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Le conclusioni di Mauro Alboresi al Primo Congresso del PCI

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Care compagne e cari compagni, ci avviamo  a concludere questo nostro primo congresso nazionale. Non possiamo non sottolineare i tanti apprezzamenti ricevuti relativamente alla sua collocazione ad Orvieto, una tra le cittadine più belle di questa nostra bella Italia, ed all’interno di questa nel centro storico, in un palazzo che trasuda storia.  Non possiamo non sottolineare i tanti apprezzamenti ricevuti per la sua organizzazione e gestione.

Il merito va alle compagne ed ai compagni che si sono prodigati per questo, a loro rivolgiamo un sentito grazie. Abbiamo dato vita in questi tre giorni ad un ampio confronto tra noi, i 64 interventi succedutisi che venivano ricordati poc’anzi dicono tanto al riguardo, che è giunto al termine di un lungo percorso. Tante compagne e tanti  compagni hanno infatti discusso, nei congressi di sezione, provinciali e regionali, sulla base di un documento politico che, come ho sottolineato nella relazione introduttiva, è frutto di un lavoro collettivo, perché questo è il nostro costume e a questo costume dobbiamo continuare a riferire l’azione del partito. Ribadisco che abbiamo bisogno di fare leva sull’intelligenza collettiva, non c’è nessuno tra noi, a partire da me, che può da solo supplire alle nostre molteplici esigenze. Abbiamo toccato con mano, anche in questi tre giorni, che si è trattato di un confronto importante, per certi aspetti ed in certe fasi serrato, un confronto che, mi piace sottolinearlo, ha evidenziato un approccio rispettoso delle diverse posizioni in campo, come sempre dovrebbe essere e come invece, purtroppo, in quest’ultima fase non sempre è stato.

Si è trattato di un confronto utile, funzionale alla risoluzione dei nodi, sia politici che organizzativo/gestionali, che si sono palesati in questi due anni dall’Assemblea Costituente, nodi che non a caso il processo congressuale e gli  interventi richiamati hanno teso a sottolineare. Mi piace pensare che l’approccio che abbiamo tenuto in questi tre giorni sarà confermato dalla discussione che seguirà, relativa all’esito del lavoro delle commissioni verifica e poteri, statuto, politica, elettorale, non necessariamente in quest’ordine, che proporranno a questo congresso di prendere delle decisioni in merito.

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Del resto ciò che esce confermato con questo congresso è l’obiettivo di tutte noi, di tutti noi, di questa nostra comunità politica, ossia quello della ricostruzione del partito comunista italiano, non ce ne sono altri, siamo in campo per questo. Il confronto tra noi attiene al cosa serve fare a tal fine, in una situazione oltremodo complessa, problematica, aperta a molteplici sbocchi quale quella entro la quale siamo chiamati ad operare, e lo dobbiamo fare nella consapevolezza di ciò che siamo, non di ciò che vorremmo essere. Nella relazione ho posto l’accento sull’essere noi, volenti o nolenti, un partito di quadri e di militanti, un partito che non è di massa, che non ha neppure un’influenza di massa, ma che si propone di diventarlo. E’ con questa consapevolezza che  dobbiamo stare in campo, perché questa consapevolezza ci mette nelle condizioni di operare le scelte necessarie, possibili, ci mette al riparo dai contraccolpi ai quali ci esporrebbe il muoverci con una convinzione diversa, forzando la realtà, in qualche caso prescindendo da essa. Poiché questo confronto ha messo in luce differenze tra noi, l’obiettivo non può che essere quello di tendere ad una sintesi la più ampia e condivisibile possibile. Questo è lo sforzo che noi tutte e tutti dobbiamo fare, in questa come nelle altre occasioni, assumendo come vincolo reciproco le regole che ci siamo dati per governare questo nostro partito, il centralismo democratico, nella accezione che abbiamo sottolineato, che sottolineiamo, consapevoli della storia dei comunisti in Italia.

Questo congresso ha evidenziato le ragioni profonde della nostra scelta, ne ha confermato l’assoluta attualità. Tale conferma è sottolineata anche dalla interlocuzione avuta in questi giorni con diversi partiti comunisti d’Europa e del mondo. Non sottovalutiamo gli inviti a partecipare a numerose iniziative e confronti dei quali siamo stati fatti oggetto, perché in questo non c’è solo cortesia,  c’è molto di più, c’è il riconoscimento di chi siamo, di ciò che abbiamo fatto e di ciò che vogliamo fare, del nostro partito quale parte di quel movimento comunista internazionale che si è ritrovato a Mosca, in occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre, per sottolineare il valore di una storia, per confermare che essa non è finita, tutt’altro, e che tocca con mano l’attualità del pensiero di Karl Marx a duecento anni dalla sua nascita. Un movimento vivo ed in ripresa, che proponiamo si muova sempre più e meglio, di concerto. Non a caso abbiamo sottolineato la necessità di dare vita, in forme nuove ed al passo coi tempi, ad un nuovo internazionalismo, ed a questo dovremo adoperarci sempre più e meglio in futuro, consolidando il lavoro fatto in questi anni sul piano delle relazioni estere. Hanno partecipato a questo nostro congresso anche diversi soggetti espressione di altre esperienze della sinistra: partiti, associazioni, organizzazioni sindacali e sociali. Anche questo ci dice dell’attenzione crescente nei nostri confronti ed anch’essa è figlia del come ci siamo proposti, relazionati. Alcuni tra questi soggetti hanno inteso limitarsi ad un saluto, altri hanno colto l’occasione per interloquire, per rappresentare le proprie convinzioni,  la propria politica, in qualche caso anche andando oltre quelle che dovrebbero essere le regole che governano la relazione tra diverse realtà in un contesto come questo. Noi assumiamo questa interlocuzione nel suo insieme.

Non è questa la sede per rispondere a questo o a quello, anche se su alcune questioni di fondo poste dirò qualcosa, anche e soprattutto in considerazione della discussione che al riguardo abbiamo sviluppato tra noi. Ci lamentiamo, e non può essere diversamente, della scarsa attenzione che ci hanno riservato i mass media. Essa ha molteplici ragioni, le abbiamo indagate a più riprese, sono parte di questa nostra stessa discussione congressuale. Abbiamo la consapevolezza che questo sistema mediatico, largamente esposto ad un processo di concentrazione, parte di quella più generale concentrazione capitalistica che abbiamo ripetutamente sottolineato, non ci aiuta. Siamo consapevoli del carattere che il sistema massmediatico tende oggi ad assumere, lo denunciamo, tanto abbiamo detto, del resto, sul come i poteri forti perseguono la costruzione del consenso, del senso comune, di massa, circa quello che accade, sulle ragioni che ne sono alla base. Poiché l’attenzione non ce la regala nessuno, non può che essere il nostro stare in campo, la nostra azione, a conquistarla, e  per le ragioni sottolineate non possiamo rinunciare alla necessaria controinformazione, anzi, dobbiamo fare un grande salto in avanti da questo punto di vista, utilizzando al meglio anche le possibilità che ci offre la rete.   

Dobbiamo soprattutto avere la consapevolezza che da questo percorso congressuale, da questa discussione, da questi interlocuzioni, esce  confermata la nostra analisi circa quanto accade, il perché accade, sia sul piano internazionale che nazionale. Abbiamo denunciato con forza  le politiche neo colonialiste e neo imperialiste in essere, sottolineato i conflitti ed il carico di distruzione e di morte che portano con sé. Abbiamo evidenziato il rischio crescente di una guerra su larga scala e  la necessità della pace, che cosa serve fare per andare in quest’ultima direzione, ribadendo con forza la scelta del no alla Nato, per il carattere che la stessa ha assunto e che sottolinea ad ogni piè sospinto. La discussione che  faremo successivamente, ovviamente, dovrà misurarsi anche con le differenze tra noi presenti relativamente al come approcciare la questione rappresentata dall’Europa in rapporto alla Nato. Io sto alle proposte fatte nelle tesi, alla necessità di uscire dalla Nato, e confermo quanto  sottolineato a riguardo dell’esercito europeo: siamo contrari alla sua costruzione perché sta dentro alla logica denunciata. Abbiamo analizzato il precipitare della democrazia, come noi la intendiamo, a fronte dei processi che si sono determinati in questi anni, in tanta parte del mondo, in Europa, segnatamente in Italia. Non casualmente abbiamo  posto al centro di tale analisi la questione rappresentata dall’Unione Europea.

Non voglio riprendere le cose già dette nella relazione, anche su questo saremo chiamati tra poco a discutere, a scegliere, tuttavia credo che non possiamo non avere chiaro, come abbiamo detto a più riprese, in particolare attraverso le tesi congressuali, il carattere che ha assunto l’Unione Europea, ciò che essa è, non ciò che vorremmo fosse. Oggi siamo di fronte ad un’Europa  essenzialmente finanziaria, assai poco economica, per nulla sociale, pienamente dentro ai processi che denunciano. Dobbiamo avere chiaro che la questione dell’Europa è una questione di assoluta e per certi aspetti drammatica attualità. Essa è fortemente scossa in ragione delle politiche che ha messo in campo, perché quelle politiche hanno peggiorato in maniera drammatica la condizione materiale della popolazione europea, che ritrovandosi più povera, più insicura, più sola,  reagisce a quelle politiche, a quell’idea di Unione Europa. Certo, c’è modo e modo di affrontare la situazione: si può immaginare di uscirne a destra, come purtroppo si evidenzia in diverse realtà, anche nel nostro Paese, oppure no. Noi abbiamo detto chiaramente quale è la nostra posizione e la ribadisco: noi siamo contro questa Unione Europea perché siamo per un’altra Europa, non perché siamo contro l’Europa. Vorrei fosse chiara la profonda differenza tra quello che diciamo noi e quello che dice la destra.  Noi restiamo ancorati all’idea che il motore della storia è rappresentato dal conflitto capitale lavoro, mentre la destra pensa che lo stesso sia la relazione, il conflitto tra identità, tra stati. Anche per questo oggi assistiamo a pulsioni e manifestazioni xenofobe, razziste, nazionaliste sempre più forti, sempre più marcate, al “prima gli italiani, prima gli ungheresi, prima questo poi quell’altro, e così via”. Noi non abbiamo nulla a che vedere con quella lettura, con quella logica, neppure quando rimettiamo al centro, da comunisti,  la nostra storia nazionale ed internazionale, la questione della nazione, la questione della patria. Non possiamo consentire agli altri la strumentalizzazione delle nostre posizioni, non siamo la stessa cosa, non ci poniamo sullo stesso piano. Sulla questione dell’Unione Europea noi dobbiamo tenere la barra dritta, il problema non è quanta Europa ma quale Europa, quale progetto di società. Abbiamo fatto bene a dare conto di ciò che sta muovendo in Europa e nel nostro paese al riguardo. Qualcuno tra noi ha pensato che in questo modo si tendesse ad annacquare la nostra posizione, lo rassicuro, non è così. Abbiamo semplicemente dato  conto di quello che è in campo, abbiamo messo in luce, ad esempio, ciò che sta accadendo in Francia, la posizione della quale è portatrice France Insoumise, l’idea di un piano A e di un piano B, il fatto che si persegue la messa in discussione dei fondamenti dell’Europa e che, qualora questo non fosse possibile, si pone la questione dell’uscita da questa Europa per farne un’altra. Si è discusso e si discute, anche tra noi, se questa Europa è riformabile oppure no. Io, nella relazione, mi sono volutamente limitato a dire che nel senso comune, dei più, sta passando l’idea che questa Unione Europea non sia riformabile sulla base dei trattati che la sorreggono, che possono essere cambiati soltanto all’unanimità.

Tale convinzione, per tanti, poggia su basi  concrete, ad esempio sul fatto che al popolo greco, che con un referendum si è pronunciato in quella direzione, gli si è sbattuto la porta in faccia. Abbiamo dato conto del fatto che anche in Italia sta crescendo un movimento contro questa Unione Europea, evidenziando alcuni concreti tentativi volti a metterla in discussione, ad esempio le due proposte di legge costituzionale di iniziativa popolare volte a due referendum consultivi o di indirizzo: l’uno in merito all’articolo 81 della Costituzione, quello inerente il pareggio di bilancio, l’altro relativo all’adesione o meno del nostro Paese ai trattati europei. Siamo consapevoli che la questione va verificata fino in fondo, che vanno attentamente soppesati i pro ed i contro, ma è una questione rispetto alla quale non è indifferente il come ci si colloca da subito, soprattutto per  un partito come il nostro, un partito comunista. Noi siamo dentro ad un movimento di opposizione a questa Unione Europea, siamo tra i soggetti che si riconoscono nella Piattaforma Eurostop. Abbiamo scelto di essere parte di un insieme che si prefigge di rompere la gabbia rappresentata dall’Unione Europea, la gabbia della quale, volenti o nolenti, l’euro è il collante, perché non c’è un’Unione Europea disgiunta dall’euro. Sappiamo bene che essa nasce a partire dall’affermazione di quella moneta unica, che ha avuto ed ha l’impatto che ripetutamente abbiamo sottolineato. Con la nostra analisi, con la discussione che ne è seguita, abbiamo evidenziato che cosa ha realmente prodotto questo capitalismo trionfante, in questo quarto di secolo, relativamente ad un’altra delle promesse con le quali si era proposto e sulle quali aveva conseguito un grande consenso, ossia quella di un’epoca di benessere diffuso. Abbiamo parlato ripetutamente del  precipitare della condizione materiale dei più, posto l’accento su ciò che al riguardo ha investito il nostro Paese. Su questo consentitemi due considerazioni, che sono anche, per quota parte, una risposta alle sollecitazioni derivanti dalla interlocuzione di questi giorni con alcuni dei soggetti esterni. Non c’è dubbio che siamo di fronte ad un Paese che in crescente difficoltà e che si evidenzia come il “fanalino d’Europa”. Sappiamo bene quali sono le ragioni di ciò, quali sono le condizioni con le quali ci misuriamo. Dobbiamo avere chiaro i rischi ai quali il nostro Paese è esposto anche in relazione al processo di Unione Europea che è andato via via configurandosi, che si prefigura. Oggi più di ieri vi è chi propone di andare verso un’Europa a due velocità, e persegue l’obiettivo che il nostro, come altri paesi del mediterraneo, sia dentro a questa logica, immaginandolo come un paese dal quale attingere manodopera a basso costo. Dobbiamo avere  chiaro che cosa significa il rapporto nord sud col quale di nuovo e sempre più siamo chiamati a fare i conti, perché la marginalità del sud, è figlia di quella logica politica. Chiunque analizzi i trattati, le scelte ed i pronunciamenti dell’Unione Europea, vi ritroverà la teorizzazione della marginalità di paesi europei che si affacciano sul mediterraneo, come la Spagna, il Portogallo, l’Italia, la Grecia, ed all’interno di questi dei “ loro sud”, compreso il nostro. Dobbiamo avere questa consapevolezza, e dire che il rapporto tra nord e sud del Paese è un rapporto decisivo, che la questione meridionale, che noi abbiamo rimesso al centro rifacendoci non a caso anche al pensiero gramsciano, è una questione centrale, che va risolta, altrimenti non è possibile rilanciare il Paese.

In questa nostra discussione congressuale abbiamo posto in particolare l’accento sulla questione lavoro. Lo abbiamo fatto non tanto perché per un partito comunista non si può prescindere da essa, ma  perché si tratta di una questione centrale, prepotentemente impostasi all’attenzione generale. Il nostro giudizio su quello che accaduto, su quello che si sta prospettando in materia, è netto, inequivocabile. Quando diciamo che il lavoro è lontano dal dettato costituzionale, dall’essere quel fattore di inclusione sociale e di emancipazione che lo stesso sottolinea, non facciamo altro che rappresentare la realtà. Siamo di fronte al precipitare della condizione del lavoro, altro che la classe operaia va in paradiso, essa è precipitata l’inferno. Facciamo bene a dire che c’è un filo che collega tra loro il pacchetto Treu, la legge Biagi. i provvedimenti Monti/ Fornero, il Jobs act in materia di lavoro. Sono figli della stessa logica, della stessa cultura liberista. Una sorta di processo in divenire all’insegna della centralità del mercato, della centralità dell’impresa. In quelle politiche troviamo l’assunzione del processo di globalizzazione, affermatosi all’insegna della concentrazione del capitale finanziario, come contesto entro il quale la competitività è giocata  sul terreno della flessibilità, non intesa come flessibilità del sistema, ma come flessibilità, come adattamento progressivo della condizione del lavoro, dei singoli.

Da ciò deriva il precipitare della condizione materiale del lavoro, l’aprirsi di un baratro per un’intera nuova generazione, la vera e propria grande questione sociale che abbiamo di fronte. Sappiamo che questa logica ha permeato anche il mondo sindacale, e qui una delle risposte che ho preannunciato. L’ho detto in altre occasioni e lo ribadisco: a fronte di quella logica abbiamo assistito ad un profondo processo di trasformazione dello stesso movimento sindacale. Ciò che è accaduto in questi anni è il passaggio dalla cultura sindacale della contrattazione, ossia il partire da un proprio punto di vista per tentare di affermarlo, a quella della concertazione, ossia la condivisione di un’analisi circa la realtà e conseguentemente l’assunzione delle scelte da ciò derivanti. Noi sappiamo bene che il passaggio dalla contrattazione alla concertazione ha avuto degli effetti devastanti sulla condizione materiale dei lavoratori, e sappiamo bene che oggi da quest’ultima si è arrivati al dialogo sociale, che ovviamente sottolinea la marginalità crescente del movimento sindacale in rapporto al Governo,  agli altri interlocutori, alle altre parti sociali. Il Partito Comunista Italiano, denunciando questo processo, non può che guardare con crescente attenzione a quella parte del movimento sindacale che si misura con le cause che l’hanno determinato, e non unicamente con i suoi effetti. C’è una differenza sostanziale tra un sindacato che prova a misurarsi con il tema del rilancio della contrattazione ed un sindacato che invece si misura con una funzione che guarda non tanto alla tutela collettiva quanto a quella individuale, sviluppando soprattutto l’azione dei patronati, e che finisce inevitabilmente con “istituzionalizzarlo” sempre più. Questo è il punto politico che noi dobbiamo porre. Noi dobbiamo continuare a cercare il massimo della relazione possibile con quella parte del mondo sindacale che ha l’obiettivo su richiamato.

Abbiamo chiaro quali sono le distinzioni  tra i diversi soggetti sindacali, come essi sono stati in campo in questi lunghi anni, conosciamo  i limiti della stessa CGIL, largamente permeata da forze politiche che avevano quella cultura politica, che ha finito col fare in tanta parte propria, e  che oggi è una delle ragioni al fondo della sua difficoltà, della sua caduta di rappresentanza e di rappresentatività. Noi speriamo che la CGIL, ritorni ad essere in campo nei termini che abbiamo conosciuto, perché siamo consapevoli della sua importanza,  del resto non si può eludere il rapporto con un’organizzazione che ha più di 5 milioni di iscritti, ma dobbiamo guardare ad essa, che è parte della storia del movimento operaio in questo Paese, con un atteggiamento critico.

Vorrei fosse chiaro, e lo dico  senza nessun intento polemico, sottolineando semplicemente un fatto: noi a questo congresso abbiamo invitato anche la CGIL, ma essa non è venuta. Non possiamo far finta che questo non sia accaduto, perchè oggettivamente ha un significato. Ovviamente non possiamo non sottolineare  con soddisfazione il fatto che a questo congresso è intervenuta l’USB. Questo non significa per noi una scelta di campo, non possiamo fare l’errore di assumere un unico sindacato come nostro referente. Non possiamo dire che guardiamo solo alla CGIL, non possiamo dire che guardiamo solo alla USB, o ad un qualsiasi altro soggetto sindacale. Sbaglieremmo se facessimo ciò,  rinunceremmo a quello che da comunisti dobbiamo fare, e cioè chiamare a raccolta i comunisti ovunque sono collocati, nei luoghi di lavoro, nelle organizzazioni sindacali, affinché facciano fare un passo in avanti alle loro organizzazioni, più in generale al movimento sindacale, mettendo in campo iniziative a ciò funzionali, dando vita a piattaforme sindacali comuni.

Abbiamo parlato diffusamente  di welfare, con la consapevolezza che anche su questa questione si gioca parecchio della nostra credibilità. Dobbiamo fare autocritica: avevamo deciso di mettere in campo una grande campagna nazionale per una sanità pubblica, gratuita, di qualità, ma lo abbiamo fatto soltanto in poche realtà territoriali. Abbiamo sbagliato, perché rischiamo che questa questione, al pari delle altre che attengono al sistema di welfare,  mi riferisco ovviamente alla sua articolazione “classica” quindi all’assistenza ed alla previdenza, altri la facciano propria, così come la Lega, proponendo l’abolizione della legge Fornero, ha fatto propria la questione previdenziale. Un grande errore del movimento sindacale, della CGIL, della sinistra questo, perché tale bandiera era e doveva essere loro. Oggi, infatti, non ce la si può cavare dicendo che non ci sono le coperture finanziarie per abolire tale legge  o per garantire la soluzione “quota 100”prospettata.

Occorre ben altro per fare opposizione al governo in materia previdenziale, e per quanto ci riguarda non possiamo che fare riferimento alle proposte contenute nel nostro programma “più Stato, meno mercato”. Abbiamo parlato, non a caso, anche del grande tema dell’istruzione, della formazione, della ricerca, criticando le scelte fatte dai precedenti governi, giudicando inadeguato quanto prospetta l’attuale. Siamo parte del vasto  movimento di opposizione che al riguardo è presente nel Paese, dobbiamo valorizzare questa scelta, proporci di renderla visibile, e per quella via rendere visibile il partito. Care compagne e cari compagni, aggiungo alcune considerazioni sulla situazione italiana, in particolare su alcune questioni che sono state parte importante della nostra discussione e che non a caso riprenderemo tra poco. La prima questione che non voglio eludere, auspicando anche in questo caso di poter fare  assieme un passo in avanti, è quella del dopo voto, delle alleanze. Siamo di fronte al governo Lega//M5S, un governo che ha i tratti inediti e preoccupanti che avete sottolineato, sicuramente ad un governo che ci espone a grandi interrogativi sul futuro di questo Paese. Abbiamo fatto bene a sottolineare che le ragioni che hanno portato all’affermazione dello stesso stanno per tanta parte dentro alla crisi, culturale e politica assieme, della sinistra, su cui per brevità non ritorno, ed abbiamo fatto  bene a sottolineare che occorre mettere in campo una opposizione adeguata allo stesso. Come partito non dobbiamo seguire altri su questo terreno, dobbiamo essere noi, tra gli altri, che propongono l’opposizione al governo. Abbiamo le carte in regola per farlo, perché abbiamo alle spalle non solo quella grande elaborazione ideale ed ideologica sulla quale abbiamo ripetutamente posto l’accento, ma anche una adeguata elaborazione programmatica.

Ne abbiamo parlato poco, ma non a caso abbiamo allegato alle tesi congressuali il su richiamato programma del Partito Comunista Italiano, che non è il programma elettorale, bensì il programma a breve e medio termine, nel quale c’è scritto cosa serve  per cambiare l’Italia dentro quella logica di cambiamento dell’Europa che abbiamo ripetutamente sottolineato. Sulla questione dell’opposizione al governo, quindi, dobbiamo prendere l’iniziativa quanto prima, anche con un appello agli altri soggetti che su questo tema sono disponibili a misurarsi, e dobbiamo farlo soprattutto come Partito. Dobbiamo chiedere a noi tutti uno sforzo per promuovere, se non da subito almeno alla ripresa post feriale, una campagna con gazebo in tutte le città, con la quale i comunisti mettono in campo il proprio punto di vista rispetto a questo governo e rivendicano politiche alternative. Dobbiamo fare questo, perché così ricostruiamo le condizioni per ritornare ad essere credibili, meritevoli di consenso da parte della gente, e in quei  gazebo dobbiamo saper mettere in luce anche i punti qualificanti del nostro progetto politico generale, dobbiamo dare l’idea del perché oggi più che mai servono i comunisti. Del resto tanti tra voi, intervenendo, hanno sottolineato che dobbiamo dire con forza ai lavoratori, al ceto popolare, al blocco sociale al quale ci riferiamo, che siamo in campo per i loro interessi, per rappresentarli, per darvi respiro politico. Abbiamo fatto bene con la nostra discussione a focalizzare l’attenzione sul come affrontare alcuni nodi che derivano dall’esito elettorale del Marzo scorso. Abbiamo chiaro il perché del precipitare del Partito Democratico, del venire meno del centrosinistra. Abbiamo fatto bene a mettere in luce il fatto che anche chi immaginava di potersi proporre come alternativa ha toccato con mano la propria irrilevanza, i propri limiti. Abbiamo ricondotto giustamente ciò all’esperienza di Liberi e Uguali, per le ragioni che abbiamo sottolineato, ma anche ad altre scelte che sono state fatte;  vorrei quindi che chiarissimo una volta per tutte la questione di Potere al Popolo.

Nella relazione ho ribadito che come Partito abbiamo scelto di essere parte di tale lista plurale perchè dichiaratamente comunista, anticapitalista, antiliberista, di sinistra alternativa, e che parlando di una lista non avevamo il problema di dover ragionare fino in fondo su qual’era la sua cultura politica, perché facevamo i conti con più culture politiche, bensì di capire se ci potevamo ritrovare negli obiettivi che la stessa dichiarava di perseguire ed alla cui definizione eravamo chiamati a concorrere. Abbiamo giustamente valutato negativamente il risultato elettorale di quell’esperienza, così come negative sono state tutte le altre esperienze in campo a sinistra, anche quelle comuniste. Insisto su questo, perché non è possibile un’altra lettura e quel risultato va considerato in linea con quello che è accaduto progressivamente in questi anni. Non a caso esso è stato ribadito dalle concomitanti elezioni amministrative. Era sciocco, del resto, immaginare che fosse possibile un cambiamento a prescindere. Quel risultato sarà confermato per chissà quanto altro tempo ancora, per chissà quante altre scadenze elettorali, perché se non cambia la situazione generale l’elettorato non potrà che continuare in quella direzione, ed è su questo, ad esempio, che Salvini basa la sua affermazione “governeremo per altri trent’anni”.

Faremmo un errore a non apprezzare lo sforzo di chi  tra noi, in occasione di tali elezioni amministrative, si è adoperato per promuovere liste del nostro partito, per promuovere liste che vedessero presente il nostro partito, più in generale liste marcatamente di sinistra, in coerenza con il pronunciamento del Comitato Centrale, che qui qualcuno ha ricordato, e, immagino facendo riferimento ad altre esperienze storiche, ha definito come alleanze a “geometria variabile”. Dobbiamo però dirci una cosa molto chiara, perché con questa dobbiamo fare i conti: su 800 comuni, 21 dei quali capoluogo, siamo riusciti ad andare con il nostro simbolo in non più di dieci, in pochi altri siamo stati in grado di andare assieme ad altre forze di sinistra, con nostri candidati, nella stragrande maggioranza dei casi siamo stati semplicemente assenti, come tanta parte della sinistra.

Abbiamo toccato con mano il precipitare dell’attenzione dell’elettorato anche nei nostri confronti. Noi sappiamo che non è così, ma per gli altri siamo tutti uguali, e quando parlano della sinistra, dei guasti provocati dalla sinistra, pensano anche a noi. Conosciamo i risultati che abbiamo conseguito in quella decina di esperienze elettorali. Si tratta di risultati diversi, in qualche caso relativamente importanti, ma che non rappresentano, né possono rappresentare, presi singolarmente o congiuntamente, uno scarto rispetto alla situazione data. Ribadisco che non c’è nulla e nessuno che ci possa garantire che sarebbe successo chissà che cosa se avessimo fatto un’altra scelta elettorale nazionale, non è così, come dimostrano le opzioni meramente identitarie, che sono andate anch’esse  a sbattere contro il muro rappresentato dall’atteggiamento dell’elettorato nei confronti del “campo largo della sinistra”.

La realtà ci dice che non è così, perché se bastasse presentare il nostro simbolo in quanto tale, il risultato lo avremmo conseguito anche e soprattutto sul piano territoriale. Non è forse vero che per riprendersi la sinistra tutta, e quindi anche noi, deve ripartire dai territori, dai luoghi di lavoro, dai luoghi di studio, stare tra la gente? Dobbiamo quindi fare i conti fino in fondo con questo limite, con questo problema, in quanto non esistono scorciatoie. Con questo congresso abbiamo chiarito, spero in via definitiva, il nostro rapporto con Potere al Popolo. Ci tengo a sottolineare questa questione, perché non si è trattato tanto di prendere atto del risultato elettorale, quanto del fatto che c’è stato un prima elezioni, che ci ha portato all’alleanza elettorale, e c’è un dopo elezioni, che prospetta uno scenario rispetto al quale il nostro partito è stato chiamato a pronunciarsi. Le scelte che abbiamo fatto ieri e che facciamo oggi rispetto a Potere al Popolo sono coerenti con quello che abbiamo detto sin da Bologna. Confermiamo la nostra indisponibilità a qualsiasi processo aggregativo a sinistra che chiede la rinuncia all’autonomia politica ed organizzativa delle sue componenti, e quindi il nostro no a proseguire l’esperienza di Potere al Popolo deriva da questo. Tocchiamo infatti con mano la scelta, legittima e comprensibile, di tante sue componenti di andare risolutamente in quella direzione, di strutturare un soggetto politico. Non credo che definiranno un nuovo partito, ma  non mi interessa, non è questo il punto, per dire no a me basta che qualsiasi soggetto che si prospetta, unico o unitario che sia, mi chieda la rinuncia, totale o parziale, alla mia autonomia, alla possibilità di stare in campo come partito comunista. Questa è la ragione che sta alla base della nostra scelta, non il risultato elettorale, perché se Potere al Popolo avesse preso il 3% , certamente saremmo stati tutti più contenti, ma pur a fronte di tale risultato, che avrebbe vieppiù confermato questo processo, noi avremmo detto no, perché non mettiamo in discussione quello quello che siamo, quello che vogliamo essere, in funzione del risultato elettorale.

Tale scelta non significa individuare in  Potere al Popolo l’avversario, ma un interlocutore, come altri che muovano a sinistra, con il quale relazionarsi, ricercando la massima unità possibile, ma come Partito  Comunista Italiano. Essere tra noi d’accordo su questa impostazione, ci porta a ragionare, e dobbiamo farlo fino in fondo, sul tema dell’unità a sinistra, dell’unità tra comunisti, e qui rispondo ad un’altra delle sollecitazioni emerse  dalla interlocuzione di ieri con alcuni altri soggetti politici. Abbiamo sottolineato ripetutamente che a seguito del precipitare della sinistra, dell’affermazione del centrodestra, del Movimento Cinque Stelle, siamo di fronte ad un processo di scomposizione e ricomposizione del quadro politico italiano, segnatamente di ciò che è stato sino ad oggi definito il  “campo largo della sinistra”, e che il Partito Democratico, così come Liberi ed Uguali, non saranno più gli stessi soggetti che abbiamo conosciuto, come conferma la discussione apertasi al loro interno. Non sappiamo che cosa sarà di queste esperienze, ne quali processi di unità a sinistra si manifesteranno, possiamo immaginarne diversi, ma sbaglieremmo a dire che  non ci interessa, perché ciò inciderà fortemente sulla nostra possibilità d’intervento e più in generale sulle condizioni di questo Paese, di quel blocco sociale di riferimento che a parole tanta parte dei soggetti interessati da quel processo dicono di dover rimettere al centro della propria attenzione.

Noi dobbiamo guardare ad esso con grande attenzione, avendo come unica discriminante quello che siamo e che vogliamo essere,  come Partito Comunista Italiano, auspicando che produca risultati importanti. Ciò che non possiamo pensare è che non va bene stare dentro, per le ragioni che ho detto, a Potere al Popolo, ed improvvisamente diventa necessario stare dentro ad un altro soggetto politico, che ti chiede anch’esso, inevitabilmente, di rinunciare, in tutto od in parte, a ciò che sei. Questo non è possibile, non deve essere possibile per il nostro partito. Dobbiamo avere un’idea delle alleanze che  si basa sui contenuti, su un rapporto di parità tra i diversi soggetti interessati. Dobbiamo dare una risposta chiara al riguardo anche a parte delle esperienze comuniste con le quali ci confrontiamo. Non possiamo essere disponibili ad un’idea in base alla quale si persegue l’unità dei comunisti, ma per fare questo non bisogna interloquire con quello che muove a sinistra. Non è così, non è la nostra cultura politica, dobbiamo tornare semplicemente a sottolineare quello che abbiamo detto a Bologna e che abbiamo ribadito nelle tesi: perseguiamo la massima unità possibile dei comunisti nel campo largo della sinistra di classe. Facciamo bene ad ascoltare, con grande rispetto ed attenzione, quello che ci viene detto da altri soggetti comunisti, diversi dei quali  sono intervenuti a questo congresso, ma dobbiamo avere chiare le differenze che ci sono tra noi, altrimenti ci consegniamo agli errori che abbiamo già toccato con mano.

Penso in particolare all’esperienza del Partito della Rifondazione Comunista, sul cui esito tanti di voi hanno fondato la propria scelta di stare pienamente dentro a questo nostro processo. L’obiettivo di “ rifondare” è rimasto per tanta parte lettera morta in quella esperienza perché la stessa in larga parte ha finito con il consegnarsi all’eclettismo, al tutto ed al contrario di tutto, finendo addirittura per tanta parte con il proiettarsi in una dimensione altra, che la nega, e che tocchiamo con mano analizzando i processi intervenuti. Dobbiamo avere chiaro tutto ciò, e quando sento alcuni  compagni ed alcune compagne dire che dobbiamo attivare un tavolo di confronto con altre forze comuniste, non posso che ribadire che noi siamo sempre disponibili a fare questo, che l’abbiamo già fatto e che continueremo a farlo.

Parliamoci chiaro. Abbiamo incontrato il Partito Comunista dei Lavoratori, ci è stato detto gentilmente, lo sottolineo perché spesso lo stile fa la differenza a parità di condizioni, che potevamo certamente immaginare di fare alcune cose assieme, ma non era pensabile un rapporto unitario, men che meno un processo volto ad un unico soggetto comunista, perché noi eravamo ancorati alla Costituzione Repubblicana mentre loro erano ancorati alla Costituzione Sovietica del 1918. Abbiamo incontrato il Partito Comunista, ci è stato detto con chiarezza che il problema è rappresentato dal fatto che a suo tempo Berlinguer si è dichiarato a favore dell’ombrello della Nato, che era per l’Eurocomunismo, per il Compromesso Storico,  che occorreva prenderne le distanze. Si tratta di questioni note, che abbiamo chiaro, che appartengono per tanta parte alla storia dei comunisti italiani, e rispetto ad alcune di esse, penso alla Nato, stiamo dicendo cose diverse, ma quello che non possiamo accettare è che ci venga detto che dobbiamo considerare sbagliata tutta la storia del P.C.I. dal dopoguerra in avanti, perché lì ci sta la nostra cultura politica, ci sta quello che siamo noi. Tutti coloro che sono qui hanno chiaro che quella cultura, ovviamente attualizzata, rappresenta un bagaglio che ci portiamo dietro, del quale non vogliamo disfarci, essa dice perché oggi siamo qui, perché stiamo dicendo queste cose, in altre parole essa è la nostra storia. Non si può quindi chiedere di dichiararci contro la via italiana al socialismo, perché ciò è “l’essenza” di quello che perseguiamo, siamo noi, non è un’altra cosa. Ripeto, massimo rispetto, ma questo ci dice dell’impossibilità di immaginare una determinata proiezione del rapporto, della relazione tra queste  forze comuniste, e quando ci sentiamo chiedere da tanti, a noi più o meno vicini, perché non stiamo assieme, dobbiamo essere capaci di spiegare questo, dobbiamo fare capire che non siamo noi che non lo vogliamo, che non sono loro che non lo vogliono, ma che ci sono dei dati oggettivi con i quali occorre fare i conti, che oggi rendono impossibile questo. Dobbiamo quindi immaginare un’unità d’azione la più ampia possibile tra i partiti comunisti, ma dobbiamo avere chiaro che noi siamo il Partito Comunista Italiano. Siamo chiari: se si ponesse la questione di fare un unico partito comunista, non è che noi ci sciogliamo e diamo vita ad un altro processo costituente. Questo vuol dire una cosa molto precisa, vuol dire che dobbiamo considerare il processo della ricostruzione del partito comunista italiano un processo aperto per chissà quanto tempo ancora, siamo e dobbiamo restare un cantiere aperto, dobbiamo essere massimamente inclusivi, disponibili, tenendo però ferme queste coordinate, perché se non facciamo questo un unico risultato è possibile: lo snaturamento, e a quel punto si aprirebbe  un altro scenario, del quale sicuramente il sottoscritto non sarebbe parte. Detto questo credo, in ultimo, non certo per importanza, che dobbiamo fare uno sforzo per rispondere alle sollecitazioni che la discussione congressuale ha posto con forza relativamente ai diversi nodi di carattere organizzativo/gestionale presenti in questo nostro partito. Avete fatto bene a sottolineare ancora una volta, come peraltro abbiamo fatto con le tesi, che siamo di fronte ad uno scarto tra quello che diciamo e quello che facciamo.

Vorrei che fosse chiara una cosa: vi sono delle difficoltà oggettive alla base di questo scarto, ma quello che non ci possiamo permettere, e che invece abbiamo registrato, è che a queste difficoltà si sommino delle responsabilità soggettive, che attengono a questo o quel livello dell’organizzazione, al come si sta in campo. Li abbiamo messi in luce tali nodi, ne riprendo alcuni. Diversi dipartimenti, a partire da quello del lavoro, non hanno operato come era necessario, come era possibile, registrando uno scarto rilevante tra l’analisi del Partito e la sua azione. Non si è  dato seguito alle campagne che avevamo deciso di mettere in atto, ed il non averlo fatto non ci ha consentito di farci conoscere, di avere l’attenzione che davamo per scontato sarebbe derivata dalle stesse. Non abbiamo garantito una presenza continuativa del partito nelle piazze, tra la gente, nei luoghi di lavoro, di studio. Non banalizziamo la proposta operativa dei gazebo, sulla quale peraltro altre forze politiche hanno di fatto costruito la propria ripresa, perché con essa diamo il senso di tale presenza. Non abbiamo perseguito fino in fondo l’obiettivo di avere sempre il “polso del partito”, ed alcune delle scelte che abbiamo fatto, compresa quella elettorale, diciamocelo francamente, senza intento polemico, sono anche figlie dei limiti che abbiamo registrato in merito alla rappresentazione della realtà, che spesso non è stata fatta correttamente, adeguatamente, a partire dai territori. Non possiamo permetterci questo limite.

Consentitemi questa banalizzazione: non si sta nel Comitato Centrale per rappresentare noi stessi, ma qual’è lo stato del partito, per mettere il centro in condizione di dialogare con la periferia e viceversa, perché se non facciamo questo rischiamo di non fare i conti con la realtà. Per capirci: se diciamo che non siamo in grado di raccogliere le firme per la presentazione delle liste elettorali,  lo dobbiamo dire dopo che abbiamo valutato fino in fondo qualsiasi possibilità al riguardo, dopo che abbiamo fatto ogni sforzo per andare in quella direzione. Questo è il punto, soprattutto quando quei processi decisionali investono il partito nel suo insieme, e questi deve potersi basare sulla situazione reale, non sull’idea che qualcuno si è fatto della stessa e viene a rappresentare, perché questo non ci serve, ci penalizza..

Abbiamo quindi bisogno di articolare diversamente la relazione tra i diversi livelli del partito, della sua organizzazione. Non può essere che ancora oggi alcune realtà territoriali non sono in grado di dirci come sono messe per davvero, se tutti gli iscritti che avevano nel 2017 sono confermati, se coloro che hanno chiesto l’iscrizione on line sono stati contattati, e così via. Abbiamo bisogno di fare un salto di qualità anche sul piano della comunicazione, non può essere che l’utilizzo delle potenzialità della rete sia ancora limitato al sito del partito. Dobbiamo dare risposte concrete anche alla questione dell’autofinanziamento, consolidando quanto è in campo al riguardo, ad esempio la pratica delle feste di partito, assumendo l’impegno di promuovere in tempi congrui una festa nazionale, ma anche ricercando forme nuove, inedite.

Dobbiamo metterci in condizioni di promuovere un profondo rinnovamento del gruppo dirigente che, senza  scadere nel giovanissimo, deve portare anche ad un rinnovo generazionale. A tal fine occorre considerare la Federazione Giovanile non come una sorta di ridotta del partito, ma come uno strumento funzionale all’aggregazione, alla formazione delle giovani compagne e dei giovani compagni del partito, come una preziosa risorsa dello stesso. La nostra ambizione deve essere quella di passare il testimone, perchè ai diversi livelli un bravo dirigente si vede da ciò che lascia dietro di sé e spesso, purtroppo, nella storia dei comunisti e della sinistra, c’è il vuoto.

Penso che dovremmo essere tutti d’accordo sulla necessità di ridurre il numero dei componenti il Comitato Centrale, sottolineando che è un organismo al quale non si partecipa nei ritagli di tempo, ma un impegno che se non si è in grado di assumere fino in fondo è bene lasciare ad altri.

Penso serva una Direzione del partito intesa come organismo che serve a raccordare più e meglio i diversi livelli del partito, che oltre alla Segreteria, su questo ritornerò, veda la presenza dei segretari regionali, dei responsabili dei diversi dipartimenti. Accanto ad essa credo opportuno prevedere la costituzione di un Comitato Scientifico, che valorizzi le diverse risorse intellettuali resesi disponibili, delle quali in questi due anni non ci siamo avvalsi in maniera adeguata per la nostra incapacità di interloquire. Dobbiamo proporci novità  anche relativamente alla Segreteria. Dobbiamo ridurla nel numero, in funzione delle esigenze che abbiamo, sottolinearne il carattere esecutivo, ed a tal fine ogni componente della segreteria uscente non deve sentirsi sminuito se non ne farà più parte, se verrà chiamato ad altri incarichi, perché serve tradurre in fatti l’affermazione che siamo tutti al servizio del partito. Dobbiamo saper rinnovare nella continuità, e questa è rappresentata dal filo che ci lega.

Siamo comunisti, vogliamo continuare ad essere tali i per le ragioni profonde che abbiamo sottolineato. Se staremo per davvero dentro a questa logica, se faremo davvero quanto sottolineiamo necessario fare, potremo registrare a breve un grosso passo in avanti del partito. L’ho detto concludendo l’Assemblea Costituente e lo ribadisco oggi, e più che lo slogan che per tanto tempo ha accompagnato la nostra storia è una constatazione: non c’è lotta non c’è conquista senza un forte partito comunista!

 

Mauro Alboresi, Segretario nazionale del PCI

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