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CONTINUA L’AGGRESSIONE ISRAELIANA CONTRO IL POPOLO PALESTINESE

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Riceviamo dall’Ambasciata dello Stato di Palestina a Roma e molto volentieri pubblichiamo queste note

 

Dipartimento Esteri PCI

 

 La situazione di Gerusalemme Est è fuori controllo

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Un esempio di come Gerusalemme Est e i suoi abitanti palestinesi siano sempre più spesso nel mirino delle forze di occupazione che vorrebbero annettersi anche questa parte della città è rappresentato dal trattamento riservato da Israele ai rifugiati residenti nel quartiere di Sheikh Jarrah. Ad essere sotto minaccia di espulsione, in questi giorni, è la famiglia Sabbagh, originaria di Giaffa e trasferitasi qui insieme ad altre 27 famiglie negli anni ’50. Se la minaccia israeliana dovesse concretizzarsi, i membri della famiglia Sabbagh dovrebbero abbandonare Gerusalemme Est.

Per questo, diversi funzionari dell’ONU e delle ONG che operano sul campo hanno deciso di intervenire con una visita e una dichiarazione del 22 gennaio per scongiurare l’espulsione, denunciando quello che sarebbe un trasferimento forzato incompatibile con il rispetto dei diritti umani e in violazione del diritto internazionale, con specifico riferimento alla Quarta Convenzione di Ginevra.

Per giunta, hanno sottolineato gli esperti, questo genere di illegalità molto diffusa nei Territori Occupati è pensata per spianare la strada ad altre illegalità, come la costruzione ed espansione di insediamenti proibiti dal diritto internazionale.

Mohammed Sabbagh, 70 anni e “portavoce” di cinque fratelli che rappresentano altrettante famiglie in attesa dello sgombero da parte della polizia, spiega che dopo aver perso tutto nel 1948 in seguito alla confisca dei propri beni a Giaffa, adesso lui e i suoi familiari si sentono dire dagli israeliani che le case dove abitano appartenevano a degli ebrei: “Ci cacciano via. Siamo 45 persone tra cui anziani e bambini; non ci muoveremo di qui, dovranno usare la forza”.

La legge dei “presenti-assenti” (Absentees’ Property Law), approvata nel 1950 dal Parlamento del neonato Stato di Israele, sancisce il diritto di Israele di confiscare le proprietà di qualsiasi palestinese che non fosse fisicamente presente nella sua casa attuale in un qualsiasi momento della guerra del ‘48. Parliamo di uomini e donne fuggiti, cacciati via con la forza o sfollati a causa della guerra; assenti dalle loro case attuali ma presenti in Israele come cittadini e a Gerusalemme Est o in Cisgiordania come profughi. Si tratta di due milioni di persone a cui non è concesso di rivendicare né le antiche proprietà cadute in mano agli israeliani nel 1948, né quelle dove hanno trovato rifugio in seguito alla Nakba.

I rifugiati palestinesi sono vittima di questo accanimento come di tanti altri soprusi messi in campo da Israele nel corso degli anni e soprattutto in questo ultimo periodo a Gerusalemme Est. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano, ad esempio, ha appena deciso di chiudere definitivamente le scuole dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) a Gerusalemme Est.

Nir Barkat, ex sindaco di Gerusalemme, ha detto che “metterà fine alla menzogna del ‘problema dei profughi palestinesi’ e a condotte che tendono a instaurare una sovranità all’interno di un’altra sovranità (…) Abbiamo già iniziato con l’eliminare la presenza dell’Agenzia nel settore dei servizi igienico-sanitari. È ora di rimuoverla dal sistema educativo”.

Ma non sono solo i rifugiati a subire le mire israeliane sulla legittima capitale dello Stato di Palestina, di cui Israele vorrebbe addirittura demolire le antiche Mura, chiudendo al contempo storiche istituzioni palestinesi come la Casa d’Oriente. Alle numerose uccisioni a sangue freddo che hanno già stroncato la vita di tanti giovani palestinesi di Gerusalemme Est, si è aggiunta, il 30 gennaio, quella di una ragazza di 16 anni, Samah Mubarak, freddata nei pressi del checkpoint Al-Zaayim.

 

 I coloni sono capaci di uccidere

L’inviato ONU per il Medio Oriente, Nikolay Mladenov, non ha dubbi: l’omicidio del 38enne palestinese Hamdi Naasan avvenuto sabato 26 gennaio è “inaccettabile e scioccante”, e “Israele deve mettere fine alle violenze dei coloni, portando i responsabili di fronte ai giudici”.

Secondo il Ministero della Salute palestinese, Naasan, padre di 4 figli, è stato colpito alle spalle dai proiettili esplosi da un colono, mentre curava i suoi ulivi nel villaggio palestinese di Al-Mugheir, vicino alla colonia illegale di Adei Ad.

L’uccisione del 38enne – che è stato solo uno dei 30 palestinesi colpiti dai coloni in questo frangente – ha scatenato la rabbia dei residenti del villaggio che in migliaia hanno partecipato ai suoi funerali nonostante l’esercito israeliano avesse impedito loro di raggiungere il luogo di sepoltura. Il divieto ha esacerbato le tensioni e i soldati di Tel Aviv hanno arrestato due adolescenti palestinesi.

I residenti di Al-Mugheir sostengono che sabato l’esercito israeliano abbia assistito

all’aggressione dei coloni contro il loro villaggio senza intervenire. Anzi, spiegano, i soldati “sono arrivati solo dopo che i coloni avevano finito le loro munizioni, sparando contro di noi gas lacrimogeni e pallottole ricoperte di gomma. Hanno attaccato noi invece di arrestare loro”.

Per questo, Hanan Ashrawi, parlando a nome del Comitato Esecutivo dell’OLP, ha accusato il governo israeliano di essere responsabile, ancora una volta, del “terrorismo dei coloni”.

Il villaggio di Al-Mugheir, abitato da 4.000 palestinesi e circondato da 4 colonie, è da anni vittima del “prezzo da pagare” imposto dei coloni attraverso atti di ritorsione contro i palestinesi quali il danneggiamento delle loro autovetture, delle loro proprietà e delle loro terre, o l’odiosa abitudine di sfregiarli con scritte razziste. Uno degli ultimi episodi risale allo scorso 17 gennaio, quando i coloni hanno troncato con delle cesoie elettriche gli ulivi di Al-Mugheir, dipingendo la Stella di Davide sulle pareti della proprietà di uno dei residenti del villaggio.

 

USAID chiude i battenti in Palestina

Il 31 gennaio, USAID, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale fondata nel 1961 su ordine esecutivo del Presidente John Fitzgerald Kennedy con lo scopo di contrastare la povertà nel mondo e rafforzare le società democratiche, cesserà qualsiasi attività in Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza. La decisione di Donald Trump di tagliare i fondi americani per i palestinesi, infatti, non ha soltanto interrotto le donazioni destinate all’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che assiste oltre cinque milioni di profughi palestinesi; con un colpo di spugna ha azzerato anche i 200 milioni di dollari che annualmente, attraverso l’Agenzia governativa per lo sviluppo, gli Stati Uniti destinavano a ONG e associazioni, all’istruzione, a istituti di beneficenza e a progetti per la costruzione e il recupero di infrastrutture civili. Le conseguenze sono devastanti. Sono stati già annullati, ad esempio, 71 progetti finanziati da USAID, compresi quelli ancora in corso che coinvolgevano almeno 45 imprese di costruzioni, impiantistica e arredamento, dando lavoro a più di 1.000 palestinesi, tra ingegneri, tecnici qualificati, amministrativi e manovali.

Tra le ONG colpite da Trump c’è Global Communities, attiva nei Territori occupati dal 1995. Fino allo scorso anno essa assicurava aiuti alimentari a più di 180.000 palestinesi grazie ai 19 milioni di dollari all’anno garantiti da USAID. Dopo i tagli, Global Communities potrà fornire aiuti a 90.000 persone solo fino a marzo e ha già licenziato 30 dipendenti. “La situazione è davvero dolorosa perché parliamo del livello più elementare di assistenza. Ogni famiglia inserita nel programma di aiuti riceveva un buono mensile del valore di 130 dollari con il quale comprava cibo”, ha raccontato la direttrice della ONG, Lana Abu Hijleh.

Tra i servizi tagliati, anche un programma per la prevenzione e la cura del cancro al seno destinato a circa 16mila donne palestinesi e per l’assistenza a 700 bambini affetti da gravi malattie croniche.

Secondo fonti del Ministero dell’Economia palestinese, l’impatto dei tagli sulla popolazione locale sarà molto negativo, ma anche gli Stati Uniti dovranno pagare un prezzo in termini di perdita di credibilità: “la maggior parte degli aiuti riguarda aspetti umanitari; il loro taglio è da considerare disumano”.

Dello stesso avviso Dave Harden, già Capo Missione di USAID, per il quale l’Amministrazione USA “dimostra ancora una volta di non saper cogliere le sfumature e di non essere abbastanza sofisticata da poter comprendere la complessità della situazione”. Si tratta, secondo Harden, di “un’altra dimostrazione di come la soluzione dei due Stati sia finita”.

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