60 ANNI DALLA MORTE DI KENNEDY: FU VERO MITO?

Dallas 22 Novembre 1963: John Fitzgerald Kennedy viene assassinato e ciò costituisce un evento storico importante ma questo dipende dal giudizio oggettivo che si da’ su Kennedy.

JFK non fu il primo presidente a morire per morte violenta: il primo fu Abraham Lincoln, assassinato nel 1865 per mano di un sudista; nel 1881 toccò al presidente Garfield ucciso da un politicante al quale aveva negato una poltrona; poi fu la volta di McKinley eliminato nel 1901 da un anarchico. Pertanto, non costituisce nulla di eclatante nella storia americana. Ma l’assassinio di Kennedy fu un evento mediatico mondiale: grazie alle riprese di un cineamatore la morte in diretta di questo presidente, suscitò una risposta emotiva senza precedenti. Anche per questo il mito di Kennedy venne alimentato a dismisura come avveniva già nei suoi 3 anni di Presidenza, infatti l’efficace ufficio stampa della Casa Bianca aveva già creato il mito.
Il Comandante in capo veniva presentato come l’uomo nuovo: giovane, bello, filantropo, con una moglie bellissima, il primo cattolico presidente, paladino antisegregazionista, eroe dei diritti civili dei neri. Tutti elementi che rompevano con l’immagine rigida del suo predecessore, Dwight Eisenhower.
Il mito poi fa i conti con la realtà: nei suoi primi 3 anni, l’azione di governo strideva con la figura rassicurante e ottimista che lui e il suo staff volevano proiettare.

JFK era un uomo dell’apparato, membro di una famiglia potentissima e influente nella politica americana; appena insediato, incrementò le spese militari, avviando un processo di militarizzazione della società statunitense senza precedenti. Tant’è che fu lui a dare il via all’intervento americano in Vietnam e sotto il suo governo la CIA, con il suo assenso, avviò l’operazione della Baia dei Porci, ovvero il tentativo miseramente fallito di invadere Cuba e rovesciare la gloriosa rivoluzione di Fidel Castro. Negli affari interni nonostante gli annunci antisegregazionisti in favore degli afroamericani le leggi sui diritti civili vennero emanate dal suo successore: il tanto vituperato Lindon Johnson. Il suo elettorato era costituito da un numero consistente di afroamericani ma anche da una moltitudine di donne: il sesso femminile ne fece un proprio idolo sostenendolo con ì propri voti ma nei fatti, egli disattese anche le loro aspettative. Infine, in politica internazionale fu lui a spingere il mondo sul baratro della Terza Guerra Mondiale, innalzando lo scontro con l’Unione Sovietica nella crisi dei missili a Cuba nel 1962. In quest’ultimo caso fu solo grazie ai nervi saldi dei militari e dei politici sovietici se si pote’ evitare l’Olocausto nucleare.

Alla luce di questi fatti storici inoppugnabili, tralasciando i sospetti legami con la mafia e la sua vita sentimentale costellata di relazioni amorose con star di Hollywood, il giudizio storico che ne traiamo è impietoso: un politicante esperto, guerrafondaio, anticomunista, sovraesposto mediaticamente e oggetto di gossip. Contrariamente a ciò che si evince dalle celebrazioni che il PD e il mainstream ci propinano in occasione di questo sessantesimo anniversario dalla sua morte.

Il retaggio più grande di questa figura è il mistero legato alla sua morte e basato su un presunto complotto. Ufficialmente Kennedy è stato assassinato da Lee Oswald e finora nessuno ha potuto dimostrare il contrario ed il caso verrà riaperto nel 2039.

Per ora il mito JFK rimane tale, amplificato dalle drammatiche immagini che ne hanno fatto un mito televisivo riuscito, un evento storico di secondo ordine nella sua tragedia umana.

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