Home Italia Lavoro QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA VICENDA ILVA E SULL’IDEOLOGIA DOMINANTE

QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA VICENDA ILVA E SULL’IDEOLOGIA DOMINANTE

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di Bruno Steri

“Le condotte poste in essere in attuazione del Piano ambientale, nel rispetto dei termini e delle modalità ivi stabiliti, non possono dare luogo a responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati, in quanto costituiscono adempimento delle migliori regole preventive in materia ambientale”. La suddetta norma, in un primo momento prevista nell’intesa tra le parti, garantirebbe alla multinazionale indiana Arcelor Mittal, acquirente dell’Ilva di Taranto, l’immunità penale e amministrativa in relazione ai propri adempimenti in materia di risanamento ambientale dell’area industriale medesima – già drammaticamente segnata dagli effetti del ciclo produttivo sulla salute della popolazione circostante. Il comprensibile non mantenimento di un tale non senso giuridico (la legge non è uguale per tutti?) ha determinato il voltafaccia di questi stessi acquirenti e la rottura del patto di acquisto.

Apriti cielo! Sui media nazionali si sono scatenate le peggiori pulsioni liberiste: “Inammissibile conduzione della trattativa all’insegna di un’ottusa rigidità”, “La fuga di ArcelorMittal trascinerebbe il defilarsi di altri possibili investitori stranieri”, “Così si vuol mettere per strada migliaia di operai”. Eppure qui si tratta di un’elementare precondizione: non consentire che un’impresa straniera sia esonerata dal rispondere delle proprie azioni davanti alle regole giuridiche del nostro Paese come un qualunque altro soggetto italiano. Il venir meno di un tale presupposto comporterebbe la trasformazione in Far West del mercato del lavoro e, nello specifico, dei rapporti tra Stato italiano e investitori esteri. E’ dunque così insensato non sottostare ad un tale ricatto?

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In ogni caso, per noi comunisti una soluzione ci sarebbe. In un comunicato che entra nel dettaglio della vicenda, il Pci torna a pronunciare una parola divenuta impronunciabile e messa universalmente all’indice: nazionalizzazione. Giustamente, si ricorda che l’iniziativa pubblica costituisce un’insostituibile motore di politica industriale, per lo meno in una società che non intenda cedere alla deregolamentazione antisociale imposta dalla globalizzazione capitalistica. Un nostro compito è precisamente quello di ribadire concetti che l’ideologia dominante vuole strumentalmente presentare come desueti o inconcepibili.

All’opposto, questa stessa ideologia dominante è maestra nel rendere accettabile – o comunque nel far intendere come immodificabile – ogni tipo di obbrobrio sociale. Mi è capitato recentemente sott’occhio un articolo de La Repubblica in cui sono elencati alcuni di tali obbrobri: come quello secondo cui “le 26 persone più ricche della terra hanno un patrimonio collettivo pari a quello del 50% più povero della popolazione mondiale”; o quello secondo cui “l’1% più ricco della popolazione Usa possiede il 40% della ricchezza nazionale” (Inquinamento, ecco i colpevoli, La Repubblica, 31 ottobre 2019). Non si tratta di battute, ma di realtà. Ci sarebbe da chiedersi come possa reggere una società caratterizzata da una tale abnorme disuguaglianza. Ma evidentemente una sorta di acquiescenza indotta rende compatibile la pubblicizzazione di simili statistiche con la sussistenza dell’attuale assetto capitalistico: si tratta appunto dell’acquiescenza, dell’assuefazione indotte dai micidiali e affinati meccanismi dell’ideologia dominante. L’articolo in questione cita altresì uno studio del Climate Accountability Institute, la maggiore autorità mondiale sulle cause dell’effetto serra, pubblicato dal Guardian, in cui si rende noto che i maggiori 20 colossi energetici (con le private Chevron, Exxon, Bp, Shell in testa) sono responsabili “di un terzo di tutte le emissioni di gas nocivi nell’atmosfera terrestre nell’ultimo mezzo secolo”. Lo stesso articolo specifica che “le 5 maggiori compagnie di gas e petrolio quotate in borsa hanno speso circa 200 milioni di dollari l’anno per sostenere iniziative di lobby per ritardare, controllare o bloccare le politiche contro il cambiamento climatico”. Basterebbe far presente i suddetti eclatanti dati per far mettere i piedi per terra a qualche ambientalista non comunista, così da convincerlo che ambiente e capitalismo non vanno d’accordo nonché della necessità di porre mano ad un altro concetto messo all’indice: pianificazione socialista.

Intanto, tornando all’Ilva e remando ostinatamente controcorrente, i comunisti ribadiscono: nazionalizzazione.

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