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Università dopo il Covid, come prima, peggio di prima.

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di Luca Cangemi, Responsabile Scuola e Università PCI

Anche dopo la pandemia il governo italiano non sembra capire, quello che è ovvio: le nuove sfide di fronte al mondo richiedono straordinari investimenti nell’Università e nella ricerca e il nostro paese deve recuperare un grave ritardo – ha dichiarato Luca Cangemi, responsabile nazionale scuola e università del PCI.

Il “decreto rilancio”, invece, rilancia assai poco e compie scelte sbagliate.

Innanzitutto le risorse necessarie, nonostante gli impegni, il governo non le ha trovate (e non è inutile ricordare che nuovo ministero dell’Università e nuovo ministro sono figli di una lacerante discussione nella maggioranza che sostiene Conte sugli inadeguati stanziamenti).

Da ciò derivano interventi non in grado di rappresentare una svolta in termini di diritto allo studio (borse di studio e servizi), organici e precariato.

Gli organici, falcidiati da anni di tagli, rimarranno carenti, la stabilizzazione dei precari rimane per gran parte un miraggio, anzi c’è il rischio che si continui a produrre precariato senza prospettive.

È il caso di ricordare che questi sono problemi che riguardano elementari diritti delle figure sociali coinvolte ma anche altrettanto elementari condizioni di funzionamento del sistema universitario e della ricerca. Di cui tutti si ricordano nel momento dell’emergenza (che tra l’altro non è affatto finita).

Particolarmente grave è l’assenza di una svolta per quanto riguarda il numero chiuso e le scuole di specializzazione di medicina.

 Neanche su questi due aspetti, messi sul banco degli imputati per la gravissima carenza di medici che il sistema sanitario italiano registra ormai da anni e clamorosamente evidenziata dall’ emergenza si fanno passi in avanti. Il problema del numero chiuso neanche viene posto, sulle borse di specializzazione i numeri previsti sono inferiori a quanto promesso dal ministro Gaetano Manfredi in una intervista di dicembre, prima che l’epidemia mostrasse a tutti la tragica condizione degli organici degli ospedali e della medicina del territorio. Speravamo che almeno durasse qualche mese il ricordo dei turni massacranti, dell’impossibilità di sostituire gli operatori malati, di tutto ciò insomma che abbiamo visto in queste settimane. Invece niente, come prima, peggio di prima.

Il PCI denuncia questa miope insensibilità, che colpisce il presente e il futuro, e fa un appello ad una mobilitazione che metta i temi di una ricerca di scientifica non condizionata dall’impresa, dell’Università, dell’alta formazione al centro di un progetto di sviluppo dell’Italia.

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