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Crisi USA-Pakistan e uso del terrorismo contro la Via della Seta

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di Fosco Giannini, Responsabile Dipartimento Esteri PCI

Non sempre le più acute contraddizioni internazionali sono al centro dell’interesse dei media italiani e, dunque, al centro dell’interesse dell’opinione pubblica. In questa fase la tensione altissima tra USA e Pakistan, una tensione così strategicamente densa da poter determinare la storia del prossimo futuro ( non solo in Asia Centrale), non è opportunamente trattata dai media nostrani. Di conseguenza, ciò che sta alla base di tanta tensione è sconosciuto ai più, mentre il contrasto tra le due potenze  ( conosciamo gli USA, ma conosciamo meno il Pakistan, che con i suoi 210 milioni di abitanti è il quinto Paese più popolato del mondo, è il 36° per estensione territoriale, è una potenza militare nucleare  ed è situato in uno dei più importanti corridoi strategici e geopolitici internazionali, in una delle vie di rifornimento di petrolio più importanti del pianeta), questo contrasto chiede di essere messo in luce.

Per mettere a fuoco gli odierni conflitti politici in via di crescita oggi tra Washington  e Islamabad, conflitti che meritano un focus particolare in virtù della loro densità strategica sul piano mondiale,  è necessario sia ripercorrere rapidamente la Storia recente che rievocare i fatti che vanno dalla metà del 2018 ad oggi.

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Nel marzo del 1949 il generale delle Forze Armate USA Mac Arthur poteva affermare, dopo le vittorie militari nord americane contro il Giappone, che “il Pacifico è diventato un lago anglo-sassone”. La stesso delirio di onnipotenza dell’imperialismo USA aveva già preventivamente decretato la sconfitta di Mao Tze Tung e la trasformazione della Cina nell’ennesima colonia dell’imperialismo. La vittoria della rivoluzione comunista cinese, pur rappresentando un colpo durissimo contro i  disegni di conquista mondiale da parte degli USA, non bastò, tuttavia, a cancellare il progetto e il fatto concreto che, per i decenni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Pacifico divenisse davvero “un lago anglo-sassone”. La presenza egemonica militare USA su quella parte del mondo, il comando della flotta militare statunitense su quelle acque di così grande importanza mondiale si perpetuò per tutta una fase storica, si confermò con più certezze dopo la caduta dell’URSS e nell’enfasi ideologica imperialista della “fine della Storia” per rafforzarsi ulteriormente negli anni, a noi vicini, del grande sviluppo cinese e della formazione dei BRICS, in un rapporto geopolitico e militare dialettico con l’avanzata della NATO e delle sue basi sino ai confini russi e cinesi, in Afghanistan e nell’Ucraina nazifascista di Poroshenko.

La concezione del Pacifico come “lago anglo-sassone” è assurta nel tempo ( prendendo ancor più vigore dall’aggressione USA alla Corea, nella guerra del ’50 – ’53) a concezione egemonica guida dell’imperialismo USA su tutta l’Asia e benché le coste del Pakistan non siano bagnate dall’Oceano Pacifico ( è il mare Arabico a formare il suo confine meridionale, come è il Mar Cinese a bagnare le coste del Vietnam, altro Paese su cui si focalizzò, inutilmente, il mirino sanguinario americano) la storia del Secondo Dopoguerra ha dimostrato come anche il Pakistan sia sempre stato nel mirino di Washington. D’altra parte, l’ormai temporalmente lunghissimo tentativo USA di occupare militarmente  l’Afghanistan e il progetto di colpire l’Iran ( Afghanistan e Iran confinano con il Pakistan) la dice lunga sugli obiettivi americani in quell’area dell’Asia.

Per comprendere le attuali tensioni USA – Pakistan, questa è la rapida rievocazione   storica; per ciò che riguarda invece l’attualità occorre ricordare che in Pakistan, nel luglio 2018, vince le elezioni, alla testa del Movimento per la Giustizia del Pakistan, Imran Khan, attuale Primo Ministro pakistano.

 I rapporti del Pakistan con gli USA nell’ultima fase storica ( da Benazir Bhutto, del Partito Popolare Pakistano, 1993, a Shahid Khagan Abbasi, della Lega Musulmana, 2017, passando – per citare i più importanti –  per Muhammad Mian Soomro, Lega Musulmana, 2007, Yousaf Raza Gillani, 2008, Raja Pervaiz Ashraf, 2012, entrambi del Partito Popolare Pakistano e Mir Hazar Khan Khoso, indipendente, 2013) sono definibili – nell’essenza – ondeggianti, con alte punte di contrasto e fasi di “profonda amicizia”, sino alla complicità, tra Islamabad e Washington.

Nel 1950 il Pakistan è, per ragioni ideologiche, nemico dell’URSS e durante tutta la fase della Guerra Fredda è legato agli USA; durante l’intervento sovietico in Afghanistan è uno dei più stretti e fidati alleati degli USA. Alla fine degli anni ’90 le relazioni tra URSS e Pakistan tendono a rafforzarsi mentre, in relazione al riarmo nucleare pakistano non accettato dagli USA, nel 1999 i rapporti tra USA e Pakistan si incrinano fortemente. I rapporti si riallacciano poi dopo i fatti dell’11 settembre ( Torri Gemelle), quando gli USA dispensano grandi aiuti al Pakistan in denaro ed armi per il ripristino dell’ordine americano ( spacciato per “lotta contro il terrorismo”) nelle regioni del Medio Oriente e in Asia Meridionale.

Il rapporto tra il Pakistan e la Cina è stato invece più lineare e sempre incline ad una forte vicinanza politica. Il Pakistan sarà tra i primi Paesi al mondo a riconoscere la Cina socialista; dagli anni ’60 agli anni ’80 il Pakistan si adopera affinché la Cina stabilisca relazioni interstatuali con tanti Paesi del mondo e affinché Nixon possa giungere in Cina per la prima visita di Stato USA. In cambio e in virtù di tutto ciò la Cina è, da decenni, il primo partner commerciale mondiale del Pakistan, una relazione economica che ha toccato il suo apice nel 2015, quando Pechino e Islamabad hanno firmato ben 51 grandi accordi e protocolli d’intesa, oltre che l’accordo generale di libero scambio.

E’ in questo contesto di storica amicizia tra Pakistan e Cina che il nuovo leader pakistano eletto nel luglio 2018, Imran Khan, rilancia e approfondisce ancor più il rapporto di intesa economica tra i due Paesi. E’ in questo contesto e con la nuova guida di Khan che prende ancor più corpo un nuovo “Greate Game” in Asia, una titanica operazione che può davvero mutare gli equilibri internazionali. Si tratta del cosiddetto “Corridoio sino-pakistano” un progetto di investimenti per 60 miliardi di dollari in autostrade, ferrovie, porti, terminal petroliferi che solleva tanto gli entusiasmi del Pakistan quanto innervosisce gli USA di Trump, preoccupati della valenza strategica e storica del progetto Cina – Pakistan e ancor più preoccupati che in questo progetto prenda materialmente corpo un’egemonia cinese sulle rotte oceaniche e dei rifornimenti energetici.

Ad inquietare ancor più Trump è la netta politica che va attuando il nuovo leader pakistano Imran Khan, una politica che già nel primo tweet inviato dopo la vittoria elettorale così si chiariva: “Vogliamo lavorare al successo del Corridoio. Manderemo anche dei team in Cina per imparare come si allevia la povertà e si distribuiscono due pasti al giorno ai poveri”.

C’è da aggiungere che il corridoio sino-pakistano è imperniato sul porto di Gwadar, nel Beluchistan pakistano, porto con cui la Cina intende aggirare lo Stretto di Malacca, riducendo di oltre 10 mila chilometri e 26 giorni la distanza marittima dagli strategici giacimenti di idrocarburi nella regione del Golfo. Con questo progetto la Cina potrò evitare il controllo della marina americana, che oggi potrebbe chiudere in ogni momento, volendo, i rubinetti del rifornimento energetico cinese.

Ma per giungere ai fatti di questi giorni occorre legare un altro anello alla catena e parlare della città pakistana di Karachi. E’, questa metropoli di circa 15 milioni di abitanti, una città strategica per pakistani e cinesi, qui passa il 60% dell’economia, il 90% dell’import-export e a Gwadar ci sono i terminali del petrolio saudita e del gas del Qatar.

I fatti dei nostri giorni, dunque, che si possono leggere solo in relazione a quanto sopra si è detto: venerdì 23 novembre ultimo scorso tre militanti del “Beluchistan Liberation Army” hanno tentato di assaltare il consolato cinese di Karachi: nel fuoco dell’assalto sono morti due poliziotti pachistani, due civili e gli stessi assaltatori. La reazione del Primo Ministro pachistano Khan (che proprio in quel 23 novembre, dalla vittoria elettorale di luglio, si insediava ufficialmente alla guida del governo) è stata netta nella condanna e chiarissima nell’analisi : “Quello di Karachi – ha affermato Khan alle agenzie del mondo – è stato un tentativo terrorista volto ad intimorire gli investitori cinesi e mettere a repentaglio il CPEC, il Corridoio economico ed energetico che dalla provincia occidentale cinese del Xinjiang conduce giù giù per 639 chilometri sino al porto di Gwadar, nel Beluchistan pachistano, sull’Oceano Indiano”.

Ma chi sono i militanti del “Beluchistan Liberation Army” che hanno organizzato l’attentato al consolato cinese di Karachi? Sono rappresentanti di quella lotta terroristica tendente a separare la regione pachistana del Beluchistan dal Pachistan, una lotta che ora, in virtù del progetto del Corridoio pachistano-cinese, diviene innanzitutto  lotta anticinese; rappresentano una branca pachistana dell’estremismo islamista talebano che già aveva lottato a fianco degli USA in Afghanistan contro l’Armata Rossa sovietica. Rappresentano, ora, gli interessi USA contro il Corridoio pachistano-cinese e la stessa difesa dell’egemonia USA e NATO in quella regione asiatica, un’egemonia fortemente messa in discussione dallo sviluppo cinese e dal titanico progetto ( economico e pacifico) della Nuova Via della Seta.

Domenico Losurdo, il grande filosofo appena scomparso, asseriva spesso che gli USA, contro lo sviluppo cinese, abbiamo già messo in preventivo la guerra. Ciò che accade in questa fase in Pakistan, con Trump che critica duramente e quotidianamente Imran Khan e che nel frattempo mobilita i vecchi-nuovi talebani per gli interessi USA, dimostra quanto Losurdo avesse colto nel segno.

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