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L’arrocco della Fortezza Europa: nuovo Trattato bilaterale tra Francia e Germania

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di Francesco Valerio della Croce, Segreteria nazionale Pci

 

Il nostro Partito ha più volta, in compagnia di larga parte dei partiti comunisti d’Europa, formulato un giudizio di irriformabilità delle strutture portanti dell’Unione europea. Abbiamo detto che già le previsioni di Maastricht, sintetizzabili in rigidità del cambio e piena libertà di circolazione per capitali e lavoro, esprimevano un segno evidentemente liberista della costruzione europea: la riprova della correttezza di questo giudizio e di questa analisi si ritrova nella valutazione che abbiamo dato dei trattati che l’Unione europea ha imposto come modalità di governo della crisi dei debiti sovrani esplosa in UE: l’austerity applicata per bloccare qualsivoglia politica d’investimento (specie quelle pubbliche) che non fosse fondata sulla compressione dei livelli di salario e sull’abbattimento del “costo del lavoro”, cioè dei diritti dei lavoratori.

Nelle analisi dei comunisti è delineata chiaramente una Unione Franco-Tedesca (con un’influenza nettamente preponderante in favore della classi dirigenti tedesche), imperialista nella politica estera ma altrettanto imperialista nelle politiche interne, ammantate del culto della competitività tra Stati, in luogo della solidarietà tra gli stessi.

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Aprendo i giornali di oggi, la notizia della sottoscrizione di un Trattato bilaterale tra Francia e Germania, tendente alla formalizzazione di quello che già di fatto esisteva, vale a dire relazioni privilegiate tra i due Paesi nei consessi internazionali (si veda l’esplicito obbiettivo di riservare alla Germania un posto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU), quale condizione fondamentale per la costruzione dell’esercito europeo, e nella determinazione delle questioni interne alla UE, non dovrebbe quindi sorprendere molto.

I punti salienti del Trattato sono 4:

  • consultazioni preventive tra i due governi a tutti i livelli in occasione delle principali scadenze europee;
  • un membro del governo di ogni Paese sottoscrittore del trattato parteciperà regolarmente alle riunione di governo dell’altro Paese e viene istituito un collegio di esperti in campo economico con funzioni consultive in favore dei due governi;
  • cooperazione militare con obblighi di reciproca assistenza in caso di attacco dall’esterno “con tutti i propri mezzi a disposizione”, investimenti comuni nel settore militare e impegno per un seggio alla Germania nel Consiglio di sicurezza ONU;
  • integrazione culturale nelle zone di confine come Alsazia e Lorena con l’obiettivo del raggiungimento del bilinguismo;

Si delinea ancor più chiaramente di ieri la leadership nella Ue: essa viene istituzionalizzata, sebbene nel quadro di un rapporto bilaterale, e in tal modo si contribuisce all’unico processo concreto di riforma possibile nella UE: quello della cristallizzazione dell’impianto di governo attuale. I progetti, più volte dichiarati e ancora perseguiti, di istituzione del “Ministro dell’economia” europeo e di un Fondo monetario europeo confermano questa tendenza una volta di più.

Vi è, tuttavia, un rischio ulteriore che accompagna questa dinamica di irrigidimento del quadro di governo europeo attuale: che questi strumenti di governo cadano ben presto nelle mani di una nuova elite nazionalista, sfruttando i venti favorevoli che soffiano in quasi tutti i continenti a favore di forze assai prossime alle pratiche di governo e repressive proprie della storia dei fascismi. Non è un caso che Matteo Salvini, prima, e Marine Le Pen, oggi, si dichiarino favorevoli alla moneta unica ed esprimano l’esplicito obiettivo della riforma e del cambiamento della Ue: l’impianto di governo che la Lega salviniana sta promuovendo in questi mesi sta palesando la perfetta compatibilità col liberismo economico di queste forze nazionaliste, votate allo Stato minimo in economia e massimo nella politiche d’ordine pubblico e repressive.

Sulle macerie seminate dal liberismo e dalle sue servili elites è concretamente possibile che una nuova Fortezza Europa possa sorgere, dominata dalle nuove classi dirigenti nazionaliste, altrettanto fedeli al liberismo ma attente a soddisfare i bisogni di un ceto medio tradito dai governi vassalli che l’Italia ha conosciuto negli ultimi anni e ad alimentare una guerra tra poveri ed un razzismo montante su cui si regge il consenso di massa dei nazionalisti. Le elezioni europee, la probabile ascesa al Parlamento europee di ingenti presenze della destra nazionalista, la formazione della nuova Commissione che nasce in un Unione in cui forze nazionaliste sono al governo di Paesi come Italia, Ungheria, Austria rappresentano tappe immediate e concrete del processo di sostituzione delle classi dirigenti alla guida dell’Unione europea.

Mai come oggi, ogni indugio sull’approccio dei comunisti è incomprensibile ed errato; mai come oggi la denuncia dei trattati europei e della natura irriformabile della Ue deve essere popolarizzata. Gli orrori del liberismo e delle politiche securitarie e d’ordine pubblico del governo non tarderanno a palesarsi. Se il rinnovo degli organismi europei sarà probabilmente il momento apicale per le forze nazionaliste, il futuro immediatamente successivo sarà però quello in cui il liberismo di cui è pregna la manovra votata dal governo italiano paleserà i suoi limiti e la netta continuità con le classi dirigenti precedenti: è inevitabile che sia così, è il prezzo della fedeltà e della compatibilità ai pilastri ideologici fondamentali su cui si regge la Ue.

La strada che oggi percorriamo verso una prospettiva di progresso è difficile ma solo chi sa di essere dalla parte giusta della storia, chi ha l’analisi corretta della fase storica può verosimilmente porsi l’obiettivo di incidere sul corso degli eventi.

Affermiamo che bisogna chiudere il ciclo dell’espropriazione della sovranità nazionale e popolare, coinciso con l’attacco al primato della Costituzione repubblicana. Che questo primato va riconquistato, che non esiste prospettiva di progresso in un senso contrario. Che gli interessi nazionali del Paese sono quelli votati alla cooperazione e che l’Europa continentale che vogliamo animata da un patto per gli investimenti che archivi l’epoca dei vincoli di bilancio può avere senso se si esprime come luogo della cooperazione tra Stati e Paesi sovrani, indipendenti e solidali, se si pone l’obiettivo storico di nuovi equilibri internazionali volti al multipolarismo e al multilateralismo, chiudendo con un declinante unipolarismo atlantico che, in forme diverse, non è mai morto e mai stato messo da parte. Che sono necessarie piattaforme politiche e sociali unitarie di lotta a livello dell’Unione e che queste elezioni europee devono essere un momento per finalmente e concretamente utile per costituire un movimento di lotta europeo. Che sovranità, per noi, significa possibilità per lo Stato di programmare le politiche pubbliche, unico strumento per inverare le promesse di libertà della Costituzione. E che questo è possibile solo nel quadro del ritorno dello Stato nella gestione e nella proprietà dei principali snodi strategici dell’economia. Che tutto ciò, insieme alla rinascita di una vera democrazia rappresentativa e popolare, può garantire il progresso democratico delle classi popolari. Ma affermando una verità ormai sotto gli occhi di tutti: che una prospettiva simile è incompatibile con i vincoli derivanti dall’Unione europea e di trattati internazionali che legano il Paese a strutture imperialiste come la Nato.

E’ giusto rimarcare che il nemico fondamentale da battere oggi sono i nazionalismi, facciamo sì che i comunisti, però, siano dotati delle armi giuste per poter vincere, per poter fare ciò per cui esistono: lavorare sulle contraddizioni della fase, riaprire concretamente la prospettiva della democrazia e del socialismo in Europa e nel mondo. La strada è impervia, ma ai comunisti che a Livorno cominciarono a segnarla 98 anni fa, del resto, il cammino non fu più agevole del nostro.

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