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La CGT (ri)apre alla Federazione Sindacale Mondiale

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di Lorenzo Battisti (Dip. Esteri Pci)

In questi giorni si tiene il congresso della CGT a Dijon. Un congresso da cui sono uscite indicazioni nuove e di rottura verso una gestione confederale tesa a disinnescare la conflittualità del sindacato di classe, per renderlo compatibile con quello degli altri sindacati riformisti, con quello governativo e soprattutto con quello della Confederazione Sindacale Europea (CES) e della Confederazione Sindacale Internazionale (CSI, ex Cisl internazionale).

La decisione del congresso contro la direzione

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Durante il Congresso è stato votato un emendamento per modificare un articolo dello statuto della confederazione, aggiungendo la Federazione Sindacale Mondiale (la federazione mondiale del sindacalismo di classe) tra le confederazione con cui la CGT collabora. Precedentemente erano presenti solamente la CES e la CSI.

La sola proposta di modifica, chiesta in molti interventi e imposta da cori tra i delegati (davanti alle delegazioni di 105 sindacati mondiali), ha mandato nel panico la direzione sindacale, a partire dal segretario Martinez, che ha interrotto i lavori. Per disinnescare la proposta e ricattare i delegati, hanno chiesto di votare pro o contro la proposta della direzione, ponendo in un certo senso la fiducia. La proposta della direzione, malgrado questo, è stata battuta per 469 voti contro 294 ed accolta da cori che gridavano “siamo qui, siamo qui, per l’onore dei lavoratori e per un mondo migliore”.

La sconfitta è cocente e appunto è una sfiducia palese sull’attuale direzione. Ora per la Cgt si aprono le porte per una collaborazione con la FSM, tramite un posto da osservatore, e conseguentemente ci sarà un allentamento dei legami con CES e CSI, che non hanno apprezzato affatto la decisione, nè l’accoglienza dei congressisti. Se in sala c’è stato un composto e trattenuto silenzio per i rappresentanti delle due confederazioni mondiali (il cui futuro presidente sarà Berger, ex segretario della ultra riformista CFDT francese), all’esterno sono volati fischi e frasi non proprio di stima verso i rappresentanti del sindacalismo riformista. Oltre alla provocatoria intonazione dell’Internazionale per marcare la distanza.

La CGT tra sindacalismo riformista e di classe

Mentre la CGIL è uscita presto dal FSM già negli anni ‘60, la CGT vi è rimasta fino alle metà degli anni ‘90. In quell’occasione la CGT votò per uscirne (senza per questo decidere immediatamente di aderire ad altre organizzazioni) per poter costruire relazioni anche con quei sindacati che non vi appartenevano o che appartenevano ad altre confederazioni. Pochi anni dopo, la direzione impose l’adesione alle confederazioni riformiste.

Il passo fu in parte mal compreso e in parte mal digerito dal sindacato. Per farlo accettare si disse che la CGT, con la sua carica conflittuale entrava nella CSI e nella CSE per cambiarle, per far pesare la propria carica militante. Questo però nascondeva l’obiettivo esattamente opposto: seguendo la volontà dei vari governi e del Partito Socialista, l’obiettivo era modificare l’orientamento prevalente della CGT e disinnescarne la conflittualità. Renderla cioè compatibile con le politiche dei vari governi e liberarsi quindi dell’elemento detonatore delle frequenti manifestazioni e degli scioperi francesi. E, più alla lunga, andare verso un’unità sindacale con un’unione con la CFDT e le altri centrali riformiste.

Un obiettivo che ha incontrato forti resistenze, e a cui i militanti non si sono mai piegati, ma che ha fatto passi da gigante dentro la direzione. Se infatti nel 1995 la CGT (a cui si unirono gli altri sindacati, per non lasciare alla stessa CGT il monopolio del conflitto) aveva bloccato il paese con oltre un mese di sciopero quasi ininterrotto, nei successivi conflitti si è mostrata sempre più timida.

Nel 2005, in occasione del referendum sulla costituzione francese, una direzione miope aveva scelto di schierare la confederazione a sostegno del Si al referendum. Una scelta poi smentita clamorosamente dal voto interno, che ha obbligato i dirigenti recalcitranti a sostenere contro voglia il No, poi rivelatosi maggioritario tra i lavoratori e la popolazione.

Ma è nelle lotte e negli scioperi che il lavoro molecolare della direzione ha ottenuto i risultati maggiori. Dopo il 1995 la CGT ha rinunciato a bloccare il paese, opponendo sempre la scusa del dover mantenere l’unità sindacale, oppure sostenendo che i lavoratori non avrebbero resistito a uno scontro frontale di lunga durata. Eppure i lavoratori urlavano il contrario durante i cortei sindacali, ma dirigenti troppo sordi, non li hanno mai ascoltati. I dirigenti stessi non avevano fiducia nei propri lavoratori e militanti. Non esattamente un comportamento avanguardistico.

E così, contro la riforma delle pensioni di Sarkozy, nel 2010 e 2011, si mobilitò il paese con grandi scioperi, ma ci si mostrò timidi nel momento di fare il passo successivo, quello decisivo di bloccare il paese. Si preferì trasformare le manifestazioni nel trampolino di lancio per i socialisti verso la presidenza e il governo, e si perse. Nonostante le lotte e i sacrifici dei lavoratori, nonostante i milioni in piazza e le richieste di sciopero generale, la riforma passò e i lavoratori furono sconfitti.

E lo stesso avvenne contro le riforme del lavoro di Hollande prima e di Macron dopo, un triennio (ripeto, 3 anni, perché sia chiaro ai militanti sindacali italiani) di continui scioperi e manifestazioni, in media 2-3 a settimana (di cui uno al sabato per permettere di manifestare a chi non può partecipare alle manifestazioni). Le manifestazioni furono imponenti e continue, represse a bastonate dalla polizia, morti e feriti (si, ripeto, morti!). Ma anche questa volta, davanti al grido dei militanti che chiedevano il blocco, i dirigenti hanno preferito sedersi al tavolo con il governo e i sindacati riformisti per modificare la proposta di legge. Le poche e marginali limitazioni che ottennero furono poi reintrodotte dalla riforma Macron. Una sconfitta su tutto il fronte. E’ da ricordare che, mentre tutto questo avveniva, i sindacalisti italiani si innamoravano romanticamente per il segretario della CGT e per i suoi baffoni: mentre la CGT subiva una sconfitta storica, i sindacalisti italiani vi vedevano una vittoria senza precedenti. Da questa arrendevolezza della direzione e da questo fallimento del movimento sindacale hanno avuto origine i Gillet Gialli.

Ma proprio in occasione di questa ultima ondata di scioperi qualcosa è cambiato. Infatti, mentre i lavoratori francesi scioperavano strenuamente, bloccando raffinerie e centrali elettriche (staccando la luce a turno a varie città, tra cui quelle in cui c’erano meeting dei partiti di governo), non una parola di sostegno è arrivata dagli amici della CES e della CSI. A queste confederazioni infatti aderisce anche la CFDT, principale sponsor delle trattative “per migliorare” la proposta di governo e assolutamente ostile alle mobilitazioni della CGT. Tra le due confederazioni aderenti, CES e CSI si sono schierate per la CFDT e contro la CGT. Una scelta che è pesata per i militanti della CGT e che ha fatto comprendere che il problema veniva dall’alto e che la CGT, più che modificare l’orientamento di CES et CSI, ne veniva cambiata. La conflittualità non era la benvenuta.

Nel mentre, invece, la CGT ha ricevuto sostegno continuo dai sindacati aderenti alla FSM, che hanno manifestato in tutto il mondo davanti ai consolati e alle ambasciate francesi, che anno mostrato cartelli di sostegno agli scioperi e alle manifestazioni, e che hanno chiamato i lavoratori francesi a raccontare le lotte.

Ma questo non sarebbe bastato senza una lotta interna continua, portata avanti anche nei momenti più bui, fatta in maniera egemonica e non settaria da parte della sinistra della CGT, che ha tenuto aperto il dibattito sulle adesioni internazionali e sul ruolo nefasto della CES e della CSI anche nei momenti in cui questo significava rimanere ultra minoritari. Un dibattito durato 25 anni, impensabile per l’Italia, dove purtroppo ci si arrende dopo pochi mesi, quando va bene.

Una direzione sempre più fragile in una confederazione sempre più debole

Il sindacalismo francese, malgrado un grado superiore di mobilitazione, risulta essere il più fragile del mondo occidentale. Appena il 9% dei lavoratori francesi risulta aderente ai sindacati, un livello che si riscontra solo negli Stati Uniti. Se si sommano le 5 principali confederazioni francesi (il corrispondente di Cgil Cisl e Uil) non si arriva a 4 milioni di iscritti, cioè meno delle sole CGIL o CISL italiane.

Questo progressivo indebolimento ha colpito anche la CGT, che pur mantenendo spessissimo una maggioranza nel voto dei lavoratori, dal punto di vista delle adesioni non ha arrestato la sua emorragia, finendo per diventare il secondo sindacato francese per la prima volta nella storia, dietro al CFDT.

La delusione per le scelte della direzione sempre più incoerenti con la storia della Cgt, la perdita di adesioni e le sconfitte continue contro i governi hanno portato a questo cambio di orientamento. E’ stato importante il lavoro continuo della sinistra di classe dentro la confederazione, ma non va sottovalutato anche la crisi della direzione stessa.

Fu Thibault a decidere di scindere il legame con la Federazione sindacale mondiale. E’ interessante la sua esperienza perché mostra come la borghesia sappia gestire anche le sconfitte e usarle per preparare le future vittorie (un insegnamento che dovremmo apprendere). Thibault infatti fu “l’eroe” mediatico delle lotte del 1995 contro la riforma delle pensioni dell’epoca. La Metro di Parigi fu bloccata per settimane, bloccando così il paese intero, grazie alla strenua resistenza dei lavoratori dei trasporti. In quel periodo Thibault, venne incensato dai media padronali e reso popolare: giovane, con i capelli lunghi, un po’ sessantottino, aria fresca rispetto ai vecchi dirigenti di estrazione operaia dell’epoca. E soprattutto con idee nuove per la confederazione. Una sponsorizzazione non richiesta che gli permise di ascendere velocemente alla guida della direzione e di dirigerla senza contrasti per quasi due decenni. Come si vede sono gli anni dei continui tentativi di trasformazione del sindacato. Nel momento di crisi più dura, la borghesia ha saputo costruire lo strumento per una futura uscita.

Nel 2013 lascia la segreteria a Thierry Lepaon, che però dura pochissimo. Infatti questo, appena arrivato alla testa del sindacato, utilizza 100’000 euro della confederazione per ristrutturare l’appartamento che la stessa CGT mette a disposizione del segretario e altri 62’000 per il suo ufficio. A cui si aggiunge una buonuscita da 100’000 euro pagata dalla federazione locale di cui era funzionario. Uno scandalo che lo spinge a rapide dimissioni. Sostituito da Martinez, un uomo sicuramente più umile ma assolutamente non preparato per guidare un sindacato, con continue oscillazioni. Una debolezza che ha permesso alla sinistra interna di portare a segno una vittoria storica.

Proprio negli ultimi giorni Thibault era ritornato alla ribalta dopo anni di silenzio per contrastare il riavvicinamento alla FSM. Con diverse interviste sui giornali aveva cercato di rimediare alla debolezza di Martinez. Ma anche con inviti ai dirigenti a fare passi indietro sul sostegno alla proposta. Ma alla fine non è servito e la CGT ha deciso di cambiare posizione.

Cosa ha determinato un decadimento simile nella direzione? Indicare una sola causa è sempre riduttivo, ma un ruolo fondamentale è stato giocato proprio dalla CES e dalla CSI. I dirigenti di queste confederazioni (che provengono dai sindacati aderenti) così come i loro funzionari non condividono nulla della vita dei lavoratori. Questi viaggiano spesati in aerei di prima classe e alloggiano in alberghi a cinque stelle. La grandissima parte di loro peraltro non ha mai lavorato, ma è stata assunta direttamente come funzionario dalle confederazioni internazionali o talvolta dai sindacati nazionali. Una distanza nello stile di vita che ha cambiato la direzione dei sindacati e che è stata percepita in maniera ostile dai lavoratori della CGT.

Una seconda causa è il processo di burocratizzazione della confederazione. Il ruolo dei militanti viene sempre più ridotto a favore di funzionari stipendiati direttamente dalla confederazione. Si emargina sempre di più il ruolo militante a favore di un funzionariato incapace di andare oltre la piccola amministrazione e più interessato a mantenere la propria posizione lavorativa (e magari accedere a cariche superiori) piuttosto che guidare scioperi con il rischio di prendere bastonate in testa dalla polizia. Al contempo vengono frustrate le forze militanti migliori, relegate ai livelli bassi del sindacato e obbligati ad accettare le scelte imposte dalla direzione.

Il futuro della CGT. Il dibattito sindacale italiano.

L’evento marca un passaggio importante per la CGT. Cosa avverrà nei prossimi mesi o anni? Ovviamente è difficile dirlo. Si parla di una scissione pilotata dalla direzione per rompere con un sindacato che ha resistito e alla fine ha rifiutato le scelte imposte dai riformisti. Più probabilmente comincerà una fase di dibattito aperto dentro la CGT che si allargherà dalle adesioni internazionali ad altre scelte del sindacato. I riformisti probabilmente cercheranno di costruirsi posizioni di resistenza, in attesa di tempi migliori.

Di certo un piccolo passo avanti è stato fatto, per la CGT e per tutti i lavoratori francesi.

Resta da rispondere a una domanda: come mai questo non è avvenuto e non avviene in Italia? Perché la resistenza nelle fasi di deflusso dura pochissimo e sfocia sempre in scissioni o nella creazione di organizzazioni alternative? Come mai in Italia non c’è neanche l’ombra di un dibattito su questi temi fondamentali che rappresentano al contrario le grandi scelte di fondo del sindacato?

Speriamo che la notizia di questa svolta francese apra un dibattito anche in Italia, dove i sindacati celano dietro milioni di tessere una debolezza fragilissima che permetterebbe al governo e ai padroni di liberarsi di loro non appena questo divenisse conveniente.

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