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Per una sanità pubblica, gratuita, di qualità. Oggi e domani!

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LE PROPOSTE DEL PCI

Ciò che si temeva è realtà: siamo di fronte ad una pandemia da coronavirus. Con essa la maggior parte dei paesi del mondo è costretta a misurarsi. L’Italia, come i numeri sottolineano, è ad oggi tra le nazioni più colpite, ed è chiamata ad uno sforzo straordinario, che impegna tutte e tutti. La realtà con la quale si è costretti a fare i conti dice tanto dello stato del suo sistema sanitario, evidenziandone le luci ma anche le molte ombre, ed interroga circa le sue stesse prospettive.

A fronte di quanto accade, cresce tra la popolazione la consapevolezza della necessità della difesa di un servizio Sanitario Nazionale  ancorato ai principi di universalità, equità e solidarietà, che stanno alla base della sua affermazione nel lontano 1978 e che ne fanno una delle maggiori conquiste della storia repubblicana, con buona pace di coloro  che in questi anni, all’insegna della imperante cultura liberista, hanno cercato di metterli in discussione.

Aumenta la consapevolezza della imprescindibilità del servizio pubblico, l’unico, come i fatti dimostrano, in grado di offrire una risposta all’altezza del bisogno per l’insieme della popolazione, con buona pace di chi, sempre in nome del liberismo e della centralità del mercato, si sono adoperati per metterla in discussione, per affermare un sistema sempre più privato, nel quale anche la salute è piegata alla logica del profitto.

Tra la popolazione si fa strada un sentimento di gratitudine nei confronti dell’insieme del personale sanitario impegnato a garantire la necessaria assistenza, e più in generale di crescente attenzione nei confronti dei dipendenti pubblici impegnati sui diversi fronti, svelando l’inganno di chi in questi anni, per colpirne i diritti, li ha additati come fannulloni, un’accusa spregevole che aveva anch’essa, come obiettivo finale, quello di attaccare il pubblico per favorire il privato. Molteplici sono gli interventi che i diversi livelli istituzionali preposti hanno messo in atto sull’intero territorio nazionale, in uno stretto ed imprescindibile rapporto con la comunità scientifica, di nuovo riconosciuta come depositaria delle competenze necessarie, dopo anni di irrazionale populismo,  tesi a circoscrivere il più possibile la diffusione dell’epidemia e ad offrire la necessaria assistenza a coloro che ne sono fatti oggetto.

Tali interventi risultano inediti, per rilevanza ed incidenza sulla vita dei singoli e delle comunità, ma necessari, e chiamano tutti ad una assunzione piena di responsabilità. Rispetto a ciò, tuttavia, il PCI ritiene centrale rimarcare il fatto che tali misure restrittive, in questi giorni ineludibili, sono da considerarsi assolutamente transitorie, e non debbono in nessun modo evocare o anticipare modelli politici lesivi della democrazia e delle libertà individuali o scorciatoie di carattere autoritario alla gestione della complessità sociale. La decisione del governo di mettere a disposizione 25 miliardi di euro, dei quali 3,5 per la sanità, finalizzati a  fare fronte all’emergenza,  portando il rapporto deficit/pil al 3,3% (circa un punto percentuale di incremento rispetto all’oggi) rappresenta una scelta oggettivamente densa di senso politico generale, di un significato che, rispetto alla natura politica dell’esecutivo italiano, tuttavia, avrà un carattere solo occasionale e  in netta controtendenza, nella sua transitorietà, rispetto all’orientamento strategico subordinato ai diktat antipopolari dell’UE dello stesso governo.

Ciò che tuttavia va rimarcato, nel momento in cui è lo stesso, pesante “stato di necessità” a spingere il governo a forzare, occasionalmente, il tabù dei parametri europei, è la verità oggettiva di una critica, come quella che da sempre formula il PCI, volta a mettere a fuoco il carattere iperliberista, autoritario, antidemocratico e antipopolare degli stessi parametri, conseguenti alle direttive di “lacrime e sangue” del Trattato di Maastricht e di Lisbona, dell’UE. Le ripercussioni della pandemia in atto sul piano finanziario, economico, sociale, sono ad oggi di difficile valutazione, certamente si inseriscono nel quadro generale di crisi che investe da tempo, con l’insieme dell’UE, il nostro Paese, aggravandolo di molto.

Ciò imporrà l’adozione di scelte adeguate a farvi fronte, che impongono, come sottolineato da più parti, un generale ripensamento delle rigide politiche monetariste ad oggi affermatisi,  che sono per tanta parte alla base della crisi nella quale versa l’Unione europea che ad oggi, anche in merito alla pandemia in atto, continua a dare pessima prova di sé. Come sottolineato, il nostro Sistema Sanitario Nazionale affronta una pressione senza precedenti. Se lo sforzo in atto  per metterlo in condizione di far fronte all’emergenza coronavirus non va sottovalutato, ed è una riprova della vitalità della società italiana di cui prendere coscienza con orgoglio, esso ha messo in luce diversi limiti strutturali del sistema, con i quali occorre fare i conti, per decidere oggi cosa deve essere la sanità italiana domani, una volta superata l’emergenza. E’ un dato di fatto che il nostro sistema sanitario è da tanti anni in una condizione di sotto finanziamento, a fronte di una domanda in crescita per molteplici ragioni (invecchiamento della popolazione, nuove patologie, nuovi bisogni,  innovazione tecnologica, etc,).

Lo stesso, da molti anni, è stato fatto oggetto di rilevanti politiche di tagli, operate dai diversi governi di centrodestra e di centrosinistra succedutisi alla guida del paese, all’insegna della medesima cultura liberista, dell’austerità, delle compatibilità di bilancio.  Solo in questi ultimi dieci anni, come sottolineato in questi giorni da più parti, ciò  ammonta ad oltre 37 miliardi di euro. Le politiche di tagli affermatisi, spesso lineari, hanno prodotto la chiusura di  tanti presidi ospedalieri, di tanti reparti, tagliato oltre 70.000 posti letto, ridotto il personale ( mancano, ad esempio, oltre
10.000 medici ed oltre 30.000 infermieri), precarizzato i rapporti di lavoro, mortificato, anche economicamente, la condizione lavorativa, determinato un processo di progressiva esternalizzazione, privatizzazione di servizi prima gestiti direttamente, etc.

I crescenti processi di finanziarizzazione e corporativizzazione della sanità, emblematico lo sviluppo della cosiddetta sanità o mutualità integrativa, ivi compresa quella di derivazione contrattuale, hanno portato con sé la messa in discussione del carattere universalistico del sistema; i processi di aziendalizzazione che hanno investito lo stesso, con l’assunzione dei parametri propri dell’azienda capitalistica, hanno prodotto il progressivo esautoramento sostanziale  degli Enti Locali, e quindi dei cittadini, in materia di programmazione, verifica e controllo delle politiche sanitarie. Tutto ciò è stato accompagnato da una richiesta crescente di compartecipazione alla spesa da parte dell’utenza, che in tanti casi è divenuta insostenibile, come dimostrano gli 11 milioni di cittadini che per questo rinunciano a curarsi adeguatamente.

Tutto ciò ha  ridotto la quantità e la qualità dei servizi erogati, privato tanti cittadini della necessaria risposta ai loro bisogni, finendo con lo scuotere il sistema, che si evidenzia sempre più a rischio. Poche sono infatti le regioni che riescono a garantire i LEA (livelli essenziali di assistenza) ossia quell’insieme di servizi e prestazioni che per legge debbono essere garantiti in modo omogeneo nel paese, molte sono quelle che presentano bilanci sanitari in dissesto e che scaricano il peso delle conseguenti  politiche di rientro forzato ancora una volta sui cittadini, attraverso ulteriori tagli, tassazioni aggiuntive, etc. I processi di crescente autonomia regionale in materia sanitaria affermatisi nel tempo, e che in tanti, attraverso il processo di autonomia differenziata, vorrebbero spingere ancora più avanti, contemplando sempre più materie e funzioni, finendo con il mettere in discussione la stessa unicità statuale, hanno determinato una situazione  che ha portato più d’uno ad evidenziare che nella sostanza si misurano tanti sistemi sanitari quante sono le regioni, con il rischio di mettere in discussione nei fatti  la sussistenza di un Servizio Sanitario Nazionale coerente con i principi posti alla base della sua affermazione.

Negli ultimi decenni  i comunisti sono stati tra i pochissimi a combattere contro tali politiche, contro i tagli alla sanità pubblica, contro la privatizzazione mascherata da “sussidiarietà”, contro il processo di regionalizzazione, contro il crescente processo di finanziarizzazione della sanità, contro la regressione del Servizio Sanitario Nazionale. Quanto si sta evidenziando in questi giorni, ivi comprese le polemiche politiche, il disordine istituzionale creato dal sovrapporsi delle competenze delle regioni a quelle dello Stato, la rincorsa a mobilitare le energie migliori del Paese per recuperare il terreno perduto nel presidio medico del territorio, così come il generale grido d’allarme relativo all’impatto drammatico che l’epidemia da coronavirus potrebbe avere nei confronti di tante realtà del sud qualora si manifestasse nei termini che hanno investito il nord,  rendono pienamente giustizia alla fondatezza delle loro battaglie.

Su ciò che serve per combattere l’emergenza rappresentata dall’epidemia da coronavirus si è detto molto. Le scelte del governo, delle regioni, si sono orientate a mettere in atto politiche di varia natura, ad esempio a rendere disponibili più posti letto di terapia intensiva, una misura resasi necessaria dal tipo di esigenze manifestatesi a seguito dell’infezione virale in oggetto, attraverso la riduzione e/o riconversione di posti letto ad altro deputati, attraverso l’approntamento ex novo di spazi a ciò finalizzati, etc.

Tra le misure individuate particolare rilievo è stato posto alla possibilità per le ASL di procedere all’assunzione a tempo determinato, sei mesi, rinnovabili,  di 5000 medici, anche attualmente in pensione, di 10000 infermieri, di 5000 operatori socio-sanitari. Una scelta importante, che, al di là dell’emergenza in essere, sottolinea la cronica penuria di personale sanitario da più parti denunciata in questi anni. L’auspicio generale è che tutto ciò possa bastare a fronteggiare la situazione data ma, come sottolineato, anche a fronte di ciò, si impone una profonda riflessione  circa il nostro sistema sanitario, le sue prospettive. Serve un cambio di paradigma, culturale e politico assieme. Investire in direzione del rilancio, della qualificazione di una sanità pubblica, gratuita, di qualità è necessario e possibile assieme.

Dalla vicenda “coronavirus” si deve e si può uscire assumendo pienamente il concetto di diritto alla cura, alla salute, come diritto universale, svincolato dalla logica che la cultura liberista imperante porta con sé, in virtù della quale lo stesso è subordinato alla condizione economica dei singoli. La pandemia in atto sta drammaticamente dimostrando, sulla pelle della stragrande parte della popolazione la differenza esistente tra un sistema universalistico ed un sistema privato, di carattere assicurativo. Noi, i comunisti, non abbiamo dubbi e risolutamente ci schieriamo a favore del primo, contro il secondo, avanzando precise richieste per la sanità del nostro paese, ricercando il massimo dell’unità possibile con tutte le realtà politiche e sociali interessate.

Chiediamo pertanto:

  • la  ridefinizione delle forme di governo  della sanità. Ciò attraverso il superamento degli attuali  livelli di autonomia regionale in materia, il rilancio del ruolo dello Stato, un diverso rapporto  tra questi  e le Regioni, mediante la definizione di “accordi per la salute”, in un’ottica solidale, volta al recupero delle differenze esistenti, allo sviluppo ed alla qualificazione di un Servizio Sanitario Nazionale pubblico coerente con i principi di  universalità, equità  e solidarietà sanciti dalla legge costitutiva 833/78, omogeneo, garante della qualità della risposta per l’insieme dei cittadini del Paese.
  • un piano straordinario di finanziamento  del Fondo Sanitario Nazionale di almeno 40 miliardi nei prossimi 5 anni, da garantire  anche attraverso una tassazione straordinaria delle grandi rendite
    patrimoniali e finanziarie, la riconversione di spese militari in essere e/o preventivate,  e di assegnare tali risorse  alle Regioni in base alla rilevazione delle reali esigenze dei cittadini in esse presenti.
  • il superamento delle agevolazioni fiscali per la spesa sanitaria sostenuta dai privati, direttamente  e/o con l’intermediazione delle assicurazioni, nonché di tutti i ticket, di ogni forma di compartecipazione dei cittadini alla spesa sanitaria, che deve essere finanziata unicamente attraverso la fiscalità generale progressiva.
  • di abbandonare il processo di crescente privatizzazione della sanità in atto da tempo, superando le diverse forme di finanziamento diretto od indiretto in essere, e  la pratica dell’esternalizzazione dei servizi sanitari, socio-sanitari, di sostegno, definendo un piano di progressiva reinternalizzazione degli stessi che garantisca l’insieme dei lavoratori interessati.
  • che il piano di assunzioni straordinarie, a termine,  definito dal governo in risposta all’emergenza da coronavirus, divenga strutturale e volto, in prospettiva, a garantire l’intero sistema sanitario, anche sul piano del riassetto del rapporto tra strutture ospedaliere e strutture territoriali, di base, a superare le molteplici esigenze palesatisi nel tempo, ad esempio relativamente  al servizio di pronto soccorso, ai tempi d’attesa per esami e visite diagnostiche (rispetto ai quali si impone anche il superamento dell’attività intramoenia).
  • che il lavoro in sanità sia maggiormente tutelato e valorizzato, anche attraverso riconoscimenti economici, diretti ed indiretti, più adeguati per l’insieme del personale interessato.
  • il superamento del numero chiuso nella facoltà di  medicina e chirurgia e per tutti i corsi di laurea relativi alle diverse professioni sanitarie, nonché il finanziamento di attività di ricerca e di formazione gestite congiuntamente da  Università e Servizio Sanitario Nazionale.
  • di rompere con la logica speculativa imperante, con i condizionamenti del settore privato, con particolare riferimento a quello farmacologico, realizzando un’industria pubblica finalizzata alla produzione ed alla distribuzione.

Le richieste che come Partito Comunista Italiano avanziamo sono volte ad  una sanità pubblica, gratuita, di qualità, la cui necessità,  sottolineata da tempo, è resa emblematica dall’epidemia da coronavirus  con la quale anche e soprattutto il nostro Paese è chiamato a misurarsi. La nostra scelta è coerente con i principi della legge istitutiva del Servizio Sanitario nazionale, a favore di un sistema che sottolinea il diritto alla cura, alla salute, come diritto di tutte e tutti, indipendentemente dalle condizioni reddituali, un sistema universale, appunto, la cui necessità è vieppiù sottolineata da quanto accade.

La salute non può essere considerata una merce, sottoposta alla mera logica del profitto,  ma un diritto. Ciò tanto dice di una società, dell’idea  che di essa si persegue; noi, i comunisti, siamo perché tutti, indistintamente, trovino risposta ai propri bisogni.

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