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BERTINOTTI, LA CRISI DI GOVERNO, L’EUROPA

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di Bruno Steri

Martedì prossimo 27 agosto il Capo dello Stato informerà il Paese sull’esito della trattativa tra il Partito democratico e il Movimento5Stelle e quindi sulla possibilità che da tale trattativa sortisca o meno la base programmatica per un governo. Nel frattempo continuano a confrontarsi contrapposte recriminazioni e si accavallano previsioni diverse, senza che un tale fervore comunicativo contribuisca a dissipare l’incertezza per il prossimo futuro italico. Tra gli altri, con due interviste all’Adnkronos e a Linkiesta, è tornato a dire la sua Fausto Bertinotti: uno che, quale che sia il giudizio nei suoi confronti (e il mio non è positivo), ha influito molto sulla vicenda politica di Rifondazione comunista e della sinistra di classe in generale. Non mi stupisce di dover riscontrare anche oggi qualche sua condivisibile notazione in sede di analisi di fase, unita contraddittoriamente ad una deplorevole insufficienza della proposta politica.

Bertinotti non si mostra reticente nel descrivere in poche battute il percorso involutivo che ha condotto il nostro Paese, la sua  scena politica e, in essa, la sinistra di classe al punto in cui oggi si trovano. Da almeno un quarto di secolo è in atto un processo di “demolizione della Democrazia”. Quello – egli precisa – che Luciano Gallino chiamava il rovesciamento del grande conflitto di classe: “con la sconfitta delle forze che negli anni 70 avevano costruito le basi di un cambiamento di modello economico-sociale”, con il crollo dell’Unione Sovietica e “l’avvento di una rivoluzione capitalista-conservatrice, successivamente capitalista-finanziaria”. E’ precisamente questa “costruzione post-democratica (che) ha provato in tutto l’Occidente a metter fine alla democrazia costituzionale”.  

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La sconfitta della sinistra di classe e dei comunisti è dunque il brodo di coltura che ha prodotto il contesto attuale e i suoi deprecabili protagonisti: preparato dall’irrigidimento reazionario e l’involgarimento della vita politica e delle istituzioni (avvento del maggioritario, restringimento del ruolo del Parlamento, controriforme nel governo degli enti locali, personalizzazione della politica). Una sconfitta che peraltro ha dei responsabili: su tutti il Pd, che ancora oggi ritiene di poter riproporre un centro-sinistra organico, “come se non fosse stato proprio quel centro-sinistra a spezzare il legame di fondo tra il popolo e la sinistra, aprendo il varco alla vittoria del populismo”. Nel breve periodo, con la sinistra di classe al palo e quale che sia l’esito della crisi di governo, sembra purtroppo difficile che si possa produrre una svolta di carattere strutturale e una duratura riscossa delle classi popolari.

Sulla base di quanto detto, anche l’ex segretario del Prc manifesta una sostanziale diffidenza nei confronti di chi pensi di trovare una via d’uscita “sul terreno della manovra politica”, con operazioni di corto respiro. Più esplicitamente, egli non crede che “esista una soluzione alla crisi drammatica del nostro Paese nel quadro della politica corrente”. Conseguentemente, egli si dice contrario alla nascita di un governo Pd-M5S. Inutile inseguire “politici che pensano solo alla propria partita a scacchi (…). Questo è il tempo del rovesciamento del tavolo”: e occorre lavorare a “ricostruire il popolo, non il governo”, provando a dar fiato alle vertenze sociali e al conflitto di classe, come avvenuto in Francia coi Gilet gialli. Nel frattempo, meglio ridare la parola agli italiani con il voto: anche perché “se la sinistra teme di andare alle elezioni, allora non esiste più”.

Sin qui, il ragionamento sarebbe a grandi linee condivisibile: dalla ricostruzione storica della drammatica involuzione del quadro politico e istituzionale del Paese alla denuncia delle responsabilità di chi ha consentito o addirittura promosso tale involuzione, fino al rifiuto di soluzioni di governo pasticciate e incapaci di una vera svolta progressiva.  In una nota all’indomani della formalizzazione della crisi del governo Conte, la stessa segreteria nazionale del Pci ha dichiarato: “che si riconsegni al più presto possibile la parola agli elettori (è) la scelta migliore”.

Tuttavia, a conclusione dei suddetti ragionamenti e in stridente contrasto con essi, troviamo un appello diretto proprio al segretario del Pd Nicola Zingaretti: secondo Bertinotti, dovrebbe essere il Partito democratico – cioè il principale artefice della distruzione della sinistra e del conseguente attuale disastro – ad avviare una grande opera di “ricostruzione del popolo”, sottraendosi alla coazione a ripetere di una politica di governo comunque sia. E’ la montagna che partorisce il classico topolino. Una tale sterile invocazione la dice lunga sull’impasse della cosiddetta “sinistra” (parola divenuta oggi impronunciabile), sul suo vuoto di prospettive: come ho avuto modo di leggere in rete a commento di un’analoga illusoria richiesta, è come chiedere ai lupi di non sbranare gli agnelli.  

Non è inutile soffermarsi su questa paradossale inconcludenza o debolezza della politica. C’è infatti una ragione di fondo alla base di questo vano pestar l’acqua nel mortaio. L’argomentazione bertinottiana evidenzia un impronunciabile convitato di pietra: un assordante silenzio sulla questione europea. Il paradosso è che tale silenzio si ripete anche nei dieci punti programmatici proposti da Luigi Di Maio: il quale riesce a parlare di tutto (una manovra che deve essere equa, stop all’Iva, taglio delle tasse per le imprese che assumono, provvidenze per l’emergenza abitativa e il salario minimo, risorse per sanità, scuola e acqua pubblica, piano straordinario di investimenti per il Sud ecc, con implicito stanziamento delle relative risorse) senza porre esplicitamente il problema del “vincolo esterno”, cioè delle compatibilità con Bruxelles.

Manca il coraggio di porre esplicitamente la questione? Oppure, seppur silenziata nei documenti, la si pone direttamente nei comportamenti politici? Sembra essere questo il caso dei 5Stelle, i quali hanno deciso di garantire alle candidate per la presidenza della Commissione europea e della Banca centrale europea i loro determinanti 14 voti. Con buona pace degli iniziali propositi anti-Ue.  Da questo punto di vista, dobbiamo constatare nel merito l’inossidabile e trasparente coerenza del Pd, il cui segretario non ha esitazioni nel porre come primo dei suoi cinque punti di governo “l’impegno e l’appartenenza leale all’Unione Europea, per un’Europa profondamente rinnovata”.

Non stupisce che il Pd assicuri il suo impegno e la sua leale appartenenza all’Unione europea (ovviamente con l’aggiunta della solita giaculatoria sulla necessità di un “profondo rinnovamento”) . A parte le virate politiciste  e senza futuro dei 5Stelle, sarebbe però l’ora di superare le esitazioni che sul tema appesantiscono ancora la sinistra di classe. Eppure dovrebbe esser chiara la funzione strutturalmente regressiva, irriformabile di questa Ue, con i guasti delle sue politiche antipopolari, consapevolmente concepite a tutto vantaggio del grande capitale finanziario continentale . E’ la storia di questi decenni a dirlo, una storia esemplarmente riassunta nei dati dello stesso centro studi di Romano Prodi (Nomisma), i quali sanciscono, in concomitanza con l’avvento della moneta unica, il crollo del potenziale manifatturiero dell’Italia e con essa dell’Europa “periferica”: un potenziale (misurato dalla produttività media aziendale e, in estensione, dal numero di aziende produttive) che, prima del 1999, vedeva l’Italia messa addirittura meglio della stessa Germania. Stessa sorte per il nostro reddito pro capite, in caduta libera a partire dal 1996.

Come detto, non si tratta di imperizia ma di scelte consapevoli, tese a compensare i differenziali di produttività già sussistenti  tra i diversi Paesi membri: poiché con l’introduzione della moneta unica è venuta meno la possibilità di agire su una moneta nazionale (svalutandola per dare ossigeno all’export) e sulla spesa pubblica (con politiche espansive), l’unico strumento “riequilibratore” adottato è stato e continua ad essere l’abbattimento del costo del lavoro per unità di prodotto. Con l’Unione europea e i suoi Trattati si è passati dal Big Government allo Small Government (Vladimiro Giacchè), dalla stagione di un capitalismo che mantiene un ruolo pubblico di intervento nell’economia del Paese a quella del neoliberismo e delle privatizzazioni.  Il nucleo ideologico duro è quello della “libera e non falsata concorrenza” (leggi: nessun intervento pubblico a condizionare il libero gioco del mercato). Di qui l’austerità, il rigore di bilancio, la concertazione. E l’imposizione di “piani di aggiustamento strutturale” (leggi: “riforma” del mercato del lavoro e contenimento del costo del lavoro) come il Jobs Act in Italia e la Loi du Travail in Francia.

Quando si parla di “demolizione della Democrazia” come non pensare al ruolo di primo piano giocato in questo ambito dall’Unione europea, la cui inaugurazione ha legittimato un assetto istituzionale che costituisce un vero e proprio attacco alla sovranità popolare conquistata nel ‘900 all’interno delle repubbliche costituzionali: un processo di sovranazionalizzazione che ha sancito il dominio di una “costituzione senza popolo”, quella dei Trattati, e la contestuale decostituzionalizzazione di territori nazionali (Thomas Fazi). Fino all’indifferenza nei confronti del responso di referendum popolari, in nome dello statu quo assicurato da quello che Mario Draghi ha chiamato, con inquietante metafora, il “pilota automatico” operante a Bruxelles.

Il modello tedesco, fondato su un export in funzione trainante e sul contenimento della vita interna, ha imposto l’austerity a tutta l’Eurozona, facendo pagare prezzi pesanti ai Paesi “periferici”. Tuttavia, com’è noto, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: così il meccanismo rigorista si è inceppato sulla spinta delle sue stesse regole. I dati del 2° e 3° trimestre di quest’anno indicano per la Germania un crollo della produzione industriale e un netto calo delle aspettative di produzione. L’indice del manifatturiero ha toccato il minimo negli ultimi sette anni e le aziende tedesche annunciano consistenti tagli del personale: entro tre anni, 85 mila lavoratori a tempo indeterminato in meno. Il fatto è che la Germania paga la fragilità del suo proprio modello: votare la propria economia e la propria vita interna all’export (che al 2018 occupa il 48% del Pil) comporta esporsi al calo della domanda estera. E’ precisamente quello che sta avvenendo con il ripiegamento degli indici globali, cui occorre aggiungere gli effetti depressivi della guerra dei dazi aperta da Trump e le incertezze che suscita una Brexit no deal, cioè non concordata. A ciò si aggiunge una pericolosa congiuntura in campo bancario: “Banche sottocapitalizzate e in sofferenza significano taglio dell’erogazione delle linee di credito, rientro di prestiti e fidi, blocco totale del meccanismo di concessione di liquidità a famiglie e imprese, attivi che vanno a congelarsi per paura” (cfr. Mauro Bottarelli, C’è un’emergenza bancaria europea che sta affondando Deutschebank e Commerzbank. Ma la deve risolvere Lagarde e non Draghi). I problemi della Germania, che annunciano il rafforzarsi dei venti di destra, sono destinati ad avere ricadute sull’intera Ue: si può scommettere che Bruxelles sarà disponibile al dialogo con voci responsabili, ma non a concessioni sulla scia di sparate “sovraniste” (forse è questa una delle chiavi per interpretare anche la crisi di governo italiana e, specificatamente, la crisi tra 5Stelle e Lega).

Che fare, dunque? Si dice: riformiamo l’Ue. Ma chi lo dice mente sapendo di mentire. Sul piano formale, sappiamo che per cambiare i Trattati occorre l’unanimità di tutti i Paesi membri: dire che ciò sia un’occorrenza improbabile è usare un eufemismo. Sul piano sostanziale, va ricordato che per superare gli squilibri interni all’Ue occorrerebbero trasferimenti netti di risorse dai Paesi più ricchi a quelli meno solidi: un’eventualità che la Germania – e segnatamente l’elettore tedesco – non accetterebbe mai. Quindi, la scelta è tra rimanere come siamo oppure rompere la gabbia dell’Ue e dell’euro. Il Pci, assieme ad alcuni Partiti comunisti europei, propone la seconda di queste strade, non rinunciando comunque ad una solidarietà politica continentale. Per questo adotta la formulazione utilizzata tra gli altri dalla compagna Sara Wagenknecht: “Unione intergovernativa di sovranità nazionali democratiche”. Sappiamo che potrebbe non essere affare di un giorno; ma qualcuno deve pur cominciare a proporlo e a mettersi su tale strada.

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