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Samir Amin: l’alternativa alla globalizzazione neoliberista

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Pubblichiamo come tributo alla memoria di Samir Amin, grande intellettuale marxista del nostro tempo di livello e fama internazionale, scomparso appena poche ore fa, un frammento – tratto dal volume “Ottobre ’17: ieri e domani”, Edizioni MarxVentuno – nel quale Amin, a partire da un’analisi profonda delle contraddizioni della globalizzazione liberista ricerca un’alternativa al quadro dato, nella quale emerge con straordinaria attualità la prospettiva del socialismo a livello mondiale. Si ringrazia il compagno Andrea Catone, direttore della rivista MarxVentuno, per averci permesso la pubblicazione di questo importante contributo.

 

L’ALTERNATIVA ALLA GLOBALIZZAZIONE NEOLIBERISTA

Gli Stati nazionali: qual è la via da seguire oggi?

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Se si presta fede alla vulgata corrente, si direbbe che gli Stati nazionali non possano più essere il luogo per la definizione delle grandi scelte che determinano l’evoluzione della vita economica, sociale ed anche politica delle comunità, a causa della “globalizzazione”, che è un prodotto dell’espansione della moderna economia; non può quindi esserci alcuna alternativa, come sosteneva la signora Thatcher. In realtà, ci sono sempre altre alternative, che, per loro natura, possono definire il margine di azione che uno Stato nazionale ha all’interno del sistema globale. Non esiste una “legge dell’espansione capitalistica”, che agisca come una forza soprannaturale.

Non esiste nemmeno un fattore storico precedente o determinante per queste tendenze connaturate alla logica del capitalismo, che viene sfidato dalle forze di resistenza che non accettano i suoi effetti. La vera storia è il prodotto di questo conflitto tra la logica dell’espansione del capitalismo e le lotte sociali delle sue vittime proprio contro gli effetti di questa espansione. Una risposta efficace alle sfide che le comunità devono affrontare può essere trovata soltanto se si comprende che la storia non è determinata dall’infallibile realizzazione delle leggi dell’economia “pura”. Essa è il prodotto delle reazioni sociali alle tendenze espresse da queste leggi, che, per parte loro, definiscono tutti i rapporti sociali all’interno del contesto in cui operano. Le “forze antisistemiche” – se si potessero qualificare queste forze di rifiuto, organizzato, coerente ed efficace, della sottomissione unilaterale e totale alle esigenze di tali cosiddette leggi (che in realtà sono semplicemente le leggi del profitto privato che caratterizza il capitalismo come sistema) – fanno la vera storia tanto quanto la “pura” logica dell’accumulazione capitalistica. Esse impongono possibilità e forme di espansione che vengono poi praticate nelle loro zone di competenza.

Il futuro è modellato dunque attraverso le trasformazioni subite dal rapporto tra le forze sociali e quelle politiche; prodotto da lotte, quindi, i cui risultati non sono noti in anticipo. Tutto ciò merita qualche riflessione, in modo tale da contribuire alla stesura di progetti coerenti e possibili e, allo stesso tempo, da aiutare i movimenti sociali a superare le “false soluzioni”, dato che, altrimenti, vi è un alto rischio di paralisi.

Ci sono, naturalmente, diversi interessi e visioni riguardanti le forze sociali e politiche in esame, espresse da vari commentatori. Costoro possono essere, come accade attualmente, i portavoce unilaterali degli interessi della transnazionalizzazione dominante del capitalismo (per i paesi della triade imperialista) o i loro alleati e subordinati comprador (per i paesi periferici). In questa situazione, il ruolo della maggior parte dei paesi è stato ridotto al mantenimento dell’ordine interno, mentre una superpotenza (gli Usa) esercita in maniera esclusiva la carica di “Stato pseudomondiale”. Gli Stati Uniti così dispongono in maniera esclusiva di un maggior margine di autonomia, mentre gli altri paesi non ne hanno alcuna. A quanto sembra, lo sviluppo delle lotte sociali può dimostrarsi in grado di portare al potere blocchi egemonici differenti da quelli che regolano l’ordine neoliberista globalizzato vigente, basandosi su compromessi tra interessi sociali diversi e divergenti (compromessi tra capitale e lavoro nei paesi capitalistici, e blocchi nazionali popolari democratici, cioè anti comprador, nelle periferie).

In una tale situazione, lo stato avrebbe maggiori possibilità, ma è necessario sottolineare che tali evoluzioni possono accadere sia nel bene che nel male. Si aggiunga qui che ci sono anche “interessi nazionali” che riconoscono legittimamente l’istituzione di un ordine mondiale multipolare. Questi “interessi nazionali” sono generalmente invocati dai vari governi a giustificazione delle proprie specifiche opzioni. Gli esperti di “geopolitica” riconducono spesso tali interessi a “varianti” ereditate dalla geografia e dalla storia; ma questo non cancella il fatto che essi esistano e svolgano un ruolo nel determinare la geometria delle alleanze e dei conflitti internazionali, incrementando e limitando al contempo l’attività marginale degli Stati.

Gli antichi sistemi globali sono sempre stati multipolari, anche se tale multipolarità non è mai stata veramente o generalmente egualitaria. Per questo motivo, l’egemonia è sempre stata un’aspirazione a cui gli Stati tendevano, piuttosto che una realtà. Le egemonie, quando raggiunte, furono sempre una condizione relativa e temporanea. I partner del mondo multipolare del XIX secolo (che si può estendere fino al 1945) erano esclusivamente “le grandi potenze” dell’epoca. All’interno del mondo contemporaneo dominato dalla triade, ci sono probabilmente attori che ancora rimpiangono quel periodo, e caldeggiano un ritorno ad un tale sistema di “equilibrio tra le potenze”. Quello vigente, infatti, non è il sistema multipolare desiderato dalla maggior parte degli abitanti del pianeta (85%!).

Il mondo multipolare modellato dalle rivoluzioni russa e cinese, ed in seguito parzialmente dettato dai movimenti di liberazione nazionale in Asia e in Africa, era di natura diversa. Non si vuole qui analizzare il periodo successivo alla seconda guerra mondiale nei termini convenzionali di “bipolarismo” e “guerra fredda”, in quanto non si concederebbe ai relativi progressi dei paesi del Sud del mondo il rispetto dovuto. Si analizza piuttosto questa multipolarità in termini di conflitto di civiltà che, al di là di espressioni ideologiche distorte, si confronta con il conflitto tra il capitalismo e la possibilità della sua erosione da parte del socialismo. L’ambizione dei popoli periferici, (che abbiano portato avanti una rivoluzione socialista o meno), di abolire gli effetti della polarizzazione prodotta dall’espansione capitalistica, rientra in una prospettiva anticapitalista.

Multipolarità è quindi sinonimo di reale margine di autonomia degli stati. Questo margine sarà utilizzato in un determinato modo a seconda della base sociale dello stato in questione. Il periodo di Bandung (1955–1975) in questo senso ha consentito ai paesi dell’Asia e dell’Africa di creare una propria via, descritta come sviluppo autonomo e non allineamento, in maniera coerente con il progetto nazionale popolare delle forze prodotte dalle liberazioni nazionali. Vi è certamente un nesso tra le condizioni “interne”, definite dall’alleanza per la liberazione sociale nazionale che è alla base del progetto dello specifico paese interessato, e le condizioni esterne favorevoli (il conflitto Est–Ovest ha neutralizzato l’aggressività dell’imperialismo). Si parla qui di autonomia, che è per definizione indipendenza relativa, le cui carenze sono determinate congiuntamente dalla natura del progetto nazionale e dal margine di azione possibile all’interno del sistema globale; e questo perché esso rimane sempre presente ed opprimente (la globalizzazione non è cosa strana!). Per questo motivo, vi è una tendenza, nelle scuole di economia politica internazionale e di economia globale, a contestare l’importanza di questo margine di azione, e ridurlo a nulla.

Ciò indica che nel sistema della globalizzazione (in tutti i tempi) il “tutto” determina le “parti”. Si preferisce un’analisi in termini di complementarietà/conflittualità, che riformula tutti i poteri in relazione all’autonomia delle lotte sociali e delle politiche nazionali ed internazionali. Le conseguenze della guerra (1945-1980) sono ormai parte della storia. Il progetto imperialista collettivo della triade (Stati Uniti, Europa, Giappone) è tuttora in atto grazie all’egemonia degli Stati Uniti, che aboliscono l’autonomia dei paesi del Sud del mondo e riducono notevolmente quella dei paesi associati a Washington all’interno della triade imperialista. Il momento attuale è caratterizzato dalla realizzazione di un progetto di egemonia nordamericana a livello internazionale.

Questo progetto è il solo che occupa il centro della scena oggi. Non vi è più un contro–progetto per contenere le aree soggette al controllo degli Stati Uniti, come avveniva nel periodo del bipolarismo (1945-1990); anche mettendo da parte le sue ambiguità iniziali, il progetto europeo sta crollando; i paesi del Sud (il gruppo dei 77, i non allineati) che avevano l’ambizione, durante il periodo di Bandung (1955-1975), di creare un fronte comune contro l’imperialismo occidentale, vi hanno rinunciato; la Cina stessa, che attualmente agisce da sola, è interessata unicamente a proteggere il proprio progetto nazionale (che è di per sé ambiguo) e non si fa partner attivo nel processo di trasformazione del mondo. L’imperialismo collettivo della triade è il risultato di una vera e propria evoluzione del sistema produttivo dei paesi capitalistici, la quale non ha prodotto la nascita di un capitalismo “trans-nazionalizzato” (come il lavoro di Hardt e Negri vorrebbe rivendicare: cfr. Amin 2014), ma ha anzi prodotto la solidarietà degli oligopoli nazionali dei paesi interni al sistema, espressa nel desiderio di un “controllo congiunto” del mondo per i propri interessi esclusivi e di profitto.

Ma se “l’economia” (intesa come espressione unilaterale delle esigenze dei segmenti dominanti del capitalismo) riunisce i paesi all’interno della triade, la politica divide le nazioni. Il dispiegamento delle lotte sociali può quindi sfidare il ruolo che lo stato svolge al servizio esclusivo dei grandi capitali, in particolare in Europa. All’interno di questa ipotesi, ci si aspetterebbe allora di assistere alla nascita di un policentrismo che possa concedere all’Europa un notevole margine di autonomia; ma il dispiegamento del “progetto europeo” non rientra in questo quadro, anche se sarebbe necessario per portare Washington alla ragione. Tale progetto, invece, non è altro che “l’ala europea del progetto americano”. Il progetto di “creazione” di un’Europa unita è stato impiantato su una doppia opzione neoliberale ed atlantista. Il potenziale rimasto dal conflitto tra le varie culture politiche, che richiede la fine effettiva dell’atlantismo, rimane minato alla base dalle opzioni della sinistra maggioritaria (in termini elettorali: i partiti socialisti europei), radunata attorno al social-liberismo.

Questi termini sono in sé contraddittori, dato che il liberismo è di per sé non sociale o addirittura antisociale, se non reazionario. Cina e Russia sono i due principali avversari strategici del progetto di Washington. I governi al potere in questi due paesi stanno diventando sempre più consapevoli di ciò, ma danno l’impressione di essere in grado di operare senza danneggiare direttamente l’amministrazione degli Stati Uniti, o addirittura di “ricercare l’amicizia degli Stati Uniti” nei conflitti che li oppongono l’un l’altro. Il “fronte comune contro il terrorismo” – a cui tutti intendono aderire – compromette la situazione. Il doppio gioco di Washington è chiaramente visibile in questo caso: gli Stati Uniti, da un lato, sostengono i ceceni, gli uiguri ed i tibetani, così come sostengono i movimenti islamisti in Algeria, Egitto, Siria e altrove! D’altra parte, gli USA sventolano la bandiera del terrorismo islamista, al fine di radunare Mosca, Pechino e Delhi dietro di loro. I paesi del Sud possono svolgere un ruolo attivo nello sconfiggere i progetti militari e le ambizioni degli Stati Uniti?

I popoli attaccati sono attualmente gli unici avversari attivi in grado di frenare le ambizioni di Washington. Anche ora – e in parte per il fatto che questi popoli sono attivi e ne sono consapevoli – i metodi utilizzati nella lotta rimangono di efficienza discutibile e fanno appello a mezzi che ritardano la creazione di consenso da parte della gente del Nord del mondo per la loro vera lotta.

D’altra parte, l’analisi che si è fatta sulla “compradorizzazione” generalizzata delle classi e delle autorità dominanti in tutte le regioni del Sud, porta alla conclusione che non ci sono grandi progetti da realizzare da parte dei governi al potere o di quelli suscettibili di esserlo nel prossimo futuro, anche se sono “fondamentalisti” (islamisti, indù o altri gruppi etnici). Questi governi sono certamente scossi per l’arroganza infinita di Washington ed allo stesso tempo preoccupati per l’ostilità (per non dire l’odio) che i loro popoli nutrono verso gli Stati Uniti. Cosa possono fare se non accettare il proprio destino? Per il momento, il Sud del mondo, in generale, non ha più un suo progetto, come è stato invece durante l’era di Bandung (1955–1975). Senza dubbio, le classi dirigenti dei paesi qualificati come “emergenti” (Cina, India, Corea, Sud-Est asiatico, Brasile ed altri) hanno obiettivi che si sono prefissate per se stesse, e che i loro paesi stanno cercando di raggiungere. Tali obiettivi possono essere sintetizzati come il tentativo di massimizzazione della crescita all’interno del sistema globale. Questi paesi hanno – o credono di avere – un potere di negoziazione che permetterà loro di beneficiare di questa strategia “egoista”, più che da un vago “fronte comune” stabilito con i paesi più deboli di loro. Ma i vantaggi che potrebbero ottenere da questa situazione sono specifici per particolari ambiti a cui sono interessati e non vanno contro la struttura generale del sistema. Questi non sono quindi un’alternativa e non fanno perciò di questo vago progetto (o illusione) di costruzione di un “capitalismo nazionale”, una realtà consistente che definisca un vero e proprio progetto comunitario.

I paesi più vulnerabili del Sud (il “Quarto Mondo”) non hanno nemmeno progetti simili, e l’eventuale prodotto di “sostituzione” (il fondamentalismo religioso o etnico), non merita di essere qualificato come tale. Inoltre, è il Nord globale che prende in solitaria l’iniziativa di istituire “per loro” (si dovrebbe dire “contro di loro”) dei progetti, come fa l’Unione Europea con gli stati dell’Africa subsahariana, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) e con gli “accordi di partenariato economico” chiamati a sostituire gli accordi di Cotonou con i paesi ACP; con il “dialogo mediterraneo-europeo”, oppure con i progetti statunitensi e israeliani in Medio Oriente e anche con il “Grande Medio Oriente”. Le sfide da affrontare per la creazione di un affidabile mondo multipolare sono più gravi di quanto potrebbero immaginare molti movimenti “no global”, e sono numerose. Per il momento, c’è un grande bisogno di fermare il progetto militare di Washington. Questa è una condizione indispensabile per ampliare i tanto necessari margini di libertà, senza i quali ogni progresso sociale e democratico ed un qualsiasi avanzamento verso una costruzione multipolare, rimarrebbero estremamente vulnerabili. Data la sua natura disordinata, il progetto degli Stati Uniti finirà senza dubbio per collassare, ma di certo a un prezzo terribile per l’umanità. La resistenza delle sue vittime – i popoli del Sud del mondo – procederà lungo un cammino che le vedrà rafforzate ogni volta che gli Usa continueranno ad impelagarsi nelle numerose guerre in cui saranno costretti ad essere coinvolti. Tale resistenza finirà per sconfiggere il nemico e forse risvegliare l’opinione pubblica negli Stati Uniti, come avvenne con la guerra del Vietnam. Sarebbe comunque meglio fermare prima la catastrofe ed una diplomazia internazionale efficace lo potrebbe fare, soprattutto se l’Europa si assumesse le proprie responsabilità in veste di uno dei principali attori sulla scena.

Sul lungo periodo, “un’altra globalizzazione” significherà sfidare le opzioni del capitalismo liberale e la gestione delle problematiche del pianeta da parte dell’imperialismo collettivo della triade, nel quadro di un atlantismo estremo o della sua versione “riadattata”.

Un mondo multipolare affidabile diventerà una realtà solo quando verranno soddisfatte le seguenti quattro condizioni:

I. L’Europa dovrebbe realmente abbracciare il percorso sociale per “un’altra Europa” (e dovrebbe quindi impegnarsi per la lunga transizione al socialismo globale) e dovrebbe iniziare a dissociarsi dal proprio passato e presente imperialista. Questo ovviamente dovrebbe essere più che una semplice fuoriuscita dall’atlantismo e dal neoliberismo estremo. Infatti, vi è una varietà di reazioni al neoliberismo di stampo nazionalista borghese, fascista e social–imperialista che sono più in linea con le forze di classe presenti al fondo delle società europee che all’internazionalismo socialista.

II. In Cina il “socialismo di mercato” dovrebbe trionfare sulle forti tendenze alla costruzione, illusoria, di un “capitalismo nazionale”, che sarà impossibile stabilizzare, in quanto esclude la maggioranza dei lavoratori e della popolazione rurale.

III. I paesi del Sud globale (persone e stati) dovrebbero essere in grado di costruire un “fronte comune”, che consenta la creazione di margini di azione delle classi sociali popolari non solo per imporre “concessioni” in loro favore, ma anche per trasformare la natura dei governi al potere, sostituendo i blocchi dominanti comprador con altri “nazionali, popolari e democratici”.

IV. A livello della riorganizzazione dei sistemi dei diritti nazionali ed internazionali, si dovrebbe registrare un progresso sia riguardo il rispetto della sovranità nazionale (passando dalla sovranità delle nazioni a quella del popolo) sia di quella individuale, collettiva e dei diritti politici e sociali.

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