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COMUNISTE/I: LA FORMA PARTITO

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Alcune riflessioni.

di Fosco Giannini

Le varie esperienze vissute negli ultimi decenni sino agli ultimissimi anni come militante e dirigente comunista mi inducono ad alcune riflessioni circa la forma-partito che le comuniste e i comunisti debbono darsi in questa terribile contemporaneità italiana, segnata da un’egemonia totale e ramificatissima della cultura della classe dominante e dalle varie forme in cui essa si presenta: il moderatismo delle forze “democratiche” e sistemiche, il populismo, il neo fascismo, il razzismo, l’astensionismo – non solo elettorale, ma soprattutto politico e civile – sino alla forma più raffinata, quella di alcune sinistre (anche nominalmente “radicali”) che, rinunciando a sviluppare e praticare una critica al cuore dei poteri imperialisti e capitalisti, divengono – organizzando e spegnendo in sé anche forze sociali, politiche e intellettuali avanzate e d’avanguardia– anch’esse funzionali al perpetuarsi del sistema dominante.
Una riflessione sulla forma-partito comunista per questa fase e in un deserto drammatico di ricerca teorica, richiederebbe lo spazio di un vasto documento, di un saggio. Non essendo questa la sede per una riflessione strutturata di questo tipo, vorrei scegliere la strada di una riflessione per punti secchi, per soli appunti ed evocazioni, che per ragioni di spazio rinunci a troppe argomentazioni, che come compito abbia solo quello, peraltro oltremodo necessario, di aprire una discussione seria e onesta.
Vorrei dividere queste riflessioni portate all’osso in tre punti: questioni politiche, questioni teoriche, questioni organizzative.
Questioni politiche:
E’ del tutto evidente che in questa fase il potere reale che si dispiega in Italia, che segna di sé ogni segmento della vita quotidiana e della riproduzione del potere, discende da quattro grandi poli: l’imperialismo USA, la NATO, l’Unione europea e il grande capitale, nella sua filiera di capitale industriale, finanziario e bancario. Tuttavia, come segno estremo della propria egemonia, questo quadruplice potere opera scientemente per mascherarsi, per non mostrare la totalità del proprio dominio. Tale, titanico infingimento fa cogliere al quadruplice potere l’obiettivo di presentarsi agli occhi delle masse come fenomeno complessivamente “naturale”. Sino al punto che non vi è più una contrapposizione, né significativa né di massa, all’imperialismo USA, alla NATO, all’Ue e al grande capitale italiano. Naturalmente, il quadruplice potere coglie questo determinante obiettivo anche attraverso l’ambiguità ideologica e politica di quelle forze che, pur facendosi percepire democratiche e di sinistra, anche di sinistra apparentemente radicale, non andando ai centri nevralgici delle questioni (non sviluppando coerentemente una politica antimperialista, non battendosi per l’uscita dell’Italia dalla NATO, dall’Euro e dall’Unione europea e non lottando conseguentemente contro gli assetti capitalistici italiani) partecipano alla costruzione della mitologia del quadruplice potere come potere “naturale”, divenendo stravaganti quanto innocui “ornamenti” dello stesso sistema complessivo del potere.
E’solo in questo quadro, totalmente oggettivo, che vanno definiti i compiti di un Partito Comunista all’altezza dei tempi e dello scontro di classe. Se chi da forma e sostanza al dominio concreto è oggi il quadruplice potere, è del tutto evidente che il Partito Comunista, il PCI, deve scegliere, come fronti di lotta assolutamente prioritari, ma quasi del tutto disertati, il fronte della lotta antimperialista, quello della lotta contro la NATO, contro l’Ue e contro il grande capitale italiano. Una lotta complessiva che richiede al PCI di essere avanguardia politica e teorica, una lotta che, di fronte alla struttura totemica del quadruplice potere, sarà una lotta in controtendenza anche rispetto al senso comune di massa e che dunque potrà anche non portare immediati consensi di massa.
Una lotta, però, di tipo strategico, per la quale occorrerà tutta la pazienza rivoluzionaria, i tempi lunghi della ricostruzione di un Partito Comunista con incidenza di massa, una lotta la cui importanza non potrà essere determinata dagli impatti e dai risultati elettorali contingenti. Una lotta di tipo storico, che sarà misurata solo dalle fasi future, dai decenni futuri e non dalle collocazioni e dalle coalizioni elettorali di questa fase. Ed è del tutto evidente che per una lotta di questo tipo, la più difficile ma l’unica densa di senso storico, occorre innanzitutto un forte partito di quadri, quadri di alto livello politico, teorico e morale, quadri tutti omogeneamente e intellettualmente consapevoli della necessità della priorità della lotta antimperialista, della necessità della fuoriuscita dell’Italia dalla NATO, dall’Unione europea e dall’Euro, della necessità di individuare i punti alti della riproduzione del potere capitalistico italiano e su quei punti organizzare la lotta. Un livello alto di coscienza politico-teorica dei quadri che impedisca anche quella vera e propria degenerazione culturale, per molti versi persino immorale, attraverso la quale ogni tornata elettorale può divenire pretesto per dure lotte intestine, lacerazioni, contrapposizioni violente, scissioni. E tutto ciò per un’enfatizzazione di natura socialdemocratica del passaggio elettorale. Le elezioni non sono che una piccola parte, e certo non centrale, della lotta di classe, del progetto rivoluzionario. E la deriva elettoralistica, la guerra elettoralistica all’interno va rieducata. Attraverso la disseminazione di una coscienza di classe alta. Oggi mancante.
Questo approccio generale, ad avviso di chi scrive, è l’unico modo di pensare ed impostare una lotta comunista nella fase data, in questa fase contrassegnata da un dominio così vasto delle culture dominanti e moderate da restringere ad un’area di poche centinaia di militanti l’area della militanza comunista, una militanza che in ragione di ciò non può essere diluita e dispersa in cento fronti di lotta, in campagne sociali che solo un partito già di massa potrebbe sostenere, ma va messa a valore nelle lotte di densità strategica che, sole, possono nel tempo definire e rimandare alle altre avanguardie di lotta e alle masse un profilo, un’immagine politica e ideologica chiara del PCI e, insieme, sia temprare politicamente e ideologicamente i quadri, che stabilire sul campo di lotta le vere alleanze, non quelle elettorali last minute, spesso vaghe e opportunistiche.
Last but not least, ultimo ma non ultimo, la questione, in Italia, dell’unità dei comunisti: è del tutto evidente che tale processo sia fallito, che tale missione non si sia compiuta. La diaspora comunista, seppur assottigliatasi, rimane ancora significativa, e comunque orfana. Anche all’interno del PRC le contraddizioni sulla natura stessa del Partito rimangono e rispetto a tutto ciò non possiamo considerare terminata la missione del PCI volta all’aggregazione comunista nel nostro Paese. Non si può dire: chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori. Se lo stesso PCI intende rafforzarsi deve avviare nuovi processi di accumulazione di forze comuniste. Anche rimettendosi in gioco. Da tutto ciò ne consegue che occorre rilanciare, con forme diverse e fortemente unitarie, la stessa Costituente Comunista, il suo senso profondo. Che vuol dire innanzitutto aprirsi. Riaprirsi. Verso la diaspora comunista di più lungo periodo ma anche verso chi abbiamo perduto. Ascoltandone le ragioni.

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Questioni teoriche:
E’ del tutto evidente che un Partito Comunista che sceglie come fronti prioritari e strategici di lotta quelli diretti contro il quadruplice potere USA-NATO-Ue e grande capitale italiano (quadruplice potere che vede la quarta forma di potere, quella del capitalismo italiano, spesso subordinata e sussunta dagli altri tre poteri) dev’essere un Partito dotato di un impianto ideologico e culturale d’avanguardia, attraverso il quale formare, fino all’ultimo, i propri quadri. E due sono i terreni principali attraverso i quali il Partito Comunista può dotarsi sia di una spina dorsale ideologica d’avanguardia che formare i propri quadri: la lettura del quadro internazionale e la collocazione del Partito in tale quadro e, seconda questione, l’esigenza di fare i conti sino in fondo con la propria storia. Ciò vale specialmente per l’odierno PCI, che i conti con la storia del PCI che va dal 1921 ad Occhetto deve ancora, molto colpevolmente, farli.
Per ciò che riguarda la prima questione: il quadro internazionale è oggi segnato dallo scontro strategico tra forze imperialiste, ancora capeggiate dagli USA, e un intero e vasto fronte planetario -che vede la Repubblica Popolare Cinese come cardine- dal carattere oggettivamente antimperialista, un fronte che ha scelto, Paese per Paese, la coppia dialettica autonomia statuale e cooperazione e che persegue, Paese per Paese ( con uno spirito esattamente contrario a quello in vigore nell’Ue, dove gli Stati vengono svuotati di senso per imporre politiche liberiste) uno sviluppo economico contrassegnato da un fitto e articolato scambio commerciale planetario dalla natura anticolonialista e antimperialista che richiede, per la propria riproduzione, la pace, la negazione delle tensioni e dei conflitti mondiali. A partire dall’odierna lezione politica e teorica del PC Cinese. A partire dal senso ultimo della Nuova e planetaria Via della Seta. E’del tutto evidente che un Partito Comunista che vuol ritrovarsi nell’orizzonte storico non può che scegliere di far parte di questo fronte mondiale antimperialista, prendendo tutte le distanze da quei Partiti Comunisti che, a partire dalla condanna di neoimperialismo affibbiata alla Repubblica Popolare Cinese e al PC Cinese, di condanna della Russia di Putin e del PC Russo, puntano disgraziatamente a rompere il movimento comunista mondiale. Anche in Italia vi sono piccoli partiti che svolgono questo nefasto ruolo.
La seconda questione che deve stare alla base del rilancio del PCI: fare i conti con la propria storia. Dalla “Bolognina” e dallo scioglimento del PCI sono passati già circa trent’anni e ancora la polvere si nasconde sotto il tappeto. Si continua a gestire scientemente un’ambiguità di giudizi su Berlinguer e la fase berlingueriana e si perpetua quest’ambiguità in nome di un opportunismo volto a “non dividere”, a non perdere pezzi, nell’illusione, vana, che la discussione politica, teorica e ideologica si compia da sola, che sia il tempo a far decantare le cose e mettere ordine nei pensieri. Ciò è un errore gravissimo. Le cose non vanno a posto da sole, l’ambiguità permane ed essa produce, all’interno del Partito, “un’antipatia”, persino una lotta intestina tra fazioni diverse, una lotta sorda e continua. Sarebbe invece compito prioritario dei gruppi dirigenti, compito colpevolmente non svolto, avviare una discussione profonda, alta, volta a chiarire sino in fondo, in modo non opportunistico, le questioni relative alla fine del PCI e quelle relative ai processi di socialdemocratizzazione di quel Partito.
E rispetto a ciò è del tutto evidente quante e profonde siano state le responsabilità, politiche e teoriche di Enrico Berlinguer. La scelta della NATO, la rottura, da destra, con l’Unione Sovietica, l’eurocomunismo, la scelta delle socialdemocrazie europee quali nuovi e privilegiati partners del PCI e la conseguente rottura con una parte importante del movimento comunista europeo, la solidarietà nazionale, il proseguimento, ma sino alla degenerazione, dell’organizzazione del partito di tipo antileninista, antigramsciano e amendoliano: tutte queste questioni non possono non essere considerate quali veri e propri prodromi della stagione occhettiana e della fine del PCI.
E’ proprio ora che l’attuale PCI, attraverso la messa in campo di una riflessione politico-teorica seria, il più possibile scientifica, faccia i conti con quella che va considerata anche la propria storia, la storia da cui proviene. Anche per non lasciare alle feroci e desolanti liti pubbliche tra compagni/e su Facebook l’esclusiva della discussione.

Questioni organizzative :
La crisi della militanza politica è un dato oggettivo riscontrabile su vasta scala e tocca naturalmente anche il PCI. L’attuale numero di iscritti e di militanti del PCI non è certo quello di un partito di massa. Tuttavia, la vastità dei suoi gruppi dirigenti è invece quella propria di una organizzazione di massa. Viviamo questa contraddizione. Il primo obiettivo organizzativo, per il PCI, è sicuramente quello di un drastico sfoltimento dei gruppi dirigenti. Il punto di vista di scrive è che occorre giungere ad un C.C. di una quarantina di compagni/e: ciò permetterebbe una vera selezione a monte e la costruzione di un gruppo dirigente di più alta qualità e tenuta politica. La discussione tra una quarantina di compagni sarebbe ben più profonda e vi sarebbe la possibilità, tutta democratica, di convocare più spesso il gruppo dirigente centrale del Partito. Oltre ciò, un C.C. che divenisse una palestra vera di discussione politica alta, di confronto, diverrebbe anche una sorta di fucina per la costruzione dei quadri. Per ultimo, un C.C. così snello permetterebbe di abbattere i grandi costi individuali e collettivi che vengono richiesti dalla convocazione dei circa 120 compagni/e attuali (tutti i dati sono pubblici e disponibili su questo stesso sito. Non rivelo niente di segreto). Uno stesso, drastico, sfoltimento dovrebbe avere anche la Segreteria Nazionale. Si può giungere razionalmente ad una Segreteria di cinque, nell’obiettivo di avere un gruppo dirigente di massima qualità, facilmente convocabile, agile, con molto tempo a disposizione per la discussione politica profonda. In modo che la difficoltà oggettiva della convocazione di un organismo troppo vasto non sia mai il pretesto per aggirarlo, giungendo così a veri e propri esautoramenti del ruolo del gruppo dirigente stesso. E al peggiore dei vizi: la personalizzazione del potere. Sul piano generale più gli organismi dirigenti sono vasti, pletorici e difficilmente convocabili (anche per ragioni economiche) più scade l’elemento democratico, mentre sale il pericolo, che sempre incombe, dell’accentramento, della gestione in mano a pochi e l’azzeramento, di fatto, dei gruppi dirigenti, compresa la Segreteria. Una degenerazione che, quando si presenta, invalida di fatto anche il quanto mai necessario centralismo democratico. Che dev’essere democratico, non burocratico. Il PCI dispone anche di una Direzione Nazionale: credo se ne possa fare a meno. Certo è, tuttavia, che la questione centrale rimane sempre quella della democrazia: la riduzione secca e necessaria sia del C.C. che della Segreteria richiede un forte rafforzamento del rapporto con i territori, che devono essere molto più coinvolti nel lavoro politico e decisionale del Partito di quanto accada ora.
Credo che dobbiamo iniziare profondamente a riflettere anche sulla figura del Segretario. Lenin non è mai stato Segretario del Partito. La mitologia post staliniana del Segretario ha gettato e sta ancora gettando ombre degeneranti sui partiti comunisti. Volens nolens la figura mitica del Segretario può fortemente danneggiare la democrazia interna del Partito Comunista. A partire dal peso che ogni Segretario, indipendentemente dalla sua vera statura culturale e politica, eredita oggettivamente dalla storia comunista, i pericoli di accentramento, di decisionismo, di non rispetto della democrazia e dei gruppi dirigenti sono pericoli sempre incombenti. E più un partito è piccolo, per ovvie ragioni, per mancanza di camere di compensazione politica all’accentramento gestionale, più il pericolo di piccole dittature può prendere corpo.
Occorre trovare contromisure, occorre che in modo determinato, politicamente, culturalmente, si giunga a delineare la figura di un Segretario/a che sia solo un primus inter pares, non tanto di più di un coordinatore della Segreteria, un portavoce momentaneo del Partito, ruolo che si può svolgere, in Segreteria, anche a rotazione. E, in prospettiva, attraverso un processo culturale da innescare subito, la figura mitologica del Segretario può anche essere superata. A favore di una forte democratizzazione del Partito. Perché se è vero che il Partito Comunista dev’essere anche l’anticipazione del socialismo che vogliamo, esso dev’essere l’anticipazione di una democrazia socialista. Nella prima fase, gli eventuali elementi negativi di un Segretario/a che sia, nel gruppo dirigente ristretto, solo un segretario tra segretari, saranno comunque molto minori degli elementi positivi, poiché le incrostazioni antidemocratiche che inevitabilmente si accumulano nella figura del “capo” tenderanno a scomparire.
Un Partito Comunista che, come il PCI oggi, opera all’interno di un’egemonia totalizzante della cultura dominante, che non ha risorse né molta militanza non può disperdere la propria azione in mille rivoli, non può costruire un numero smisurato di Dipartimenti, non può interpretare il ruolo del grande PCI dei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Scimmiottarlo. Anche in relazione ai fronti di lotta principali sui quali deve investire il proprio impegno (antimperialismo, lotta contro la NATO, contro l’Ue e il grande capitalismo italiano) occorre che il PCI sfrondi la propria, spesso prosaica, organizzazione e punti a rendere efficienti i punti di lotta principali. Peraltro (è esperienza concreta, si è visto nella pratica) la proliferazione solo nominalistica dei Dipartimenti e la loro conseguente inefficacia, produce, da una parte, frustrazione e malcontento generale per la staticità e l’irrilevanza dei Dipartimenti stessi, producendo, d’altra parte, un fenomeno di polverizzazione della già scarsa militanza. Ciò che c’è da capire per sempre è che noi non siamo il PCI di massa di un tempo e ogni maldestro tentativo di imitarlo ci rende risibili e più frustrati. Noi dobbiamo cercare incessantemente nuove strade, adatte ai tempi e alla nostra forza reale.
Ma davvero centrale, in una fase che altrimenti non può essere definita se non fase di Resistenza, è la costruzione dei quadri, quadri che solo se dotati di particolare tempra morale e politica e livello ideologico alto potranno resistere e difendere la barca-partito in questi tempi di marosi altissimi. Un quadro si tempra nella lotta e nello studio. Spesso, il Partito, non offre nessuna delle due esperienze. E i quadri non crescono. L’organizzazione di alcune lotte specifiche e alte, di alcune vertenze organizzate nei punti centrali dell’attuale sviluppo capitalistico, nei gangli decisivi e più emblematici degli attuali processi di produzione, sono necessarie come il pane, per superare la staticità di un Partito che spesso altro non fa che “aderire”, con innocui comunicati, a lotte altrui. Un’iniziativa, una lotta ben pensata e preparata anche da mesi in una fabbrica d’avanguardia, dove la robotica sostituisce la presenza operaia, potrebbe avere un effetto politico, simbolico e mediatico ben superiore a quello di campagne nazionali su temi importanti ma non nevralgici, che comunque chiedono per mesi e mesi di spostare su di essi la nostra poca militanza. Vi è stata una campagna nazionale sui ticket della sanità pubblica che è andata affannosamente avanti per più di un anno, senza grandi risultati. Bene: non si può, per questo, colpevolizzare i dirigenti territoriali e i militanti: occorre piuttosto capire se quella campagna così defatigante era così centrale e necessaria. Se essa è stata lanciata a discapito di altre e più pregnanti azioni.
Vi è un terreno nuovo e decisivo dell’organizzazione del consenso: il terreno delle periferie metropolitane, dove milioni di sottoproletari e proletari disperati vanno preparando un’insurrezione “plebea” che, per il fatto che questi territori sociali sono oggi essenzialmente presidiati dalle forze neofasciste, avrà un esito politico nefasto.
Su questo punto non solo manca una minima pratica politica, ma anche una prima e profonda riflessione. Più o meno come sulla questione dell’immigrazione, questione per la quale da una parte rischiamo di regalare la problematica reale della sicurezza sociale alla Lega e alle destre, non riuscendo ancora, d’altra parte, a politicizzare la categoria politico-teorica della costruzione di un proletariato “bianco e nero” come nuovo blocco sociale in progress per la trasformazione sociale.
E assieme ad alcune lotte specifiche e capaci di indicare i vulnus più eclatanti dell’attuale sviluppo capitalistico (sottosalarizzazione di massa, contraddizione crescente tra produzione robotizzata e occupazione, da risolvere attraverso la parola d’ordine “riduzione drastica dell’orario di lavoro a parità di salario”) decisiva è la politica di formazione-quadri del Partito Comunista, questione che sinora è stata vissuta, sino ai nostri giorni, con grandissima approssimazione ma che deve divenire azione centrale e capillare del Partito. Naturalmente, se si apre una scuola, occorre decidere cosa insegnare. E per un Partito Comunista che ha come obiettivi prioritari la lotta contro l’imperialismo USA, la fuoriuscita dalla NATO, dall’Ue e dall’Euro e la lotta anticapitalistica in Italia, le materie di studio sono già delineate e su queste vanno organizzati i seminari, nell’obiettivo di dare al Partito una spina dorsale di quadri rivoluzionari. Le condizioni terribili in cui oggi siamo ci chiedono una formazione culturale forte, omogenea, diretta a fornire ai militanti la coscienza di che cosa siano oggi l’imperialismo USA, la NATO, l’Ue, il grande capitalismo italiano. Non possiamo permetterci, oggi, una scuola quadri illuminista, laica, dibattimentale, volta a discutere su varie opzioni storiche, politiche, economiche: occorre battere il caos, dotarsi di una scuola comunista, di apprendimento della realtà odierna e della lotta necessaria. Ogni (apparente) laicismo, l’uscita dalla linea del Partito “verso il dibattito”, non sono (tantomeno nella scuola-quadri) lussi che oggi possiamo permetterci. La formazione è anche democrazia, estensione all’intera militanza di quel sapere che ogni gruppo di lavoro specifico del Partito accumula. Ad esempio, il Dipartimento Esteri accumula un sapere straordinario, che va scientemente diffuso al C.C. , ai Regionali, alle Federazioni, ai territori. Partendo anche da una considerazione: spesso i processi di involuzione e socialdemocratizzazione dei Partiti Comunisti (come nel caso della fase finale del PCI storico) iniziano proprio dagli abbandoni delle categorie dell’antimperialismo e dell’internazionalismo. In considerazione di ciò la diffusione nell’intero corpo del Partito del sapere che accumula il Dipartimento Esteri è particolarmente importante. Importante sarebbe, ad esempio, far conoscere a tutto il corpo del Partito le analisi che uno dei più importanti Partiti Comunisti dell’Ue e del mondo (il Partito Comunista Portoghese) sviluppa sull’attuale imperialismo, sulla NATO e sull’Ue. Come importante sarebbe far conoscere all’intero corpo del Partito la densità teorica e politica insita nel progetto delineato dal Partito Comunista Cinese sulla “Cina della Nuova Era”. Sarebbe tutta, e profonda, formazione. Anticorpi pesanti immessi contro i pericoli sempre presenti di involuzioni ideologiche. Chi scrive ha provato a porre tale questione. Non è stato certo sollecitato a concretizzarla.
Oggi, per le condizioni non certo brillanti in cui versa una parte del senso comune politico e teorico dei dirigenti e dei militanti del Partito, rischia di avanzare uno dei peggiori mali di cui un partito comunista possa soffrire: l’identitarismo, il simbolismo attraverso il quale tutti i problemi politici “si dovrebbero” risolvere: basta la bandiera. L’identità è decisiva, imprescindibile. Ma la bandiera non radica il Partito, non organizza lotte, non costruisce alleanze sociali. L’identitarismo, che è la via del solipsismo, del settarismo, nulla ha a che vedere con l’identità. Solo una coscienza forte dei quadri e dei militanti può far passare la paura di non essere più se stessi, di non essere più comunisti se e quando ci si pone il problema, davvero centrale, di essere unitari, di essere il cardine dell’unità di tutte le forze più avanzate. Poiché così, siamo più comunisti. E l’unità con queste forze non si cerca, come spesso accade, solo nelle fasi elettorali: si persegue tutto l’anno, giorno dopo giorno, ostinatamente, come obiettivo primario, nelle lotte di fronte alle basi NATO e USA, contro l’Unione europea, contro gli attacchi del grande capitale al movimento operaio complessivo. Nelle lotte in difesa dell’ambiente e dei diritti.
E’del tutto evidente che due, oggi, sono i maggiori terreni di organizzazione del consenso: il terreno sociale e il terreno mediatico. Su entrambi registriamo drammatiche debolezze, che non sono superabili attraverso dei bei documenti, ma solo attraverso un impegno politico e culturale strenuo e di lungo periodo che porti ad avere molta maggiore capacità di quella odierna nel radicarci nei territori e nei luoghi di lavoro e ad utilizzare la Rete (strumento oggi a noi quasi drammaticamente estraneo) per organizzare consensi più vasti.
La questione femminile, il ruolo delle compagne nel Partito e nella società è ancora “pensato” e trattato come un dente che occorre togliersi. Non come una necessità rivoluzionaria. Mentre tale tema deve assolutamente divenire centrale. Dobbiamo essere sinceri: tanta parte della componente maschile del Partito vive ancora tale questione con supponenza politica e sciatteria culturale. Occorre addensare tale questione della necessaria portata teorica e politica; occorre che la questione del ruolo delle compagne, del loro portato generale e specifico, divenga al più presto tema della formazione e tema centrale della gestione politica del Partito.
Per ultimo, ma poteva essere il primo, il problema dell’autofinanziamento. L’ordine nuovo delle cose, a noi ferocemente ostile, richiede un salto di qualità politica e intellettuale nuovo e certo non richiesto con tanta drammatica urgenza nei tempi passati, per affrontare tale problematica. Occorre che il Partito non pensi più, liturgicamente, ad un tesoriere. Occorre un “team”, una squadra del più alto valore possibile sul piano culturale e organizzativo, una squadra che sia in grado di studiare ogni possibile forma di finanziamento che si nasconde tra le pieghe delle leggi nazionali e regionali, di studiare la storia dell’autofinanziamento delle esperienze del movimento operaio, politico e sindacale, che sia in grado di studiare le forme dell’autofinanziamento dei partiti comunisti e di sinistra nel mondo per capire cosa sia possibile assumere da quelle esperienze. Esperienze feconde, come quella del PC do Brasil, che attraverso un’azione organizzativa capillare giunge a convincere ogni suo iscritto a versare mensilmente, attraverso la propria banca, sull’Iban del Partito una piccola e costante somma. Perché noi non lo abbiamo mai fatto? Chi di noi non farebbe spostare dal proprio istituto bancario tre euro al mese del proprio salario sull’Iban del Partito?
Naturalmente, quando le risorse sono davvero poche, esse vanno scientemente ripartite per sostenere le spese politiche dei diversi e migliori quadri che il Partito intende valorizzare. Non investendo solo su pochissimi quadri, su due, su uno soltanto, poiché investire su di una rosa vasta di dirigenti vuol dire ammazzare nella culla ogni culto della personalità, favorendo invece la costruzione di quel Partito di cui abbiamo estremamente bisogno: un Partito democratico al suo interno e ricco di quadri. Il PCI, il nostro Partito, ha molti problemi, ma anche tutte le potenzialità per superarli. Ma occorre che ogni valore che oggi è in “potenza” si trasformi, al più presto, in “atto” politico.

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