Contro il precariato, per salvare l’università.

Il PCI ha denunciato da tempo il progressivo degrado dell’Università e della ricerca in Italia, segnato dal pesante attacco al diritto alla studio, dalla sempre più disomogenea presenza del sistema universitario nelle diverse parti del paese, dalla riduzione del numero degli studenti e del corpo docente, dalla persistenza di livelli inaccettabili di precariato, dalla sempre più forte sottomissione delle università ai desideri della Confindustria. Il risultato è un arretramento culturale e scientifico del paese e l’assurda mancanza di lavoratori qualificati indispensabili (si pensi al numero insufficiente di medici) per i tagli alle risorse e per l’imposizione del numero chiuso. Per reagire a questa intollerabile situazione è necessario aprire un dibattito che coinvolga il mondo dell’università e l’intera società. A questo fine il dipartimento scuola, università e ricerca del PCI ha avviato rapporti con soggetti associativi e sindacali che operano negli atenei, con cui intende confrontare analisi ed elaborazioni e sviluppare momenti di confronto e mobilitazione. Pubblichiamo nel nostro sito, come primo contributo alla discussione, un interessante documento dell’ANDU, associazione nazionale dei docenti universitari.

 Proposta dell’ANDU per il ruolo unico dei professori e la cancellazione del precariato

PREMESSA

     La pessima Proposta di Legge Melicchio-Torto (nota 1) ha rinnovato l’interesse verso una riforma, non più differibile, dell’attuale assetto della docenza e del reclutamento nell’Università italiana

     Una riforma che deve avere come principale obbiettivo quello di migliorare l’attività didattica e di ricerca del singolo docente nell’interesse degli studenti e del Paese.

    Questo è possibile solo se si rendono veramente liberi l’insegnamento e la ricerca dai condizionamenti esterni (politica, imprese, ecc.), da quelli “semi-esterni” (ANVUR) e da quelli interni.

    Rimandando per il resto a quanto proposto da anni (nota 2), qui si presenta un’organica riforma della docenza universitaria italiana per liberarla dal suo principale male: la cooptazione personale.

     Infatti in Italia, quasi sempre, il “maestro” individua personalmente, spesso dalla tesi di laurea, l’aspirante docente, lo forma attraverso un lungo percorso di precariato, lo mette in ruolo e lo fa avanzare fino al ruolo di ordinario. Una trafila che è mascherata da finti concorsi locali, a partire dal dottorato fino ad arrivare – dopo la Legge Berlinguer – ai ruoli di associato e ordinario. Un percorso caratterizzato dalla sottomissione dell’allievo al “maestro”, che ne condiziona l’attività didattica e di ricerca e i tempi della carriera accademica. Quando il cooptato arriva all’apice, applicherà anche lui la prassi della cooptazione personale, secondo la “tradizione” italiana, resa quasi obbligatoria da normative che nei decenni sono state sempre più finalizzate a rendere sempre più assoluta la libertà del maestro di scegliere chi vuole. Ed è da questa cooptazione personale che derivano i fenomeni di localismo, nepotismo, clientelismo, parentopoli, ecc., che a volte vengono “intercettati” dalla magistratura, facendoli emergere come scandali, mentre sono espressioni di un sistema.

    Bisogna non solo liberare l’allievo dalla dipendenza anche umana dal “maestro”, ma anche liberare il “maestro” dall’oneroso potere-dovere di farsi personalmente carico della carriera del suo prescelto. In tal modo si migliorerà non poco la qualità e la quantità della didattica e della ricerca di tutti, oltre che la qualità della loro vita.

    Per debellare la cooptazione personale è indispensabile che tutte le prove, a partire da quelle relative ai dottorati, diventino nazionali.

    Inoltre i componenti delle commissioni devono essere tutti sorteggiati tra tutti i professori e di esse non ne devono fare parte i professori che appartengono alle sedi dove sono stati banditi i posti e non ne deve fare parte più di un professore della stessa sede.

a. UN RUOLO UNICO VERO, SEMPLICE E POSSIBILE

    Occorre costituire un unico ruolo (organico unico) di professore universitario articolato in tre fasce, con uguali compiti e uguali diritti (compreso l’elettorato attivo e passivo) e uguali doveri all’interno di un unico stato giuridico nazionale (uguale in tutti gli Atenei).

    L’ingresso nel ruolo deve avvenire con concorsi nazionali (senza ASN) e il passaggio di fascia deve avvenire, a domanda, attraverso una valutazione complessiva (ricerca e didattica) nazionale individuale. In caso di valutazione positiva, deve conseguire l’automatico riconoscimento della nuova posizione (senza alcun ulteriore “filtro” locale).

    Gli scatti economici all’interno di ogni fascia devono essere legati esclusivamente all’età di servizio (retribuzione differita).

    L’età pensionabile deve essere uguale per tutti i professori del ruolo unico.

    L’elettorato passivo deve essere riservato ai professori con anzianità nel ruolo unico di almeno cinque anni.

    I vincitori dei concorsi nazionali devono potere scegliere dove prendere servizio, tra le sedi dove sono stati banditi i posti messi a concorso, sulla base di una graduatoria.

Transitorio

     Gli attuali ricercatori a tempo indeterminato, i professori associati e i professori ordinari, a domanda, devono fare parte rispettivamente della terza, della seconda e della prima fascia, mantenendo all’ingresso l’attuale retribuzione.

    A tutti i ricercatori di ruolo e gli associati che hanno conseguito l’ASN deve essere riconosciuto immediatamente e automaticamente il passaggio di fascia, con i relativi incrementi economici a carico dello Stato.

     Vanno abolite le ASN.

b. CANCELLARE IL PRECARIATO, MA NON GLI ATTUALI PRECARI

     Vanno eliminate TUTTE le figure precarie attuali introducendo una sola figura di pre-ruolo di durata massima di tre anni, con tutti i diritti garantiti, adeguata retribuzione e autonomia di ricerca, e in numero rapportato agli sbocchi in ruolo.

Transitorio

     Occorre bandire SUBITO almeno 20.000 posti (5000 all’anno) di professore di terza fascia, su fondi nazionali e con commissioni interamente nazionali, e si devono prorogare, a domanda, gli attuali precari fino all’espletamento dei bandi.

Per ulteriori approfondimenti e per il testo della proposta complessiva di riforma avanzata dall’ANDU si rinvia al sito dell’associazione http://www.andu-universita.it/

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