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“Roma”, il lessico familiare di A. Cuaron

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di Laura Baldelli

 

L’ultimo film di Cuaron, “Roma”, vincitore a Venezia e premiato ai Golden globe, prodotto da Netflix è un lavoro di grandissima qualità che concorre anche alla Academy Award.

Il film è parzialmente autobiografico, girato in un luminoso bianco e nero per raccontare i ricordi d’infanzia del regista nei primi anni ‘70 a Città del Messico. Lo spettatore è catturato dalle vicende di Cleo, una domestica di origini mexteche, che vive con i suoi “padroni” bianchi, nel quartiere borghese Roma.

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Le sue vicende s’intrecciano con quella della numerosa famiglia, in particolare con i  bambini. Qualche critico cinematografico ha intravisto nella scelta del nome “Cleo” un omaggio ad Anes Varda e al suo film del 1962 “Cleo dalle 7 alle 8”, perché la dolce domestica è sempre in servizio e pesa su di lei tutta la casa ed anche la vita dei bambini.

I movimenti di macchina orizzontali, i piani sequenza, il montaggio, la splendida fotografia, sono parte determinante della narrazione fluviale per immagini, lo scorrere della quotidianità della famiglia è ripreso da lontano e ci racconta abbandoni, dolori, paure e vicende storiche.

I primi piani sono riservati a Clio che c’invade con un’infinita autentica gentilezza e sul finale solo 2 inquadrature sui volti dei bambini.

Cuaron, torna alle proprie radici, rievocando la sua infanzia cerca di conservare lo sguardo di bambino che guarda e non sa ancora collegare e comprendere che cosa accade agli adulti. La sceneggiatura è rimasta segreta ed esposta il giorno stesso delle riprese, che hanno seguito la cronologia degli eventi per permettere agli attori non protagonisti di crescere e cambiare insieme ai loro personaggi ed anche per impedire loro di conoscere il finale. Ha girato tutto il film in 108 giorni.

Cuaron nell’intervista al New-York Time Magazine ha dichiarato che ha preteso che gli attori improvvisassero, perché voleva assolutamente gli imprevisti, lasciare che la cinepresa riprendesse e non voleva tagliare. Ha curato anche il montaggio, dove ha sincronizzato scene complicatissime, che sfuggono allo spettatore, come la manciata di secondi della scena verso il finale quando Cleo spegne le lampade della casa, che sono il risultato di riprese fatte con cineprese, posizionate in 45 diversi punti di vista.

Lavorò sull’improvvisazione anche Visconti, quando girò “La terra trema”, raccontando la vita dei pescatori di Acitrezza, ispirandosi al Verga dei Malavoglia dove il Verismo implicava la rivoluzione linguistica e l’oggettività del racconto.

Già all’inizio del film, nei titoli di testa, ricorrono indizi narratologici come  nei thriller …..l’acqua, gli aerei….tutto giocato con una fotografia in stile minimal, curata personalmente dal regista, che dipinge con la luce.

Cuaron ha rivelato di aver scelto il bianco e nero perché è un film di ricordi, ma è girato con la più moderna e sofisticata tecnologia digitale con cineprese da 65 millimetri, che permettono al regista di creare un mix temporale “di ieri e di oggi”, che configura in una cornice onnicomprensiva, ma senza creare distanza emotiva, anzi è funzionale al racconto della dignità composta del dolore di Cleo.

Infatti ci sono scene di struggente tenerezza, di paura e di dolore, in cui la potenza delle immagini colpiscono anche senza commento musicale, ma con il sound design ci connette con tutti i rumori di sottofondo della quotidianità.

E’ il progetto il più personale della carriera di Cuaron, che oltre ad aver curato la fotografia, la sceneggiatura, ha partecipato alla produzione, ma non è un racconto intimistico, bensì sviluppa una storia collettiva di un popolo, di un paese, che vivono contraddizioni e tensioni sociali. Forte è la distanza tra i borghesi bianchi, discendenti dei conquistadores e la popolazione india povera, ma un aspetto accomuna le donne del film a prescindere dall’appartenenza sociale….la solitudine, l’abbandono degli uomini davanti alle prese di responsabilità, ma c’è anche la solidarietà tra donne che oltrepassa le distanze sociali. E’ forte nel film la contrapposizione tra un maschile distruttivo, edonista, irresponsabile ed un femminile accuditivo, aperto al cambiamento, riconoscendo alle donne sensibilità, amore e forza. Ci sono anche messaggi simbolici, veicolati da inquadrature particolari come le prede dei trofei di caccia imbalsamate nelle case dei latifondisti, testimonianza di morte, dell’immobilità dei loro privilegi e come sottofondo musicale la colonna sonora di Gesus Christ Superstar.

Il film infatti è un affresco di un’epoca, si passa da uno spaccato socio-culturale con la famiglia che guarda in tv i film “Tre uomini in fuga” e “Abbandonati nello spazio”….ricordando “Gravity”, agli accadimenti storico-politici.

Infatti Cuaron mette in scena La massacre del jueves de Corpus Christi, avvenuta il 10 giugno 1971, in cui gli studenti universitari in lotta, per un sistema scolastico democratico aperto ai campesinos e agli operai, contro la privatizzazione dell’università e dell’istruzione superiore, furono massacrati dai paramilitari fascisti los halcones. Quest’evento s’intreccia con un momento delicatissimo della vita di Cleo, raccontato con dignità e amore.

Il Messico non era nuovo alle stragi, già il 2 ottobre 1968, 10 giorni prima l’inizio dei XIX giochi olimpici a Città del Messico, il governo ordinò all’esercito di sparare dagli elicotteri sugli studenti che manifestavano a Città del Messico, ne morirono 200, ma forse furono di più. Questa tragedia che violava i diritti umani non fermò le Olimpiadi, né i mondiali di calcio….la legge del profitto è sempre più importante e prioritaria.

Un film così non si vedeva da tempo con tutti e tre gli ingredienti di tecnica, arte e contenuti, pone però un problema sollevato da molti cineasti come Almodovar e Nolan, che vedono in Netflix, la piattaforma di streaming con oltre 137 milioni di abbonati, un pericolo per il Cinema, il Cinema delle sale cinematografiche.

Oggi entrano in gioco anche Amazon ed altre piattaforme, che contribuiscono al pericolo di far chiudere le sale cinematografiche e azzerare tutta l’economia che gira intorno alla distribuzione.

In Italia abbiamo avuto la Lucky Red, che ha prodotto e distribuito il bel film di Cremonini “Sulla mia pelle”, la dolorosa vicenda di Stefano Cucchi, interpretata dal bravissimo Borghi.

E sempre in Italia esiste un decreto-legge “anti-Netflix” firmata dal ministro dei Beni Culturali A. Bonisoli che impone che i film siano proiettati nelle sale cinematografiche, prima che compaiano sulle piattaforme.

Ma la morte del cinema, come l’avevano inteso i Lumiere, coloro ai quali  fu attribuita l’invenzione, proprio perché fecero pagare un biglietto alla mitica prima proiezione pubblica, forse non nasce con Netflix e meriterebbe una seria analisi socio-economica, nonché antropologica.  La settima arte nasce grazie alla tecnica e tutti gli step più importanti come il suono, il colore, il digitale furono frutto del progresso tecnico.

L’era post-cinema sembra essere iniziata.

 

 

 

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