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Nazionalizzazioni: finalmente si torna a parlarne

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di Dario Marini, Presidente Comitato Regionale PCI in Veneto 

 

Il tragico crollo del ponte Morandi a Genova ha riportato all’attenzione generale il problema delle nazionalizzazioni. Si tratta di una delle solite sparate propagandistiche di Di Maio? Lo dimostra il fatto che col passare dei giorni la proposta è via via passata sempre più in sordina? Ritengo che questi legittimi dubbi non debbano depistare la nostra attenzione. Per noi comunisti è fondamentale il dato che finalmente si è aperto uno squarcio nel più granitico dogma della recente politica italiana: il sostegno bipartisan continuativo ed energico, da parte sia del Pd che delle destre, alle privatizzazioni, che dai governi Amato e Ciampi ha caratterizzato ogni singolo anno della Seconda Repubblica.

E, inoltre, l’indignazione collettiva verso la gestione di Atlantia spa e dei termini delle relative concessioni è stata tale da far parlare nell’ambito  del governo giallo-verde di rinazionalizzare. E’ su questa breccia che la sinistra di classe deve essere in grado di inserirsi, cercando ,con tutti i pochi mezzi di comunicazione di cui disponiamo, di lanciare messaggi chiari ed efficaci. E ,a questo proposito, è una ghiotta opportunità, specie per i compagni delle regioni vicine, la manifestazione –Nazionalizzare è meglio che curare- di sabato 20 ottobre a Roma, alla quale il Pci ha dato la propria adesione.

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Bisogna, prima di tutto, ribadire che le privatizzazioni sono state una vera pacchia per i privati ai danni dello Stato. L’esatto contrario va detto per i lavoratori: il loro numero è stato radicalmente ridotto; salari, condizioni di sicurezza e ambientali fortemente peggiorati. Inoltre, nessun economista borghese ha finora studiato il nesso tra privatizzazioni e calo della produttività del sistema Italia, o l’esplosione di quel debito pubblico che la grande svendita avrebbe dovuto abbattere, ma che ha invece accresciuto. Si è cominciato da più parti a riconoscere che la scelta di  ridurre il debito pubblico, spingendo al lumicino la presenza dello Stato nella nostra economia, si è mostrata del tutto illusoria.

Primo perché non hanno reso abbastanza: dal 2000 al 2018 il debito è aumentato da circa 910 miliardi fino a oltre i 2300 odierni, mentre le privatizzazioni hanno portato nelle casse pubbliche appena poco più di 110 miliardi. Secondo, andrebbe fatto il saldo con gli incassi cui lo Stato ha rinunciato. A questo proposito va sottolineato che le poche aziende rimaste in mano pubblica, come dimostrato dai dati di Mediobanca, lungi dall’essere carrozzoni in perdita, garantiscono nel loro complesso una redditività buona; anzi sopravanzano il campione delle 30 maggiori aziende private prese come paragone.

Le vere finalità sono state invece in primis  quelle di ridurre il perimetro dell’azione dello Stato nell’economia, usando i vincoli legati all’entrata nella Ue. Si è sfruttata l’occasione, offerta dalla necessità ed urgenza di rispettare i vincoli esterni imposti dalla partecipazione all’euro, per avviare tutta una sfilza di iniziative volte a dare ai privati un ruolo di assoluta preminenza  nel sistema produttivo e finanziario del nostro paese, e miranti,  anche, a una trasformazione in senso maggiormente speculativo dei mercati. I vari governi hanno voluto, o subìto, queste scelte classiste ritenute necessarie per la finanziarizzazione  dell’economia, che avesse il suo perno nella Borsa. Fra i tanti entusiastici sostenitori delle privatizzazioni, solo Mario Draghi ha avuto il coraggio di ammettere che esse hanno smantellato il sistema delle partecipazioni statali con lo specifico obiettivo anche di contribuire alla crescita del mercato azionario. Più finanza, più speculazioni: regali per i ricchi, con come conseguenza un continuo calo dei livelli occupazionali, con tariffe maggiori per i servizi essenziali accompagnate da un continuo peggioramento dei medesimi. Con una “sinistra di governo” di questa natura che bisogno c’è di una destra? Basta fare un rapidissimo e sintetico elenco del lungo calvario delle dismissioni del settore pubblico, per dimostrare cosa sia veramente accaduto.

Il comparto alimentare, che contava marchi di grande prestigio come Cirio, Motta, Alemagna, Olio Dante, Star ecc. è stato tolto di mezzo; privatizzare Alitalia è stata una truffa per salvare la faccia a Berlusconi; l’ex gioiello Telecom, dopo una girandola di “capitani d’industria” che l’hanno saccheggiata, è finita sotto il controllo di un fondo speculativo americano. Le autostrade ex Iri, dalle quali è partito il nostro ragionamento, sono finite nelle mani dei Benetton, forse la famiglia più rapace del capitalismo italiano. E che dire delle banche, una volta quasi tutte pubbliche e ora tutte private? Qui il campione è senz’altro  MPS, accompagnato da altre sei banche più piccole fallite per aver finanziato speculazioni e progetti truffaldini di soci e amici. Emblematico è il caso delle due Banche venete che, giocando tutto su un insensato e impossibile sviluppo del settore immobiliare, hanno buttato sul lastrico decine di migliaia di famiglie e devastato città e campagne, lasciando edifici vuoti e capannoni inutilizzati. C’è infine il comparto siderurgico, ormai ridimensionato a un ruolo secondario nel mercato internazionale, dove si vive da anni la drammatica vicenda dell’Ilva: qui la spietata logica del profitto mette di fronte l’alternativa fra il tenere aperta l’azienda, strangolata da vent’anni di mala gestione privata, e il rischio per la vita e la salute di migliaia di persone.

Un’altra insistente bufala mediatica, ripetuta all’infinito dai paladini delle privatizzazioni,  consiste nella sentenza inappellabile che l’impresa pubblica era minata da clientelismo, corruzione, pratiche di sottogoverno e da intrusioni illegittime dei partiti: né veniva mai dimenticata la presenza diffusa del malaffare. Effettivamente, queste piaghe avevano finito col fiaccare progressivamente lo slancio che aveva fatto dell’impresa  pubblica la protagonista del “miracolo economico” degli anni 60 e 70. Ma naturalmente  nessuno di tali paladini, sia politici che economisti e impreditori, si guarda bene dall’ammettere che a gestire le privatizzazioni è stato lo stesso ceto politico-economico, che , a sentir loro, stava mandando in rovina le imprese pubbliche medesime. In pratica si sono sostitute le vecchie clientele con una nuova casta di imprenditori, spesso d’assalto; dando origine a una zona grigia dove si intrecciano gli interessi degli imprenditori stessi, quasi sempre finanziati per intero dalle banche nei loro raid, e i privilegi e  vantaggi che essi continuano a garantire al mondo politico.

C’è un’alterativa per inserirsi, in questa fase, nel dibattito sulle nazionalizzazioni in un’ottica di classe? Sì, bisogna diffondere l’idea che è necessario evitare il dilemma strumentale pubblico-privato. Servizi, infrastrutture e produzioni di base sono beni comuni: ma questo solo se controllo e gestione sono condivisi da parte della collettività. Oggi può sembrare una utopia vetero-marxista, solo perché a forza di non essere ascoltati si è perso il desiderio e il gusto di partecipare alla cosa pubblica. La strada da imboccare per poter riprendere in modo credibile un percorso di nazionalizzazioni, consiste all’inizio nel diffondere il messaggio che, se vi è trasparenza e pubblicità totale nei bilanci, piani finanziari, contratti, tecnologie e remunerazioni, una impresa pubblica può essere più efficiente ed efficace nel perseguire la crescita dell’occupazione a gli altri obiettivi delle classi popolari.

 

 

 

 

 

 

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