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Un partito comunista rinnovato e rafforzato per le esigenze nuove della società italiana

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(intervento di Enrico Berlinguer al Comitato Centrale del PCI, 14-16 gennaio 1970)

Nell’anniversario della nascita del compagno Enrico Berlinguer, pubblichiamo stralci del suo discorso al CC del Pci del gennaio 1970, particolarmente significativi poiché pongono il tema di un partito comunista adeguato all’Italia del tempo, che viveva le grandi lotte dei lavoratori culminate nell’Autunno caldo, che creavano le condizioni per una svolta politica e intanto per una nuova stagione di riforme, ma contemporaneamente anche l’inizio dell’escalation della strategia della
tensione, che rivelava la forza e la determinazione del blocco reazionario nell’impedire sbocchi progressivi della crisi italiana.

(Introduzione di Alex Hobel)

Enrico Berlinguer
[…]
Sorge a questo punto un duplice problema: il primo è quello della conquista dell’adesione delle grandi masse, della maggioranza del popolo, a un programma “politico” che vada nella direzione che noi indichiamo, e della organizzazione della lotta necessaria per attuare tale programma e per spezzare le resistenze dei ceti privilegiati. Il secondo problema è di dare a quel programma e alla prospettiva che noi indichiamo la forza di conquista e di attrazione di un grande ideale, di farli divenire, cioè, una “ideologia di massa”.

Naturalmente, in questo caso, il termine “ideologia”, che voi sapete in quali diverse accezioni sia stato e venga usato nel linguaggio marxista, va inteso nel suo significato più alto, e cioè, per dirla con Gramsci, di «concezione del mondo, che si manifesta implicitamente nell’arte, nel diritto, nelle attività economica, in tutte le manifestazioni di vita, individuali e collettive».
Il primo di questi problemi è stato qui ampiamente dibattuto. È, in sostanza, il problema di come dobbiamo ora portare avanti la lotta per quegli obiettivi di miglioramento delle condizioni materiali, di libertà e di potere dei lavoratori, di riforme sociali, di organizzazione delle masse, di espansione della democrazia, che si pongono all’indomani delle lotte sindacali dell’autunno e in relazione con tutta l’attuale situazione politica. Di tutti questi temi, io vorrei limitarmi a sottolineare un solo aspetto.

Le relazioni e la discussione hanno posto fortemente l’accento sui problemi della classe operaia e sulla necessità di muovere dalle conquiste da essa realizzate con le sue lotte recenti per difenderle, consolidarle, generalizzarle, svilupparle, con tutti gli strumenti e i modi che sono stati indicati.

Giustamente, io penso, in questa sede si è insistito sull’attualità e urgenza di questa esigenza, e si sono in particolare discussi quegli aspetti specifici che interessano il ruolo, la presenza, l’iniziativa del partito.
La fabbrica, mi pare lo dicesse anche il compagno Pecchioli, può divenire oggi uno dei centri della vita politica del paese; e questo, fra l’altro, deve impegnarci in una campagna per l’esercizio dei diritti politici nella fabbrica e quindi per la presenza dei partiti nei luoghi di lavoro, una campagna che abbia una certa analogia, anche per il vigore con cui va combattuta, con quella che si è fatta per l’affermazione dei diritti sindacali e della presenza dei sindacati. Ci sono, poi, tutti i compiti pratici di cui hanno parlato molti
compagni, compiti di grande portata: la promozione di una nuova leva operaia nel partito, la formazione dei quadri operai, il piano vero e proprio di cui il compagno Colombi parlava per la creazione e l’estensione delle cellule e delle organizzazioni di fabbrica.

Ma non è di questi problemi che io vorrei ora parlare.

Importanza del tutto nuova delle altre “potenze” che vanno sorgendo accanto alla “potenza” sindacale operaia Il punto su cui vorrei mettere l’accento è un altro, che è del resto connesso ai problemi che ho ora
richiamato. Se vogliamo veramente portare avanti, e con prospettive di successo, quelle battaglie di riforma e di lotta per nuovi indirizzi di politica economica e generale di cui parlavo, noi dobbiamo attribuire un’importanza del “tutto nuova” non solo, in generale, al problema delle alleanze, ma ad un aspetto molto concreto di questo problema. Il compito nostro mi pare, in sostanza, sia quello di lavorare perché oggi, accanto alla grande forza sindacale operaia, accanto a questa “potenza” che si va affermando come fatto positivo di grande portata nel nostro paese, si affermino, per usare questa espressione, analoghe “potenze”, che esprimano e facciano pesare dal punto di vista economico, sociale, politico, gli interessi e le esigenze degli altri decisivi strati sociali: dei contadini, delle popolazioni meridionali, delle donne, degli studenti e dei giovani, più in generale di larghi strati dei ceti medi.

Ho già detto delle ragioni della centralità di questo compito non solo per una strategia come la nostra ma per le sorti stesse dell’Italia, per le condizioni e l’avvenire di tutto il nostro popolo. Solo comprendendo appieno, e quindi compiendo tutti gli sforzi necessari per realizzare questo compito, la stessa classe operaia può affermare ed esercitare in profondità e in estensione, nei fatti, la sua unzione dirigente nei confronti di tutti gli sfruttati, essere cioè, pienamente, classe rivoluzionaria. La classe operaia è classe rivoluzionaria, anzitutto, in quanto rifiuta nella fabbrica, e di fronte al padrone, ogni subordinazione delle proprie esigenze di vita, di libertà, di potere alle esigenze del sistema capitalistico.

Ma perché il carattere rivoluzionario della classe operaia si fermi compiutamente è necessario che essa sia in pari tempo capace di affermare la propria egemonia nei confronti di tutti i ceti sfruttati, di tutto il popolo lavoratore, difendendone e facendone propri gli interessi fondamentali, immediati e di prospettiva. Ora, in Italia, oggi, si presenta concretamente il rischio della emarginazione di alcuni strati fondamentali delle classi lavoratrici, di un loro impoverimento, di una loro degradazione sociale.

Basti pensare ai processi che sono in atto nel Mezzogiorno e in vaste zone delle campagne. E potrebbe crearsi una sfasatura anche molto profonda tra le posizioni di forza della classe operaia e quelle di altri strati di lavoratori. Ora, proprio da un processo di questa natura, che non sia contrastato, fermato e rovesciato dall’iniziativa operaia, potrebbe venire oggi il pericolo vero del riprodursi, sia pure in forme nuove, di tendenze corporative e riformiste nell’ambito stesso della classe operaia. La funzione dirigente
della classe operaia e il carattere rivoluzionario della sua lotta, dunque, trovano proprio qui uno dei loro banchi di prova più importanti. Del resto, come altre volte abbiamo sottolineato, esiste una analogia e un nesso fra questo problema che si pone alla classe operaia italiana e quello, più generale, che sta davanti a tutto il movimento operaio dei paesi capitalistici avanzati nei confronti dei popoli del cosiddetto “terzo mondo”.

Non vorrei, però, che questo discorso troppo sulle generali intorno al ruolo
della classe operaia ci conducesse a concepire il proletariato e la sua funzione in modo un po’ «metafisico», nel senso che ci portasse a dimenticare che il compito di cui ho parlato può essere realizzato in concreto solo se esso si traduce, oltre che in una linea e prospettiva politica giusta, e in una battaglia di orientamento ideale e di “educazione” da condurre fra le stesse masse operaie, in un quotidiano, costante impegno dei sindacati e del partito, e cioè delle più forti organizzazioni della classe
operaia, in un lavoro tenace per creare quelle altre “potenze” di cui parlavo, per aiutare cioè tutte le altre forze sociali progressive ad acquistare quel maggior peso di cui c’è bisogno urgente.

È vero che in questo campo non si parte da zero. Nel campo contadino, ad esempio, vi è stata in questi anni una crescita dell’Alleanza contadina e vi è stato anche uno sviluppo considerevole di forme associative di vario tipo. Ma oggi è necessario dare a tutto il lavoro in questa direzione una dimensione quantitativa e qualitativa nuova. E ciò sia fra i contadini e nel Mezzogiorno (il compagno Reichlin ha insistito giustamente sulla importanza decisiva che assume oggi nel Mezzogiorno la creazione di un
vasto tessuto democratico di organizzazione di massa), sia in altre direzioni. Fra le donne, ad esempio, il nostro lavoro assiduo, il nostro impegno convinto deve puntare a unire lo sviluppo di movimenti e lotte per la conquista di precisi obiettivi di occupazione, di servizi sociali, di attrezzature civili, alla costruzione di una rete di organizzazioni stabili, veramente popolari e di massa delle donne.

Anche nella scuola, fra gli studenti e gli insegnanti, insieme alle battaglie per la riforma delle strutture e dei contenuti dell’istruzione di ogni ordine e grado, deve svilupparsi la costruzione di strumenti di potere, di organizzazione democratica, che diano un peso agli studenti nella lotta per la trasformazione degli ordinamenti scolastici, e nella più generale battaglia per la trasformazione della società. Considerazioni analoghe, naturalmente tenendo sempre presenti le necessarie differenze di contenuti e di forme di lotta e di organizzazione, potrebbero essere fatte per altri strati e gruppi sociali: di intellettuali, tecnici e ricercatori (anche tenendo conto delle trasformazioni in atto nella loro collocazione sociale); di artigiani e piccoli imprenditori e così via.

A queste considerazioni che sollecitano ad un grande impegno politico e pratico, vorrei ora aggiungere solo qualche spunto sull’altro grande problema cui prima accennavo, e cioè al problema di come conferire al nostro programma politico generale la forza di attrazione di un grande ideale.

Non basta che una prospettiva sia in sé rivoluzionaria: occorre che sia riconosciuta e sentita come tale da grandi masse. Ecco il punto da cui dobbiamo partire. Ora, questo problema ci si propone oggi in termini che, in parte, sono del tutto nuovi, anche perché esso è strettamente unito allo sforzo che vogliamo compiere in modo sempre più coerente per affermare una visione della lotta per il socialismo che comporta la liberazione da elementi messianici, di utopia. Ma, anche e proprio perché riteniamo
necessario compiere questo sforzo, dobbiamo in pari tempo proporci con forza il problema di cui parlavo, e che potrebbe essere definito come il problema del mantenimento o del ricupero, su terreni che in parte devono essere necessariamente diversi da quelli del passato, di valori e “sentimenti” che restano e sempre saranno essenziali per la lotta rivoluzionaria della classe operaia e dei suoi alleati, perché il movimento di emancipazione dei lavoratori non può vivere e avanzare se viene privato della carica di una forte tensione ideale.

Il nesso di una salda prospettiva rivoluzionaria con una condotta politica duttile e realistica Ora, in questo campo, ne siamo tutti coscienti, certi “vuoti” si sono indubbiamente determinati.

Sono sorti problemi che non siamo ancora riusciti a risolvere pienamente. Sappiamo tutti che le cause di questi “vuoti”, di questi problemi sono varie, sono complesse: di esse hanno parlato anche il compagno Pecchioli e altri compagni. Si è fatto riferimento, ad esempio, ai riflessi, nelle coscienze, di
quei fatti oggettivi (nel senso che sono largamente indipendenti dalla nostra volontà e possibilità di intervento) che si sono verificati negli ultimi anni del mondo socialista (divisioni e rotture fra gli stati, difficoltà e contraddizioni interne, e così via). In secondo luogo, si deve tenere conto che è venuta meno quella prospettiva che, per intenderci, veniva chiamata “dell’ora X”, che era, ed è, una prospettiva irreale, perché essa non è mai stata la prospettiva vera della politica del nostro partito, ma che pure, in
una certa misura, era uno dei motivi dell’adesione e tensione ideale di una parte dei lavoratori e dei nostri militanti.

Ora, con la liberazione della coscienza dei militanti da quelle errate convinzioni e prospettive, il partito ha realizzato una conquista che ha fatto compiere grandi passi avanti a tutta la nostra battaglia politica. Lavorando in questo senso, inoltre, noi siamo nel complesso riusciti a conservare (lo ricordava il compagno Badaloni nella discussione che facemmo ad ottobre) la capacità di indicare ai lavoratori l’obiettivo di una società superiore. Non ci siamo cioè mai lasciati trascinare «nell’ambito del gioco politico minuto». Non possiamo però ancora affermare di avere del tutto e bene risolto il problema di cui parlavo.

E le conseguenze di questo fatto si ripercuotono a volte, non solo sul
piano della tensione ideale, ma nel campo stesso della politica, nel senso che la caduta, nella coscienza dei militanti, di una prospettiva generale sbagliata, può dar luogo, a volte, sia a manifestazioni di opportunismo (politico o pratico, sia a manifestazioni di massimalismo di tipo più direttamente politico, con l’illusione che il problema della “tensione” possa essere risolto “caricando” artificiosamente i nostri programmi. A volte, perciò, si è finito per smarrire nella pratica quel nesso tra saldezza della prospettiva rivoluzionaria e capacità di una condotta politica duttile, realistica, pienamente corrispondente alla concretezza delle varie situazioni che costituisce uno dei fondamenti essenziali dell’insegnamento
leninista e della politica di un partito leninista.

Infine, per individuare chiaramente la natura dei problemi di cui mi sto occupando, non si deve mai dimenticare che noi stessi abbiamo cercato di lavorare (con maggiore o minore coerenza e continuità) per costruire nel partito, nei suoi militanti, tra le masse, una visione della realtà e dei problemi del socialismo sempre più fondata sulla razionalità e sul concreto senso della storia. E su questa strada noi vogliamo andare avanti e non indietro, consolidando i risultati già raggiunti.

In pari tempo, però, non dobbiamo perdere la consapevolezza che occorre affrontare e risolvere bene anche quel problema che ho chiamato dei “sentimenti”, ma che è in realtà un problema molto più ampio e profondo. È cioè il problema di una risposta che anche noi, anzi soprattutto noi, siamo
chiamati a dare a una “crisi di valori” (consentitemi questa espressione) che si è manifestata e si manifesta in forme ampie e diverse, talora anche drammatiche, le quali non possono essere tutte ridotte a quelle, certo prevalenti, che sono il prodotto della crisi dell’egemonia borghese.

Tra l’altro, è anche nella risposta finora insufficiente a questi complessi problemi che abbiamo trovato uno degli ostacoli alla saldatura e all’incontro con le spinte di ribellione anticapitalistica di alcuni strati, soprattutto dei giovani, e anche ad una soluzione di altri problemi connessi a tutta la nostra azione nel campo della cultura.

Nella sostanza tutto ciò ha creato un certo divario tra il rafforzamento continuo del nostro prestigio e della nostra influenza politica e la nostra azione nel campo della battaglia e conquista ideale.
Circa la soluzione dei difficili problemi di cui ho finora parlato, vorrei limitarmi a indicare le due direzioni principali nelle quali dovrebbero muoversi, a mio avviso, la nostra ricerca e il nostro lavoro.

La prima direzione (sulla quale già ci muoviamo da tempo con una linea sostanzialmente giusta e con risultati nel complesso positivi) investe tutte le questioni dell’internazionalismo nei suoi vari aspetti, e cioè: di collocazione della nostra battaglia nell’ambito della lotta mondiale contro l’imperialismo; di affermazione, nel quadro del grande schieramento di lotta antimperialistica, di un ruolo originale della classe operaia occidentale; di concreta e sempre più ampia partecipazione alle lotte antimperialistiche e ai movimenti di solidarietà con i popoli oppressi; di iniziativa per far avanzare una concezione e una unità nuove, più ricche ed elevate, nel movimento operaio internazionale; di ricerca, che andiamo già
sviluppando ampiamente, di collegamenti con altre forze antimperialistiche e con movimenti di liberazione nazionali (basti pensare a ciò che facciamo in direzione del mondo arabo).

In questo quadro conserva sempre importanza essenziale una giusta posizione verso le società socialiste. Si tratta, per questo aspetto (come già tante volte, in questi ultimi tempi, abbiamo detto) di sviluppare intanto
sempre più coerentemente quella visione che ci spinge ad affermare la necessità di un esame serio, oggettivo dei processi che in quelle società si manifestano sia per coglierne e valorizzarne i grandi momenti positivi, sia per comprendere sempre meglio le loro interne contraddizioni e difficoltà. Si tratta, inoltre di ribadire che noi non consideriamo il socialismo che è stato costruito e si va costruendo in quei paesi come modello per il socialismo che vogliamo costruire nel nostro paese. Questo fatto, che
è per noi da lungo tempo acquisito, deve divenire evidente per tutti, e ciò significa anche che devono apparire sempre più chiari i tratti distintivi e peculiari che caratterizzano la nostra visione di ciò che dovrebbe essere, e noi vogliamo divenga, una società socialista nel nostro paese.

A questi aspetti del nostro modo di guardare alla realtà dei paesi socialisti si deve però sempre unire quell’altro aspetto (che mai può essere smarrito perché è anche esso essenziale, per la natura stessa della nostra strategia e della nostra politica e per il rapporto con le nuove generazioni), che ci spinge a riaffermare non solo tutto il valore “storico” delle grandi rotture dell’assetto mondiale che il movimento comunista ha realizzato a partire dalla rivoluzione d’ottobre, ma il valore attuale, politico e, direi, oggettivo, del ruolo che l’Unione Sovietica e i paesi socialisti esercitano nella lotta mondiale contro l’imperialismo; e quindi la necessità di un legame internazionale con questi paesi e con i partiti che li dirigono.

L’altra direzione verso cui dovremmo muoverci è quella di rendere sempre più evidente il radicale mutamento che nella gerarchia dei valori umani hanno e comportano i fini per i quali “già oggi” combattiamo in Italia e i modi con cui questa lotta viene condotta, e che indicano già, in una certa
misura, il tipo di società che questa nostra lotta non direi più solo prefigura, ma “prepara” e deve preparare. Si tratta cioè, di fronte ai caratteri per tanti aspetti mostruosi che hanno assunto il capitalismo e l’imperialismo, al sacrificio di beni essenziali per ogni uomo che essi comportano, di
risaltare quella visione del mondo, della vita, dei rapporti fra gli uomini e dei destini della società umana che è propria della nostra dottrina. Si tratta di riaffermare, anche nelle coscienze, il nesso inscindibile fra questa visione generale (e cioè i fini generali del comunismo) e le lotte per la libertà, la giustizia, per l’eguaglianza, per la cultura, per un nuovo modo di essere uomini, che sono il fondamento etico e ideale delle nostre attuali battaglie di riforme e di democrazia.

La formazione anticapitalistica e socialista può essere data solo da una forza quale è il Pci Su questi terreni, che sono di lotta politica e di cultura insieme, sono convinto che possiamo collegarci più saldamente e ampiamente a tutte quelle forze e a quelle spinte che si ribellano, che
respingono i modi di vita e l’assenza di valori dell’attuale “civiltà” capitalistica e cercano una via di uscita; e che, nella ricerca di questa via di uscita, nella lotta e costruzione di una società nuova possono portare un loro peculiare apporto non solo di lotta, ma anche di “valori” (si pensi, ad esempio, a certe tendenze che si manifestano oggi nel mondo cattolico).

Io credo però che anche all’assolvimento di questi compiti è affidata in larga misura, e più in generale, l’affermazione di quel ruolo insostituibile che ha nella situazione italiana il Partito comunista, in quanto partito diverso da tutti gli altri. Partito capace, certo, prima di tutto, di essere l’animatore, l’organizzatore delle lotte; di essere uno degli elementi fondamentali dell’unificazione, della sintesi politica, del raggruppamento delle alleanze attorno alla classe operaia; ma capace anche di proporre
sempre col respiro necessario una generale prospettiva rivoluzionaria che, ripeto, sia non soltanto tale (e noi pensiamo che la nostra lo sia) ma che sia come tale riconosciuta e sentita. Anche in ciò, e non solo nella lotta politica e sociale, è evidente per tutti l’insostituibile funzione del Partito comunista. Perché se è vero, compagni (diverse volte, negli ultimi tempi, è stata fatta questa affermazione) che oggi elementi di “coscienza socialista”, “anticapitalistica”, possono anche non venire necessariamente dall’esterno, è però anche vero che solo dall’esterno (e l’“esterno”, in questo caso, non è una setta di iniziati ma un grande partito leninista di massa, democratico, che ha quel patrimonio di 50 anni di lotte di cui diceva ieri il compagno Longo), solo da questa forza esterna può venire la “prospettiva rivoluzionaria”: perché la prospettiva rivoluzionaria richiede sempre un grado di elaborazione politica e ideale elevata, che solo un partito concepito e costruito come “intellettuale collettivo” può assicurare.

Ho detto, compagni, che su questi temi intendevo limitarmi solo a qualche spunto; e perciò qui mi fermo, anche perché avverto la difficoltà del tema. Credo, però, che dovremmo tutti prendere piena coscienza della portata di questi temi e del lavoro ampio che per tutto il partito esige e comporta lo
sviluppo di quella lotta che si è ritornati a chiamare, con Engels e con Lenin, la lotta sul fronte ideale.
Vorrei solo aggiungere che questo stesso fronte ideale va considerato in modo articolato. Vi è il momento della “elaborazione” e della “ricerca” teorica e politica. Vi è poi quello, ad esso intrecciato, ma che ha caratteri specifici, della “lotta culturale”. E vi deve essere anche un momento che spesso viene dimenticato o svalutato e che chiamerei della “propaganda ideale”; o, se volete, della “educazione di massa”, intesa come formazione di una ideologia di massa, che è sempre fattore indispensabile per una milizia rivoluzionaria carica di razionalità e, insieme, di passione.

Bisogna cioè ricordare sempre che il partito, se è certo, e prima di tutto, organizzazione di lotta e organizzazione che fa politica, è anche “scuola”. E scuola deve essere anche, più largamente e direttamente, la Federazione giovanile comunista. Tutti dobbiamo impegnarci alla costruzione di una
grande autonoma organizzazione giovanile comunista di massa e di lotta. Ma il partito e la Fgci non devono dimenticare mai l’importanza che deve avere in tutta la loro attività il momento dell’educazione intesa non soltanto come prodotto delle esperienze politiche e di lotta, ma anche nel suo senso
specifico.

Voglio leggervi un passo assai significativo tratto da un articolo di Lenin del 1905, dedicato proprio al rapporto (alla «fusione», anzi, come dice il titolo dell’articolo) tra politica e pedagogia.

Nell’azione del partito socialdemocratico [scrive Lenin] c’è e ci sarà sempre un elemento pedagogico. Bisogna educare l’intera classe degli operai salariati per la liberazione di tutto l’umanità da ogni oppressione. Bisogna
addestrare tenacemente sempre nuovi strati di questa classe. Bisogna sapere avvicinare i componenti meno coscienti ed evoluti della classe, gli elementi meno toccati dalla nostra scienza e dalla scienza della vita. Per
parlare con loro bisogna saperli avvicinare, saperli elevare con coerenza, con pazienza, fino alla coscienza socialdemocratica, senza trasformare la nostra dottrina in un arido dogma, non insegnando solo con i libri,
ma con la partecipazione alla vita quotidiana.

Fatta questa premessa e dopo aver ricordato che «ogni paragone zoppica, ogni paragone coglie solo un lato e solo alcuni degli aspetti degli oggetti e dei contenuti confrontati», Lenin giunge a scrivere che si può paragonare «il partito socialdemocratico a una grande scuola elementare, media e superiore al tempo stesso. In nessun caso la grande scuola potrà dimenticarsi di insegnare l’alfabeto, di impartire i rudimenti del sapere e di un pensiero autonomo».

Come vedete, compagni, Lenin non aveva esitazioni a mettere in luce l’importanza che deve avere per un partito rivoluzionario il momento della pedagogia.

Noi tutti sappiamo bene, del resto, quale rilievo questo momento ha avuto negli scritti di un altro nostro grande maestro, Antonio Gramsci, e quale contributo Gramsci abbia dato alla elaborazione non solo della pedagogia in generale, ma anche al modo specifico con cui i problemi della pedagogia si pongono per il partito politico del proletariato.

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