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QUELL’ANTIPATICO DI MARX

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di Lamberto Lombardi, PCI Brescia

Dopo questa tornata elettorale regionale, caricata di grande valenza nazionale, segnata da forte polarizzazione e grande afflusso alle urne, mi trovo perplesso come davanti a certe bollenti minestrine di patate della mia infanzia. L’annichilimento dei 5Stelle, di quella mutazione politica anche positiva da essi significata, il prevalere ultimo di una narrazione politica che altro non considera se non i buoni sentimenti di un governo vittorioso in un mare di intolleranze, sembrano aver prodotto la definitiva disconnessione del voto rispetto alle condizioni reali del Paese. Scompaiono deficit e sottocupazione, emigrazione e arretratezze, corruzione, declino industriale e la valenza eversiva dei piani di autonomia regionale lesivi del patto sociale costituente, a beneficio di questa commedia rispetto alla quale la critica che un tempo sarebbe stata di una sinistra moderata oggi appare più inopportuna che estrema, sotterrata sotto un antifascismo formale anch’esso sconnesso dai suoi significati storici e politici. Il paradosso che ne deriva è che il disagio sociale viene raccolto solo a destra, magari per reindirizzarlo contro i deboli e farlo scomparire, ma altrove non ve ne è traccia né nei programmi né nel voto. Chi a sinistra lo assume come di dovere viene  accantonato, anche dalla logica nichilistica del voto utile.

Si dirà che sulla sinistra radicale pesano arretratezze di analisi e divisioni, ed è certamente vero, ma di fronte a questo dato d’insieme, oggi, davvero sembra ci sia poco da dire e da fare. Finamai le riletture storiche sul novecento, riletture che se non fossero vergognose sarebbero ridicole, riletture foriere di tempesta, vengono imposte e accettate quasi come una penitenza giusta invece che segnare, come dovrebbero, il punto di non ritorno e portare al fatidico ‘non ti voto più’.  Questa commedia esige ed ottiene la dimenticanza. Gli errori della sinistra radicale in questo c’entrano poco, semmai errore sarebbe non tenere adeguato conto di questa mutazione avvenuta.

Quando avviene questa volontaria disconnessione tra realtà sociale e consapevolezza, la politica non ha ruolo e si lascia fatalmente il campo alla psicanalisi di massa, tra assunzione della sconfitta e colonizzazione dell’immaginario. Diviene, cioè, politicamente irrilevante spiegare perchè la maggioranza stragrande di un Paese sia divenuta, con diverse sfumature, ‘terrapiattista’, e terrapiattista di ritorno per di più, perchè l’unico dato reale, l’unico che interessa a questo punto, è che terrapiattisti si sia diventati. Resterebbe solo da munirsi di collanine, specchietti e altre cianfrusaglie per condurre proficui commerci con loro. Come peraltro stanno facendo i nostri poteri forti e tutte le nazioni che si relazionano con la nostra.

Questo confronto spacciato come epocale tra il negazionismo sociale amorevole e quello intollerante potrebbe e dovrebbe, nelle intenzioni dei nostri rappresentanti e nell’interesse concreto dei pochi, continuare all’infinito in un gioco delle parti che li premia tutti, status quo compreso, ma sappiamo che non sarà così.

Alcune leggi scientifiche appaiono eludibili con la dabbenaggine o col fatto che non si viaggia mai, come quelle definite da quello sciagurato di Pitagora che ci dice da duemilacinquecento anni che la terra è rotonda, ma altre leggi non sono aggirabili, neppure con l’ottimismo della bontà, come quelle che sono farina del sacco di quell’antipatico di Karl Marx.

Costui, col Capitale, ha posto delle questioni che oggi diremmo ‘divisive’ ma che da allora fanno parte organica della realtà. Come, ad esempio, che il capitalismo,  persegua instancabilmente solo ed esclusivamente la logica del massimo profitto e che per fare questo tenda, se non arginato, se non imbrigliato, a produrre il massimo sfruttamento del lavoro e delle persone, dei bambini e degli anziani, sino alle estreme conseguenze, la guerra e la schiavitù di massa. Non tralasciando, in questo intento, tutto quello che la possibilità di comprare gli consente e la necessità di lucrare gli impone, ivi compreso nascondere il presente ed alterare la Storia. Nè Salvini né Zingaretti sembrano orientati a costruirlo questo benedetto argine, si disputano solo il ruolo di commensali. Al capitalismo nostrano non resta che, finite le innumerevoli sedute dall’estetista, seguire fino in fondo la propria natura e cibarsi delle carni palpitanti di coloro che gli vengono offerti: le generazioni a venire. 

Questa collettiva refrattarietà al dato di realtà, altrimenti definibile come subalternità, produce una frattura irrimediabile oltre che col passato anche col presente politico dentro e fuori il nostro Paese. E’ il principale motivo per cui non esiste Paese al mondo che si chieda, quale che sia la questione in oggetto, ma cosa ne pensa l’Italia? A parte il fatto che non se lo chiedono neanche gli italiani, ma sarebbe come pretender che la comunità scientifica mondiale si premunisse di interpellare il mago Otelma per meglio capire le dinamiche del cosmo.

E se, per la cronaca, nel mondo, esistono tanti popoli che delle leggi sociali stanno facendo l’uso adeguato, per crescere, tra mille difficoltà, ma ci provano perchè non si danno altra scelta, dobbiamo notare che sono per la precisione tutti quelli contro cui abbiamo emanato le sanzioni economiche, o quelli, appena oltre confine, che stanno lottando per la propria dignità senza che, sa va sans dire, ce ne accorgiamo.

La lunga catena di progressive mistificazioni storiche e sociali che si è dipanata nei decenni ci ha portato ad un punto di non ritorno, al punto di confliggere coi cambiamenti e con le rivendicazioni di interi settori del pianeta. E’ un cambio di regime che si annuncia anche con quel cambio lessicale che da un lato impedisce la relazione dialettica con coloro che ci hanno affiancato negli anni e dall’altro ci indica i pochi con cui si può ancora pensare di organizzarsi. E’ un punto drammatico, in cui si deve accettare il fatto che rispettare la Storia e il concetto di diritto collettivo diviene condizione imprescindibile per sviluppare un’azione politica nel mondo reale, tracciando così una linea di separazione che definisce ambiti in cui sparute minoranze sono necessitate a cercare il centro di gravità in se stesse e da esso far dipendere il proprio destino e quello di tutti.

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