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Iran-USA: dietro la facciata

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di Orazio Di Mauro, PCI Catania

Quando Trump nei primi mesi della sua presidenza stracciò l’accordo sul nucleare iraniano raggiunto a Vienna nel luglio 2015 tra l’Iran e il gruppo chiamato P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti – più la Germania) e l’Unione europea, non chiuse le trattative con gli Ayatollah, ma insistette perché in una nuova trattativa fosse inserita la capacità missilistica iraniana. Ovviamente Teheran oppose un secco rifiuto e la cosa non raccolse nessuna solidarietà dal restante gruppo 5+1, ma la Segreteria di stato statunitense continuò a ripetere come un mantra tale richiesta.

Bisogna tenere sempre a mente tale fatto per comprendere gli sviluppi della crisi iniziata con la morte a Baghdad di Qasem Soleimani il 3 gennaio 2020 mediante un attacco aereo con drone. Veniva così assassinato un individuo che viaggiava pubblicamente con un passaporto diplomatico e per una missione di mediazione tra Arabia saudita, Stati Uniti e le milizie sciite irachene, probabilmente anche le forze Houthi yemenite erano interessate alla mediazione. Ciò ci dice che per uccidere Soleimani non c’è stata nessuna azione di intelligence né umana né elettronica. Tutti gli attori politici regionali conoscevano gli spostamenti del generale. Ciò permette di eliminare illazioni relative all’intelligence israeliana, incarnata nel Mossad. Fa specie che i media mainstream occidentali abbiano messo in ombra questo aspetto che mostra come gli USA abbiano tradito la fiducia iraniana.

La morte del generale e le oceaniche folle che hanno seguito il funerale e l’inumazione hanno spiazzato i commentatori e i funzionari delle potenze occidentali, le quali non si aspettavano tale compattamento in un paese appena reduce da violentissimi scontri di piazza e che è diviso in varie linee di faglia, essendo un mosaico etnico, religioso e politico, ma è unito da un granitico sentimento nazionale. Chiunque vi sia stato ne ha precisa contezza.

Si comprende quanto le élite occidentali siano state sorprese da tutto ciò. Osservando il comportamento del premier israeliano Netanyahu che ha ordinato ai ministri del suo governo di non rilasciare commenti e all’esercito il rafforzamento dei dispositivi di sicurezza, in particolare sul Golan occupato e sul Libano, si ha una vaga comprensione di come anche Israele sia stata sorpresa. Netanyahu, che durante questi tragici eventi era in Grecia, teme un attacco inconsulto da parte di Hetzbollah non dal confine libanese, ma da quello siriano. Il leader israeliano tutto si può permettere ma non certo una guerra con Hetzbollah che Israele perse nel 2006 e che fu la vera causa della destituzione dell’allora premier Olmert e non le accuse di corruzione, come viene ricordato erroneamente. Deve esser stato spaventato da ciò che ha dichiarato il politico libanese Hassan Nasrallah, amico personale di Soleimani [1]: Hetzbollah vendicherà autonomamente dall’Iran la morte di Soleimani.

Nel momento in cui tutto il mondo sciita proclamava a gran voce di volersi vendicare, i soloni esperti occidentali ammannivano al popolo, da loro considerato bue, che tale vendetta sarebbe avvenuta a distanza nel tempo perché questo era nella cultura iraniana. Ovviamente la malafede di queste analisi la si poteva cogliere dal fatto che non si citava mai l’unico esempio di questa usanza iraniana di una vendetta occultata. Sarebbero stati degni di rispetto questi commentatori se avessero citato l’attentato di Lockerbie in Scozia del volo PanAm 103 nel dicembre 1988 compiuto come ritorsione dell’abbattimento del volo Iran air 655 del luglio dello stesso anno. Ma non sia mai che un commentatore occidentale metta in dubbio le conclusioni della magistratura inglese che invece accusò i servizi di sicurezza di Gheddafi. Ma gli avvenimenti stavano correndo in tutt’altra direzione [2].

L’Iran, pressato dalle oceaniche folle affrante per la morte di Soleimani, un segno doveva darlo. Al di là delle roboanti minacce di Trump decisamente scomposte, gli Usa si sono ben presto resi conto che un prezzo dovevano pagarlo. Trump è caduto nelle mani di Mike Pompeo e del vice-presidente Pence, dopo che i manifestanti in Iraq nei giorni precedenti l’assassinio avevano violato la zona verde dell’ambasciata USA ed erano penetrati a pochi metri dalle porte dell’ambasciata. Trump deve essere entrato nel panico; probabilmente il terrore che si potesse ripetere l’occupazione dell’ambasciata USA a Teheran nel 1979, si deve essere presentato non come ipotesi, ma come realtà e a quel punto passare nelle mani di Pompeo e ordinare l’eliminazione di Soleimani deve essere apparsa a Trump la sola via d’uscita. Ma successivamente deve essere uscito dalla fase di terrore e non è stato più capace di far altro. I suoi famosi e compulsivi Twitter si sono fermati e per tutta la giornata ridotti a tre, cosa stranissima per chi è uso farne un centinaio al giorno, con un unico Twitter originale con la sola bandiera statunitense, seguito ore dopo dalla sibillina frase: “L’Iran non ha mai vinto una guerra, ma non ha mai perso una negoziazione”. La morte di Soleimani è tutta di Trump e la si deve a motivazioni squisitamente elettorali, per non cadere nella trappola che impedì a suo tempo l’elezione di Carter. Ma se questo ha forse salvato Trump elettoralmente, ha reso ardua nel tempo la presenza americana in Medio Oriente.

Per comprendere il seguito dei fatti bisogna ricordare due avvenimenti, uno recentissimo e l’altro meno vicino e infine un’intervista rilasciata dalla studiosa italo-iraniana Farian Sabahi a Radio 24 poco dopo la morte del generale. Farian Sabahi è acerrima nemica degli Ayatollah ed è legata all’alta borghesia iraniana, che non ha smesso di sognare un Iran pre-rivoluzione del 1979. Nel video della sua prima intervista a RAI News 24 [3], dopo generiche considerazioni sul generale assassinato, la Sabahi conclude le sue affermazioni con una storia che ha poco a vedere con il fatto di cui si parla. Questa esperta di Medio Oriente e Yemen, proveniente da un’ottima famiglia e dotata di validi titoli accademici, inserisce nel suo commento l’episodio del bombardamento russo fatto in Siria nel 2016, fatto su richiesta dei pasdaran a copertura delle loro forze di terra nella regione; a questo intervento doveva seguire, come contropartita l’installazione di una base aerea russa fissa ad Hamadan in Iran, ma i parlamentari iraniani bloccarono questa ipotesi perché ritennero incostituzionale la presenza di una base straniera. A suo parere i russi si sono legati al dito questo rifiuto.
Questo evento è noto da tempo, ma ripetuto dalla Sabahi ci illumina sul fatto che i russi non sono alleati di ferro di Teheran. Dopo questo video la Sabahi ha rilasciato un profluvio di interviste alle televisioni nostrane, le quali la invitano perché è Italo-iraniana, ma in queste occasioni evita di ripetere la storia della delusione dei russi.

Nella notte del 7 gennaio l’Iran ha lanciato con successo numerosi missili balistici contro la Base Aerea di Ayn Asad in pieno deserto e ad Erbil in zona curda (non casualmente). Bisogna ammettere che probabilmente i lanci non hanno causato morti, perché gli Usa avrebbero fatto in tempo a smobilitare le basi avvisati dall’ambasciata svizzera che cura gli interessi statunitensi in Iran.

Ma nonostante ciò il problema del rischio di un’escalation era però presente a tutti, soprattutto a Putin. Osservando i suoi movimenti e i suoi incontri lo si evince con una certa precisione. La notte del 6 gennaio Putin ha trascorso il Natale ortodosso a S. Pietroburgo. Ma il giorno 7 si è recato a Damasco, dove ha incontrato il presidente Assad; i due leader non si sono recati al palazzo presidenziale, ma al comando militare russo di Damasco, dove Putin ha portato con sé il centro di comando mobile usato in caso di crisi; un sistema mobile dal quale il presidente può dirigere uno scontro nucleare come fosse a Mosca. Con lui c’era Shoigu ministro della difesa, Peskov responsabile delle comunicazioni e vari generali russi. La cosa più sorprendente è che la notte tra il 7 e l’8 Putin l’ha passata nel comando russo e con lui è rimasto Assad, chiaramente per proteggerlo da tentativi di ucciderlo [5]. La paura che a Washington qualcuno perdesse la testa e scatenasse la terza guerra mondiale era forte in Putin. Così non è stato e ne siamo felici.

In conclusione, l’attacco iraniano dice agli USA: abbiamo missili capaci di forare le vostre difese e i vostri Patriot sono inutili; del resto, nell’agosto 2019 quando gli Houthi attaccarono i pozzi sauditi, e i loro missili volarono sopra due basi USA che si trovano non lontano dai pozzi sauditi attaccati, queste non reagirono non accorgendosi nemmeno del transito [5]. In caso di guerra nessun contingente della coalizione occidentale, Italia compresa, possiede armi antimissile valide [6]; pertanto, un eventuale scontro con la forza missilistica iraniana sarebbe dirompente. In conclusione, la guerra sembra rimandata, ma la partenza dall’Iraq e dalla Siria non è così lontana.

L’abbattimento del Boeing ucraino, di cui l’Iran si è dichiarato responsabile, introduce nella questione ancora più dubbi e punti oscuri di quanto si voglia far credere da parte del mainstream occidentale. Rimandiamo ad un altro articolo una disamina più approfondita; per ora mi limito a citare una serie di fatti e incongruenze che dovrebbero far riflettere tutti.

La prima cosa che lascia dei dubbi è il fatto che l’abbattimento sia avvenuto sopra l’aeroporto di Teheran nelle ore notturne, quando vi è il massimo di traffico aereo (circa 50 aerei partono e arrivano di notte). Le batterie antiaeree hanno personale abituato a gestire questa situazione. Dopo un momento di incertezza, gli iraniani hanno dichiarato di aver provocato tale tragico evento, che sarebbe stato prodotto da un errore umano.

Ritengo che Il volo ucraino PS 752, con ogni probabilità, sia stato vittima della paura iraniana di un attacco statunitense in risposta ai lanci missilistici di poche ore prima. Questo ha detto nella conferenza stampa il brigadiere Amir-Ali Hajizadeh [7]. In Iran quella notte la situazione era tesa e la paura di un contrattacco americano era altissima, soprattutto dopo che Trump aveva minacciato di colpire i siti culturali. Tra questi ricordo Persepoli, che si trova vicino a Shiraz, città nota per la sua popolazione che vive del turismo generato dall’antica capitale persiana e che non è lontana dal mausoleo del poeta Hafez, per i persiani equivalente al nostro Dante. In quel difficile contesto le autorità militari hanno aggiunto batterie suppletive, una di queste è stata schierata a Bidganeh ad occidente di Teheran, ma disponeva del sistema mobile Tor M1, risalente al 1991 (quello che avrebbe abbattuto l’aereo ucraino). È un sistema relativamente vecchio, con connessione non completamente digitale. Per questa ragione l’operatore del sistema aggiunto Tor non aveva il quadro completo del cielo sopra Teheran, non sapendo che un aereo civile era appena decollato.

Sarebbe auspicabile che tali eventi non si verificassero, ma per evitarli c’è una sola strada: la ricerca della pace, cosa che non mi pare l’Italia e le altre potenze europee effettivamente desiderino.

Note

[1] vedi www.alalam.com
[2] Su Lockerbie si veda questo articolo.
[3] Video disponibile qui. Un modo come un altro per lanciare ombre sul comportamento della Russia nella regione.
[4] Si veda qui.
[5] Si veda qui.
[6]Si veda qui.
[7] Video disponibile qui.

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