premessa possiamo accompagnare  un ulteriore elemento di cornice nell’analisi generale del regionalismo: non è nuova, infatti, alla storia del pensiero politico ed economico la teorizzazione della settorializzazione della vita economica all’interno di una stessa area economica, sociale, valutaria. Proprio in Ricardo, capostipite del liberalismo, una tale elaborazione è esplicitata ed esposta come orizzonte verso cui tendere.

Cosa significa, però, ai giorni nostri la settorializzazione dell’economia nazionale nel quadro di quella comunitaria? Significa approfondire le asimmetrie e gli squilibri su cui si fonda l’Unione europea, che il combinato disposto tra l’ideologia dei Trattati europei e la funzione di governo della moneta comune hanno la funzione evidente di esasperare in nome della competitività cui è riconosciuta piena centralità nelle norme fondamentali UE, creando cosi un contesto favorevole per il sorgere di macroregioni economiche in grado di stare al ritmo della locomotiva tedesca – o i cui residui distretti e apparati industriali appaiono appetibili per essere fagocitati dall’appetito dell’insaziabile macchina da export tedesca, come dimostra il significativo incremento di proprietà tedesca nei capitali situati nelle regioni settentrionali italiane – unica ad alimentarsi della ricchezza della produzione manifatturiera  e industriale, in un contesto europeo prevalentemente desertificato di sistemi industriali (su cui si fonda la concorrenza sui mercati internazionali). Insomma, un contesto in cui la concorrenza ha come mercato unificato quello dei bassi salari e in cui il grosso del sistema produttivo industriale è attratto verso centro del continente abbandonando le aree periferiche.

Insomma, il secessionismo e l’adesione all’ideologia liberista che permea i Trattati e le strutture portanti dell’Unione europea sono i presupposti qualificanti che il regionalismo che si propone di attuare. Fallito il referendum costituzionale del 2016, ad una strategia apparentemente più centralista le classi dirigenti oggi al governo propongono e costruiscono (sulla strada spianata dai loro predecessori) un percorso di continuità con l’impianto liberista delle politiche europee, cavalcando le istanze autonomistiche e secessionistiche del Nord Italia. Il partito alfiere di una tale politica, la Lega di Salvini, che ha trascorso gli anni passati e i mesi più recenti a riverniciarsi di carattere nazionale e sedicente “sovranismo”, mantiene saldamente il centro degli interessi rappresentati nel Nord del Paese e agisce nel solco dell’europeismo che, a slogan, finge di combattere.

L’attacco al Parlamento

È estremamente grave, ma non sorprendente, che la sottoscrizione delle Intese tra Stato e Regioni interessate si affermi in modo sostanzialmente autonomo rispetto alle prerogative del Parlamento. È grave che tutto il percorso finora prodottosi con il regionalismo si sia sviluppato in totale assenza della voce della dimora della sovranità popolare e del potere legislativo. È, in ultimo, ancora più grave che le Camere non siano sostanzialmente coinvolte, nemmeno a posteriori, in una discussione generale sulle Intese, immaginando un ruolo di mera ratifica da parte delle aule parlamentari di quanto concordato e stipulato tra le parti in via tutta extraparlamentare e con un assai probabile sbarramento politico alla possibilità di emendamento dei testi, nei fatti cristallizzati.

Appare quindi manifesto l’attacco alla funzione del Parlamento e dei parlamentari, allo Stato così come delineato nelle sue articolazioni nel dettato costituzionale, all’unità nazionale. Non è un caso che persino costituzionalisti, certamente non in odore di adesione al marxismo o (come è stato definito) di “conservatorismo costituzionale”,   abbiano apertamente parlato di un vero e proprio procedimento eversivo.

Tale tentativo di disarticolazione dello Stato, in particolare, è praticato attraverso lo strumento delle intese, istituti di non pacifico inquadramento giuridico, il cui rapporto con le prerogative parlamentari e nello specifico con le leggi di differenziazione, già poco chiaramente delineato  nell’art. 116 Cost, terzo comma, è tutt’altro che pacifico.

Regionalismo a costo zero?

 Venendo ad aspetti sostanziali, è bene tenere presente quanto disposto all’art. 14 della legge delega in materia di federalismo fiscale del 5 maggio 2009, n. 42: “Con la legge con cui si attribuiscono, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, forme e condizioni particolari di autonomia a una o più regioni si provvede altresì all’assegnazione delle necessarie risorse finanziarie, in conformità all’articolo 119 della Costituzione e ai princìpi della presente legge” nel quadro della garanzia costituzionale di perequazione interregionale.

Di tutto ciò è possibile affermare che non vi è  traccia alcuna nelle intese: basti considerare quanto dichiarato art. 5, comma 1, lett. b) degli accordi tra Stato e regioni, in cui sono enunciati i “fabbisogni standard” da garantire e da determinarsi entro un anno dalla entrata in vigore della legge di approvazione delle intese e che diventeranno parametro di riferimento entro 5 anni. Le Intese raggiunte tra Stato e Regioni, quindi, non tengono conto di un’altra necessaria e ineludibile intesa:  quella tra le norme. Emergono chiaramente  incertezza assoluta e piena incompatibilità con la normativa vigente in materia di federalismo stesso.

Ma è al comma 2 del medesimo articolo citato dalle Intese che è possibile rinvenire il diabolico “dettaglio” contenuto nelle intese: in esso si afferma che, nelle more della determinazione dei fabbisogni standard così come sopra descritti e comunque decorsi tre anni dalla approvazione della legge,  l’insieme delle risorse assegnate alle Regioni interessate non può essere inferiore al valore medio nazionale pro-capite della spesa statale per l’esercizio di forme e condizioni di autonomia trasferita o assegnata dallo Stato alle Regioni. C’è un piccolo problema, arrivati a questo punto: per regioni come il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Romagna, il valore di spesa regionale è inferiore a quello medio nazionale: pertanto, non solo possiamo dire che quanto contenuto nel primo comma dell’art. 5 delle intese è pesantemente messo in discussione dal seguente comma 2 dello stesso articolo, ma la Intese così come determinate nel loro dettato comporteranno un onere aggiuntivo sulla finanza pubblica generale, determinato da ulteriori e necessari trasferimenti dallo Stato alle Regioni autonomiste.

Insomma, un federalismo che avrà come certa conseguenza la spaccatura del Paese, la demolizione dei servizi pubblici nazionali e universali, politiche a vantaggio della classi ricche, sarà pagato dall’intera collettività senza alcuna differenziazione o proporzione regionale. Siamo, a dir poco, al paradosso.

Non bastasse quanto nella sostanza ora prospettato, è sufficiente richiamare l’ennesimo certo profilo di estraneità al precetto costituzionale delle intese: strumento per la determinazione parametri generali e incerti contenuti negli accordi è il cosiddetto residuo fiscale, vale a dire la misura della differenza tra livello di prelievo fiscale e ritorno in termini di spesa pubblica nei singoli territori individuati. Anche in questo caso, a sbarrare la strada a riformatori tanto zelanti quanto nemici della Costituzione, ci sono le parole della Corte costituzionale che ha dichiarato l’impossibilità di adottare i residui fiscali quali parametri riconducibili all’art.119 Cost., evidenziando che nel dettato della Legge fondamentale non vi è alcuna simmetria espressa tra entrate ed uscita (bocciando così un precedente ricorso proposto dalla Regione Veneto).

In conclusione, è palese a tutti l’incostituzionalità del procedimento e degli obiettivi perseguiti attraverso il regionalismo differenziato: esso ha come obiettivo generale la secessione del Paese, con un piccolo staterello federale situato a Nord del Paese, più omogeneo all’Europa tedesca (ma da essa già oggi fagocitato economicamente), per mezzo della divisione dell’Italia abbattere la funzione costituzionale dello Stato unitario e l’effettività dei diritti e dell’eguaglianza, demolire i servizi pubblici e la loro fruizione assicurata a tutta la popolazione attraverso la cessione di autonomia in materie essenziali come Istruzione, Sanità, Lavoro (in particolare relativamente alla sicurezza), Rapporti internazionali e Commercio estero, Porti e Aeroporti civili, Reti di trasporto e navigazione, Produzione, trasporto e distribuzione di Energia, Beni culturali e ambientali, ecc.

In discussione è uno dei requisiti fondamentali che rendono effettivi ed eguali i diritti, cioè la generalità, che con il regionalismo puntano a sostituire con la particolarità e la specialità (e conseguentemente, l’eccezionalità).

Mobilitiamoci in nome dell’unità del Paese, della Costituzione, della rottura con le politiche che hanno reso l’Italia e il nostro popolo poveri. Che siano i comunisti l’anima della difesa dello Stato costituzionale e del suo primato sugli istinti peggiori e predatori degli interessi di pochi privati.

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